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l’abitudine.

Nove anni della mia vita scolastica in un istituto di suore severe ,intransigenti e arcigne come nel più classico dei cliche’ letterari. Ad onor del vero ricordo Suor Esperia come una meravigliosa eccezione, ma lei era una missionaria e la soglia dell’istituto la varcava più in uscita che in entrata . e soprattutto aveva sperimentato la difficile applicazione del dogma nella realtà della fame , dell’ingiustizia, della povertà. aveva la bibbia sporca di lacrime e vomito di bambini denutriti, non di incensi profumati. una suora militante insomma. Ho finito le medie infarcita di assiomi , cantilene solenni, certezze incrollabili e fede marmorea. la mia improvvisa femminilità mi pareva sfacciata,inopportuna e sconveniente.
Poi sono arrivati gli anni del liceo classico in una scuola pubblica, nuova anarchia e nuove schiavitù. Nel primo liceo è arrivata la filosofia. O forse sarebbe meglio dire : è arrivato Ettore Falzetti, colui che la filosofia non me l’ha semplicemente insegnata, ma me l’ha fatta amare e capire. colui che ha scardinato le mie certezze , colui che mi ha insegnato a masticare le idee e non ad ingurgitarle tutte intere. colui che non ha scaricato nel cesso anni e anni di dogmi ma ha fatto sì che mi chiedessi se fossero semplicemente un’esigenza rassicurante e consolatoria dell’umanità o se nascondessero anche l’insidia di ammansire le intelligenze , il dubbio, la dialettica. Ed è così che ho capito che le certezze hanno un effetto narcotico sulla mente ed ho imparato a chiedere, a dubitare , a rivoltare le mie convinzioni e minare con un punto interrogativo qualsiasi tentazione di assopirmi in qualche certezza. Le sorprese , nella mia vita, arrivano sempre quando ho temporaneamnte sedato questa irrinunciabile e vitale tensione. Per pigizia, per incoscienza, per distrazione, per volontà,perchè alle volte è pur necessario riposarsi nell’illusione di qualche verità. La persuasione regala un sonno ristoratore, non c’è che dire. Bisognerebbe avere un sonno vigile, ma capita di essere stanchi veramente e di accettare il rischio di un brusco risveglio.
Cercherò di spiegare in parole semplici quel che sosteneva il grande filosofo scozzese Hume. Diceva che il più grande guaio dell’uomo è quello di ragionare “per abitudine”. Ovvero, se spingiamo una palla da biliardo contro un’altra che in quel momento è ferma, noi prevediamo con certezza che l’altra per effetto della spinta si muoverà.In realtà , se noi osservassimo per la prima volta questo fenomeno ignorando del tutto le leggi della fisica, vergini insomma di esperienze e cognizioni,non daremmo affatto per scontato l’effetto di quell’urto. “Hume sostiene allora che l’esistenza di un rapporto causale tra le due palle da biliardo ci viene dall’abitudine all’osservazione ripetuta delle conseguenze del colpo sulle due palle, ma che nulla può provare la reale esistenza di un rapporto causa/effetto. L’uomo si lascia guidare nell’acquisizione delle sue certezze dall’abitudine, dalla naturale tendenza di considerare la ripetizione di un evento come regola universale.”
Insomma, siamo abituati a considerare il nostro passato il nostro futuro. Abituati a legare causa ed effetto e non a considerarli due entità separate. Non dare per scontato neppure il sole che sorge, questa è la meravigliosa e rivoluzionaria idea di Hume. E infatti (questa cosa all’epoca mi affascino’ tantissimo) lui sostenne fino alla fine dei suoi giorni di essere immortale. Non era megalomania nè demenza senile, era uno splendido ed efficace paradosso per dire che perfino l’idea dell’ineluttabilità morte è il risultato di un’abitudine , della ripetizione di un’esperienza , ma non dalla certezza che l’effetto della causa-vecchiaia debba essere per forza la morte.
Hume è morto, ovviamente. Ma le sua filosofia è sopravvissuta all’usura del tempo, della modernità, delle nuove filosofie spirituali che, come dice Guccini, spesso nascondono grossi vuoti di pensiero.
E mai come in questi tempi tanto complessi per l’umanità, mi sembra necessaria l’esigenza di dubitare, di rimanere svegli, all’erta, con la coscienza a ruminare e mai in digestione. Diffidare dei luoghi comuni ma non vergognarsi neppure di appropriarsene , perchè è conformismo sia abbracciare una tesi senza farsi domande che sputarci sopra solo per il gusto di andare contro e di sembrare originali.
Ascoltare sempre tesi e antitesi, elaborarne delle proprie. Non aggirarsi nel mercato delle idee con la convinzione di doverne comprare per forza una , ma acquistare dei pezzi magari,assemblarli e crearne una personale.
e questo, per me vale sia applicatato alle grandi ideologie che alla quotidianità spiccia, è un metodo , una tensione,filosoficamente parlando.
perchè ecco, quello che ho sempre pensato è che l’inghippo delle grandi democrazie è che ti lasciano sì la libertà di scegliere, ma decidono loro tra cosa. Il fatto che al contrario delle dittature ti propongano delle alternative già preconfezionate fa venir meno la vitale spinta a elaborarne di nuove e magari di più giuste.La democrazia può diventare soporifera per le masse. Tempo fa ho letto che in mongolia c’è il più alto quoziente di intelligenza del mondo. pare che al freddo insomma, la mente si mantenga più vivace e attiva poichè sempre nella condizione di trovare nuovi espedienti per sopravvivere a temperature tanto rigide, per procurasi cibo etc… Questo non è un elogio alle oppressioni e alle dittature, sia ben chiaro. Dico solo che certe spinte progressiste e rivoluzionarie dovrebbero nascere anche in democrazia e che il benessere dovrebbe essere uno strumento per rimanere vigili, non per riposarci sopra. Per questo non riesco a non dire grazie ai no-global bensì non condivida tantissime delle loro idee, perchè se ne stanno ben svegli mentre gran parte del popolo occidentale sonnecchia, perchè, come dice baricco, fanno sentire il fiato sul collo a governi e multinazionali.
Non mi piacciono quando sventolano certezze, mi piace che insinuino dubbi. Non sono con loro , ma li ringrazio di esserci.
E qui finisce il mio papiro.

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