Navigate / search

Tokyo Decadence / 1

Postato da Vanderbilt – alberto@hellokitty.com La premessa è che mi trovo ancora nell’impossibilità di stabilire se, in questo momento, io sia più lobotomizzato per il jet lag, o per aver mangiato delle cose il cui nome era spesso composto da sole consonanti: tutto favoloso, è chiaro, ma spesso ho corso il rischio di pucciare nella salsina di wasabi anche l’arredo della tavola, per non parlare dei fiori finti e delle farfalle in taffetà che ornavano il tatami. In tutto questo, devo comunque ammettere che il delirio ha avuto inizio già dal viaggio di andata: le hostess dell’Alitalia, infatti, devono essere state reclutate tra le detenute delle più neglette carceri militari, cui è stata proposta un’esperienza sui vettori della compagnia di Bandiera in cambio di uno sconto di pena. Il risultato è che, quando ho chiesto qualcosa per dormire, mi è stato risposto da una certa Samantha (che in giacca verde e gonna stretta sembrava Leopoldo Mastelloni travestito da Amanda Lear) che -se proprio avessi voluto- avrebbe potuto tirarmi lei un calcio in faccia con gli anfibi chiodati, da essa scelti al posto delle più convenzionali scarpine nere, così da consentirmi un sonno immediato ed eziandio profondo. Quando è ripassata per il giro di ronda, lanciando addosso ai passeggeri un pasto ghiacciato composto da pagnotta mesozoica, pollo assassino e zucchine mutanti, ho finto un abbiocco così irreversibile da sembrare il cadavere di Joan Crawford nella scena finale di “Che fine ha fatto Baby Jane?”. Atterrati a Tokyo, abbiamo scoperto con orrore che il bagaglio della mia capa suprema non era stato consegnato: la sua ira si è dunque abbattuta con foga tremenda sull’addetta giapponese dell’Alitalia, che (non resistendo alla vergogna) ha fatto harakiri lanciandosi in lacrime contro la scultura in plexiglass di Maria Sung, che ondeggiava omicida tra il controllo passaporti e il ritiro bagagli. Dopo aver compilato una denuncia che sembrava più che altro un’autobiografia (fra le varie domande: qual è il suo più caro ricordo d’infanzia? Le è mai apparsa la Madonna? Se incontrasse Minnie Minoprio in aeroporto, cosa le direbbe? Parlando di «folletto», le viene in mente più David Gnomo o l’aspirapolvere? eccetera) ci siamo lanciati su un taxi in direzione Shibuya, che ci è costato come un rubino sangue di piccione incastonato sul trono di Tutankamon ma che ha avuto il pregio di riscaldare il nostro sangue, intorpidito dal gelo boreale dell’aereo. Lo ha riscaldato anche troppo: ad altezza del porto avevamo già tolto i cappotti. Sul Meiji Dori eravamo senza giacca. Sull’Aoyama Dori io ero a torso nudo, mentre la mia capa aveva una ghirlanda di fiori e un mandolino con cui intonava «Regginella». E siamo in arrivati in Hotel giusto in tempo per evitare che l’effetto sauna mi facesse cadere le ciglia e coagulare la Dramatically Different Moisturizing Lotion di Clinique, che metto sul viso per non sembrare Rita Levi Montalcini. Lasciate, a questo punto, che vi dia una piccola indicazione sui taxi di Tokyo: non solo dovete evitare di ridere dei sedili ricoperti di trine e dei gadget che ne abbelliscono l’abitacolo, tipo il porta-catetere di Hello Kitty o il ventilatore fluorescente in marabù per raffreddare i noodles, ma dovete ricordare di non aprire né chiudere mai le portiere, se non volete sentirvi dire cose irripetibili su vostra madre, vostra nonna e via via sino alla terza e alla quarta generazione. Le portiere sono infatti manovrate dal taxista in guanti bianchi e non devono essere toccate se non in caso di incidente mortale, e/o di attacco subitaneo di claustrofobia. Fornire al taxista l’indirizzo che si deve raggiungere è, di solito, la cosa più difficile. A Tokyo, infatti, non esistono indirizzi: la cosa che si avvicina di più ad un recapito è “Quel palazzo un po’ marroncino vicino al supermercato Daimaru Peacock che si trova al terzo incrocio dell’Aoyama Dori, poi da lì deve girare dove c’è la fioraia che mette le margherite a 6000 yen il mazzo e fermarsi dopo il negozio della figlia del vicesindaco di Fukuoka”. Tutto questo, ovviamente, in giapponese, perché i taxisti non comprendono altro idioma. Capirete dunque come mai in Giappone i venditori ambulanti, anziché le tute contraffatte di Emporio Armani e gli accendini a forma di chiappa, vendano navigatori satellitari e sofisticate tecnologie d’orientamento che non sfigurerebbero nella pochette di Margareth Thatcher. Continua…

Leave a comment

name*

email* (not published)

website