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The dreamers

Dopo mesi e mesi di questa rubrica su “Il Tempo” mi sono domandata se il mionon stesse diventando un lavoro comodo e pavido e non fosse arrivato il momento di avventurarmi in quel giornalismo investigativo che ignora le notizie del giorno ed esplora invece fatti ignoti e insabbiati. Così, dopo aver tentato invano di infiltrarmi nelle carceri cinesi, nella base di Guantanamo, nella sede della massoneria di rito scozzese e nella blindatissima redazione di “Sarabanda Wrestling”, finalmente, sono riuscita a realizzare uno scoop sensazionale: da tempo infatti si mormorava dell’esistenza di un nuovo film di Bernardo Bertolucci intitolato “The dreamers” , ma , in effetti, sulla sua uscita s’era detto poco e niente. Giusto qualche articolo su quotidiani, mensili, settimanali nazionali nonché una breve citazione nell’ultimo Angelus papale, nella guida Michelin, nei moduli di autocertificazione anagrafica e nella Bibbia dei testimoni di Geova. Anche la distribuzione della pellicola nelle sale è parsa subito inspiegabilmente parca: se infatti nelle sale cinematografiche il film è abbastanza presente, Bertolucci ha denunciato invece una scarsissima distribuzione della pellicola nelle sale da thè, nelle sale operatorie, nelle sale giochi , nelle sale stampa , nelle sale professori e nelle sale macchina dei traghetti delle Ferrovie dello Stato. Ed infatti, la sottoscritta è riuscita a vedere la pellicola grazie ad una proiezione clandestina avvenuta in completa segretezza sabato pomeriggio alle diciotto presso il centro commerciale “La Romanina” sui settantotto megatelevisori al plasma del negozio Mediaworld.La prima notizia è questa: il film era attesissimo ma pare sia molto più atteso Bertolucci sotto casa da folle di spettatori inferociti che rivogliono indietro il prezzo del biglietto. Il perché è semplice. Il regista aveva infatti dichiarato che è un film talmente personale che si è stupito di non aver assistito alla proiezione in vestaglia; un gran numero di spettatori, dopo i primi dieci minuti, l’hanno trovato talmente soporifero che si sono sorpresi di non esser lì in pigiama e con la borsa dell’acqua calda. Tant’è che a molti è sorto il dubbio che il film si intitoli “I sognatori” proprio per via dell’intensa attività onirica del pubblico in sala.
Questo fatto spiegherebbe anche il perché il film venga presentato come la storia di tre ventenni a Parigi nel maggio del sessantotto. E’ evidente che nessun critico è riuscito a vederlo fino alla fine, perché il periodo storico conta nel film quanto Jo Champa conta nella questione israelo-palestinese. Tutto quello che il regista ci mostra del sessantotto e dei suoi fermenti rivoluzionari è una scena in cui la protagonista, Isabel, si incatena per protestare contro il licenziamento di Henri Langlois. C’è però un problema non trascurabile: l’attrice, che nelle intenzioni dovrebbe avere un leggero accento francese, è doppiata da una tizia che al primo ascolto sembra Monica Bellucci che invoca aiuto con uno strofinaccio in bocca, ed al secondo la figlia di Valeria Marini e Forrest Gump, tanto che uno comincia a pensare che il cancello a cui è incatenata non sia quello della Cinemateque, ma quello di un cinema multisala di Cecchi Gori. Per il resto, a raccontarci il sessantotto c’è una scena finale con lancio di molotov e carica della polizia nelle strade parigine, ma a quel punto, potrebbe trattarsi tranquillamente di un dopo concerto di Marilyn Manson che nessuno lo troverebbe illogico. Diciamoci la verità: Bertolucci dice di aver voluto raccontare il sessantotto ma sembra ben più interessato al sessantanove. E non parlo di un momento storico. A meno che le spinte pelviche che costituiscono una buona metà della pellicola non siano una raffinata metafora delle spinte progressiste di quel periodo. Il regista ha inoltre affermato che rispetto ad “Ultimo tango a Parigi”in questo film c’è una leggerezza che lui all’epoca non aveva . In questo caso sono costretta a dare ragione a Bertolucci. Vi posso garantire che l’elegante e ricercata lievità di scene quali quella in cui la protagonista perde la verginità sul pavimento della cucina mentre il fratello si prepara due uova in camicia non si vedevano almeno dai tempi di “La dottoressa ci sta col colonnello” con Nadia Cassini e Lino Banfi. Va comunque sottolineata l’assoluta bellezza ed originalità dei dialoghi.Memorabile il sofisticato scambio di battute: “Sei bellissima” “E tu sei ubriaco” “Sì ma tu domani sarai sempre bella”, unico, vero , credibile riferimento al millenovecentosessantotto. La mitica barzelletta: “Ammazza quanto sei brutta!” “Ammazza quanto sei ubriaco!” “Sì ma a me domani mi passa!” trentacinque anni ce l’avrà tutti, non c’è che dire.

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