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Le certezze dei pettegoli

Le certezze dei pettegoli La diceria e la crisi del pensiero Sergio Benvenuto, “Dicerie e pettegolezzi” “Siccome gli esseri umani trovano piacevole ciò che desiderano, bisogna concluderne che molte persone desiderano che certi fatti accadano”. Pur di soddisfare questo postulato gli umani sembrano disposti a tutto. Stiamo parlando di quel bizzarro fenomeno che è la diceria e il pettegolezzo. “Ogni diceria è come un animale che nuota in un magma di discorsi attuali e possibili, dove però alcuni percorsi sono più probabili e percorribili di altri”. Voci, fantasie, “leggende metropolitane” attraversano la galassia dell’informazione fino a diventare, una nuova forma di vox populi che “ci mette in contatto con una dimensione umbratile della vita sociale, con i bassifondi o le fogne impresentabili del pensiero collettivo”. Su questi imprevedibili aspetti psicologici e sociali Sergio Benvenuto – saggista, psicologo presso il Cnr di Roma e direttore del “Journal of European Psychoanalysis” – ha dedicato un’approfondita ricerca. Il suo libro Dicerie e pettegolezzi offre una vasta panoramica delle implicazioni e dei meccanismi che governano questa diffusa pratica di “voyeurismo verbale”. Se l’etimologia di pettegolezzo rimane incerta nella sua derivazione da peto o da pithecus, scimma, nelle altre lingue troviamo divertenti sorprese. Nel francese abbiamo sia commérage che proviene da madrina sia ragot, letteralmente il grugnito del cinghiale. Lo spagnolo comadreo significa comare o vicina di casa. L’inglese gossip proviene da madrina. Comari, madrine, vicine di casa, nonne: una lunga tradizione europea, in probabile odore di misoginia, connette strettamente pettegolezzi e donne. È un aspetto, quest’ultimo, su cui filosofi e pensatori si sono sempre soffermati. Le chiavi di lettura della diceria, in questa ricerca, sono molteplici. Le dicerie manifestano un desiderio che “viene soddisfatto solo se allo stesso tempo viene disconosciuto o negato”, attuando quindi l’aggiramento di una censura. A seconda dei casi trasmettono un senso tragico, veicolando aggressività, moralismo, o un intento pedagogico. Quasi sempre hanno un contenuto fobico o persecutorio, procedono dall’invidia, bersagliano ciò che suscita fastidio mirando a denigrare e beffare. Confermano pregiudizi e superstizioni. In un’epoca che celebra il trionfo dell’informazione e della comunicazione il fenomeno della diceria testimonia una disgregazione della soggettività che favorisce, invece, un’individualità “presa a prestito” o una sorta di identità virtuale. In una battuta: “nella misura in cui la cultura viene pigiata nei cervelli di ciascuno, essa viene trasformata in un’immensa diceria”. I valori simbolici della funzione del giudizio e del senso di realtà sembrano sfaldarsi a favore di un indefinibile magma immaginario dove tutto, in assenza di pensiero, è dicibile. Forse la contemporaneità ci mostra una riedizione, alla seconda potenza, del mito di Babele. “La chiacchiera – affermava Heidegger – non solo esime da una comprensione autentica, ma diffonde una comprensione indifferente, per la quale non esiste più nulla di incerto”.

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