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Il favoloso mondo di Nicole (!)

Affaritaliani ha affidato una rubrica su attualità e costume a Nicole Minetti e fin qui nulla da dire visto che la poliedricità della ragazza andava premiata. Non so voi ma io non ho mai incrociato sul mio cammino un’unica persona capace di essere contemporaneamente consigliere comunale, coloradina, briffatrice di bunga bunga, affidataria di nipoti eccellenti e ora anche penna sapida e ficcante. (dimenticavo che è anche madrelingua inglese e la dimestichezza con la lingua è cosa assai apprezzata dal nostro presidente, non ce lo dimentichiamo) E non pensate che l’articolo sia opera di un ghostwriter perchè manco Sandro Bondi drogato al supermercato sarebbe in grado di partorire un capolavoro simile. La penna è minettiana, non ci piove. La prima sorpresa è nella scelta del titolo della rubrica, “Il favoloso mondo di Nicole”. Se siete scettici e vi pare che i punti di contatto col celebre film e la deliziosa protagonista Amelie Poulain siano inesistenti, vi rammento che il suo più caro amico era un nano da giardino che viaggiava in giro per il mondo, per cui io questa gliela passo. Poi c’è l’incipit fiabesco, ad effetto. E qui il dubbio che il ghostwriter ci sia e si tratti di Cristina D’Avena al sesto cristallo di crack, lo confesso, m’è venuto. Ecco cosa scrive la M-inetta: “Cenerentola litigava con le sorellastre per andare al ballo, mentre la Bella addormentata senza l’aiuto delle fatine non sarebbe mai stata baciata dal principe. Un’altra Bella, fatalmente innamorata di una bestia, sfidava i pregiudizi della città infischiandosi delle preoccupazioni del babbo. Puffetta poi, godeva allegramente della sua beata condizione di unica femmina del villaggio, e Biancaneve viveva addirittura con 7 uomini. Invece, non ho ricordi di una principessa manifestante, e nemmeno di una fiaba che iniziasse con “C’era una volta in piazza..”. Allora. Fermi tutti. Qui si ricorre all’uso della metafora, mica cotica. Qui la signorina dimostra di saper passare dalle figure di merda alle figure retoriche con trasversalità invidiabile e sapiente. Tanto di cappello. E analizziamole ‘ste metafore. Cenerentola è lei che, poveretta, andava perfino a raccattare bollette e conti da pagare alle sorellastre De Vivo. La zucca aveva il fermo amministrativo e la scarpetta della storia aveva il doppio rialzo nascosto nella suola ma sono particolari. La Bella è sempre lei e qui dopo “culo flaccido” (anzi, “flaccid ass” che lei è madrelingua inglese, oh) Silvio si fa dare pure della Bestia. E ci piazza dentro pure il padre che era preoccupato ma lei se ne infischiava (il padre era preoccupato che la Bestia avesse intestato un appartamento alla Fico, mica della moralità della figlia). Poi si passa a Puffetta e a questo punto mi sono un po’ persa. Grande puffo non ciucciava iodosan e mi pareva blu dalla nascita, ma non conosco l’esatta genesi dei puffi quindi magari erano fucsia e sono diventati blu dopo l’assunzione massiccia di viagra in previsione di un rito sodomita ai danni di Birba, che ne so. E infine ci schiaffa dentro pure Biancaneve che viveva con sette uomini e finalmente la metafora è cristallina: Biancaneve era un bel po’ più zoccola di Ruby perchè dormiva con sette nani alla volta anzichè con uno. Poi va avanti e passa ai vaneggiamenti veri e propri: “Concedetemi l’ironia, non affrettatevi a giudicarla superficialità. Se avete deciso di dedicare tempo a queste righe, concedetevi il lusso di arrivare alla fine; usate pure l’occhio critico, ma almeno, lasciate l’altro libero di guardare oltre, e perché no, di divertirsi. Il mio commento non è riservato a quante, tante, domenica si uniranno, in piazza o anche solo idealmente. Piuttosto, il mio scritto è un messaggio a destinatario sconosciuto, donne e uomini, affezionati lettori o elettori disaffezionati. So bene che chi legge potrà continuare a non ascoltare, o peggio, alzare ancora di più la voce per coprire la mia. Dall’altra parte però, una voce fuori dal coro suona sempre come una sorpresa: brutta se stonata, ma se armoniosa, può far udire il cosiddetto “canto segreto delle sirene”. A parte che il cosiddetto sarebbe il “canto delle sirene” senza segreto, i segreti sono quelli di Brokeback mountain e riguardano Lele Mora e Fabrizio Corona, ma questa è un’altra costola della faccenda e per ora la lascerei da parte. Il punto è: che voleva dire la M-inetta? Dobbiamo legarci all’albero maestro di una nave per resistere all’impulso di andarla a cercare dopo la lettura di ‘sta boiata? “Esco quindi così, con una bandiera bianca, sventolata non senza timore, ma anche con un pizzico di provocazione. E non intendo quel tipo di “provocazione” che associamo alla mia figura. Mi riferisco piuttosto a quella caratteristica femminile che ci è data in dote, innata e per natura innocua, che scopriamo con l’adolescenza e curiamo in giovinezza, e che da sempre (nelle favole e non) sappiamo sfoderare all’occorrenza: la grazia.” Ah ah ah ah ah ah ah ah ah. Scusate, mi ricompongo. La grazia. “Vecchio pezzo di merda culo flaccido cazzo porca merda” sono solo alcuni dei passaggi più aggraziati delle intercettazioni che la riguardano. “Non cediamo alla banale uniformità bella/stupida, è un risultato parziale. Consideriamo nella somma tutti i fattori, e dimostriamo che il risultato cambia ogni volta. Prendiamo l’esempio di una donna, oggi, che lavora: se nell’operazione aggiungiamo i doveri professionali, il ruolo di madre e lo stato di moglie, non possiamo escludere i fattori suoi più personali: l’amore per sé stessa e per la sua immagine, la sua intimità.” Se la M-inetta si azzarda a fare la paladina del femminismo e a sostenere (lei) che bella non è uguale stupida, io oggi me ne vado in giro a insultare le donne al volante, a mettere una mano sul culo alle tizie con la minigonna perché se la sono cercata e potrei arrivare a commettere un atto estremo, tipo l’autoinfibulazione. Per piacere. “Se pensiamo all’immagine di una giovane universitaria, dovremo sommare ai compiti di studentessa impegnata, il suo diritto di essere una ragazza libera, che gioca un ruolo ancora non definito nel mondo. Non possiamo condannare un’immagine “omologata” se noi per prime ci inscatoliamo in pacchetti preconfezionati: la madre di famiglia o l’amante, la brava ragazza o la perduta. La bella o la brutta-ma-intelligente. Come la bellezza non è un valore assoluto, tantomeno può essere un metro di giudizio. Possiamo scegliere quanto e come distinguerci, grazie a un ventaglio di qualità fisiche e intellettuali, proprie e tutte diverse. Abbiamo una vita per fare bene, e la stessa vita per compiere errori, di calcolo o di consapevole imprudenza. Ma possiamo pur sempre cambiare. E il modo per farlo non sarà urlare tutte insieme uno slogan, ma forse, parlarci.” Qui l’abbiamo persa definitivamente. Il silicone deve essere entrato pesantemente in circolo o mentre lei era in bagno a farsi il french, Marystell continuava a scrivere sul suo computer o sono io che mi sono inscatolata in un pacchetto preconfezionato e son lì che alito sul cellophane mentre lei si sistema le extension sulla camicia bianca da brava ragazza. Fatto sta che io di quello che volesse dire in quest’ultimo passaggio non ho capito su per giù una cippa. Solo che l’alternativa al manifestare è parlare con lei, dunque se nei prossimi mesi mi vedrete in piazza accanto al wwf, agli operai della Fiat, alle fan delle Winx, ai logopedisti padani e ai rutilisti zoppi, beh, sapete il perché.

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