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Proteste da camionisti

Ci sono giorni in cui adoro essere una donna. Intendo dire quel tipo di donna che alla prima occhiata, quel diffuso tipo di uomini cerebralmente evoluti quanto un cetriolo di mare, giudicano sicuramente cretina o sottomessa o molle. Una, insomma, a cui quel tipo d’uomo pensa di potersi permettere di dire qualsiasi cosa rimenendo impunito perchè tanto, quelle come me, al massimo se la prendono perchè s’è spezzato il tacco 12 o perchè il pechinese di Paris Hilton ha il cimurro. Confesso che io in questa faccenda qui, che poi è un misto di pregiudizio, maschilismo, ignoranza e stupidità, c’ho sempre sguazzato. E stamattina è stata una di quelle mattine in cui, come dicevo, ho adorato essere quel tipo di donna. L’occasione per spiegare a una piccola fetta di cetrioli di mare come sia imprudente fidarsi dell’apparenza, me l’ha fornita lo sciopero dei tir e, in modo particolare, la mancanza di benzina. Diciamocelo. Questa sommossa, nei fatti, è una roba da maschi. Maschi (quasi tutti almeno) sono i camionisti che organizzano presidi sulle autostrade, maschi sono quelli che bivaccano di notte negli autogrill e ai caselli, maschi sono i tassisti e gli autisti che avvertono maggiormente il disagio della mancanza di carburante e dunque sono quasi tutti maschi anche quelli che si mettono in fila ai pochi distributori che possiedono ancora qualche goccia del prezioso liquido. Stamattina sono uscita per andare nella mia banca che si trova sull’Aurelia e visto che ero di strada ho pensato bene di fermarmi a fare colazione al Mac Donald’s che si trova in un’ area al cui interno c’è un distributore Agip. A circa un chilometro dalla mia meta, lo scenario era questo: nella corsia preferenziale c’era una montagna sovrumana di macchine incolonnate e incastrate tra loro in tutte le posizioni possibili del kamasutra automobilistico. Per un attimo ho creduto di essere in una scena apocalittica di “Deep impact”. Mi sono detta: “Stamattina Napolitano deve aver annunciato ai romani che un meteorite si abbatterà sul teatro Parioli e stanno andando tutti a festeggiare ai Castelli”. In realtà erano tutti in fila per fare benzina. Ora, nonostante io abbia il serbatoio mezzo vuoto, piuttosto che starmene due ore a smadonnare sull’Aurelia, in caso di necessità sono pronta a versare nel serbatoio della mia Classe A mezzo litro di tonico Sisley con estratti di resina di sequoia e con quello che costa pretendo pure che non solo me la faccia partire ma che le faccia fare un paio di evoluzioni in aria. Per farla breve, sono andata dritta superando la fila, ho messo la freccia in direzione del Mac Donald’s e mi sono fermata in attesa che qualcuno mi facesse girare. E qui è accaduto l’impensabile: un tizio che aveva l’aria di essere un autista appartenente alla nota categoria “trucido abbrutito da anni di traffico e rustichelle” e che portava giacca e cravatta come Alda D’Eusanio potrebbe portare un tailleur Chanel, scende dalla macchina e mi si avvicina esclamando irritato ma con tono di voce normale: “Scusi, deve rispettare la fila!”. Io abbasso leggermente il finestrino per spiegargli che non devo fare benzina ma solo consumare una colazione, lui mi si para davanti, sbircia dal finestrino e dopo aver contato mentalmenete il numero di cuciture della mia minigonna, aver stabilito che le mia calze devono essere Omsa all’incirca venti denari e aver sommato la circonferenza della mia tetta destra per quella della mia tetta sinistra moltiplicando il tutto per 3,14, ha deciso che lo “Scusi, deve rispettare la fila!” poteva tranquillamente diventare altro. Più precisamente, questo: “Ahò, anvedi questa. Ah bella ma che te credi che ce l’hai solo te e perciò noi semo cojoni che se famo la fila e famo passà una solo perchè stamo a sperà che ce la dà?”. A quel punto provo a replicare con estrema civiltà ed educazione anche se il poveretto non lo sa ma la parte inferiore del mio corpo si è già ricoperta di squame verdastre e i miei piedi sono lame rotanti, solo che lui non mi dà neppure il tempo di fiatare perchè comincia a battere i pugni sul vetro esclamando cose che voi umani potete anche immaginare se v’è mai capitato di assistere a una discussione tra Calderoli e Er Pecora su chi sia più dotato tra i due. Bene. Ho aspettato che finisse. Sono rimasta muta come un pesce e approfittando della gentilezza di un automobilista che mi ha lasciato lo spazio per passare ho parcheggiato la macchina vicino alla fila. Sono scesa e con una falcata lenta e elegantissima che nulla lasciava presagire, ho raggiunto l’uomo di Neanderthal che era ancora fuori dall’abitacolo. Signori, credetemi. Quando l’australopiteco m’ha vista ha fatto la faccia di Anthony Hopkins quando Joe Black gli rivela di essere la Morte e di aver messo le tende a casa sua non solo per scroccare cene e trombarsi la figlia, ma per scortarlo nell’allegro viaggetto al cimitero. Fotogramma successivo: il venti per cento degli automobilisti alla mia destra estrae dal cruscotto Coca Cola media e popcorn, un trenta per cento di automobilisti scende dalla macchina e si infila la sciarpa della Roma sparando in aria un paio di raudi e l’altro cinquanta per cento cede il suo pieno in cambio di biglietti per la tribuna d’onore. Quando il pubblico s’è sistemato, la mia metamorfosi in Carrie lo sguardo di Satana è completata e dico al tizio una serie di insulti che si potrebbero catalogare in quattro precise categorie: a) Genealogici. Ovvero epiteti e buone parole estese a tutta la sua generazione fino al nono grado di parentela zii emigranti e cugini iscritti nelle liste dell’udeur compresi. b) Coprofili. In confronto quello che ha detto Daniele Luttazzi di Giuliano Ferrara potrebbe essere recitato da papa Ratzinger nell’angelus domenicale. c) Femministi. Credo che la cosa più carina a cui ho paragonato i maschi della sua specie siano le sacche di grasso liquido che avanzano dopo una liposuzione. d) Casuali. Credo di aver incollato il meglio di Sgarbi al peggio di Alessandra Mussolini con delle preziose citazioni estratte da “Natale in India” non mancando di parafrasare il succo della telefonata che Veronica ha fatto a Silvio dopo le foto con le fanciulle in grembo. Ilarità generale. Il gorilla era tramortito dall’effetto sorpresa. Vedendo che tutti i casuali testimoni sghignazzavano, ha deciso che forse era il caso di scusarsi. E siccome io in fondo sono una signora e la collera va arginata e va bene lo sfogo ma poi bisogna cercare il dialogo e capita a tutti di perdere la testa e il perdono è una gran bella cosa, gli ho detto “Ma vaffanculo!” e sono andata a mangiare il mio muffin. Col sorriso stampato sulle labbra. Queste sono proteste da camionisti, altro che due file al casello.

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