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La moda che non reggo

D’accordo, la moda italiana è un vanto per il paese e guai a chi la tocca. Ci sono però una serie di consuetudini legate a questo mondo che trovo intollerabili, e cioè: A) Gli slogan. Per il lancio di una nuova linea d’abbigliamento, invernale o estiva che sia, hanno sempre un tono tra l’enfatico e il cazzaro del tipo: “Per una donna che sa quello che vuole”, “Per una donna che non ha paura di osare”, “Per una donna che vive con disinvoltura il nostro tempo” e via dicendo. A parte il fatto che qualcuno mi deve spiegare l’attinenza tra un cardigan in lana merinos e l’eventuale disinvoltura con cui vivo il nostro tempo, io capisco che la formula aulica faccia scena, ma se gli stilisti avessero un briciolo di onestà e di reale empatia col mondo femminile capirebbero che l’unico slogan in grado di convincere una donna a comprare un vestito piuttosto che un altro potrebbe essere “Per far schiattare la collega d’ufficio” o anche “Per ridurre il vostro fidanzato a zerbino” o eventualmente “Per essere più gnocca della sua nuova fidanzata”. Il fatturato aumenterebbe del 150%. Garantito. B) I servizi fotografici sulle riviste femminili. Chiariamo una cosa una volta per tutte: non che le belle foto e le belle location mi facciano schifo, ma se acquisto una rivista di moda io voglio vedere vestiti, scarpe e accessori, non un fascio di luce con effetto seppia che illumina una quercia secolare del parco di Yellowstone dietro al cui tronco sbuca una sola manica destra descritta nella didascalia come “Giacca in velluto con spalle a pagoda su camicia con plastorn e jeans in denim delavè, shopping bag in craquelè con frange e cristalli e anello in argento con calcedonio nero” . Al di là delle accurate descrizioni, per quello che mi riguarda quella manica destra potrebbe anche appartenere alla divisa del guardiacaccia appostato per studiare i movimenti migratori delle beccacce, per cui chiederei ai signori fotografi di moda di lasciare i virtuosismi a casa e alla case di produzione di risparmiarsi location esotiche. Per me purchè si veda bene il vestito, come sfondo va bene pure il Mc Drive di Casal Pusterlengo. C) Non c’è anno in cui gli stilisti non si ripromettano di essere di buon esempio e di far sfilare solo ragazze in carne. Poi iniziano le sfilate e se ad Anna Wintour ospite di Versace parte incidentalmente uno starnuto in prima fila, la modella di fronte a lei si ritrova in un attimo ad ancheggiare sulla passerella di Armani nel padiglione accanto. D) Ci ho riflettuto a lungo ma al momento non ho ancora trovato un valido motivo per cui le modelle debbano girare per Milano col book sotto braccio. Ho capito che è il loro stumento di lavoro ma io non vedo pasticceri girare con la bilancia pesa alimenti sotto l’ascella, per cui qui, oggi, si sancisce in via definitiva e perentoria che la spiegazione è una sola: se la tirano. E) Trovo sfacciatamente offensivo il fatto che gli stilisti, per lanciare un nuovo modello di borsa il cui prezzo al pubblico si aggira sui tremila euro, la regalino a Victoria Beckham o a Nicole Kidman. Le tizie, al massimo, la utilizzeranno una volta e per infilarci il chihuahua, per cui non vedo tutta questa gran pubblicità. Le regalassero alle segretarie e garantisco che non se le staccherebbero da sotto il braccio neanche per farsi vaccinare contro l’influenza a. F) Vorrei ricordare alla gran quantità di stylist gay con guanti e pashmina che si incontrano con una certa facilità per Milano che ad una donna normale, specie di primo mattino, capita di uscire di casa affannata e senza fare un gran caso agli abbinamenti borsa-scarpe o gonna-cappotto. Insomma, capita di uscire con la felpa del villaggio vacanze, il fuseaux grigio topo e il pellicciotto ecologico. Questo, mio caro stylist, non è un valido motivo per guardarci con la faccia di quello che ha appena trovato un toupè nella carbonara.

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