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Incontrare un giorno il suv di Lapo, a Milano

E fu così che quattro giorni dopo la faccenda del suv che blocca il tram e lo scampato linciaggio, colei che scrive, quel suv, se lo ritrovò davanti. Non è che riconoscerlo sia stata una gran fatica, visto che a fare shopping a due passi dal duomo con una jeep mimetica, potevano essere solo due personaggi: Lapo Elkann o il generale Schwarzkopf. E siccome il generale ha chiuso con le guerre da un po’ e del mimetico faceva un uso corretto (mimetizzarsi nel deserto o in conferenza stampa), l’unico indiziato è rimasto lui, Lapo, che di guerre ne tiene in piedi un bel po’, da quella fredda con le donne a quella nucleare coi congiuntivi e che con rara scaltrezza, utilizza il mimetico, non per confondersi ma per farsi notare. Per personalizzare mica una Vespa o il cinturino di un orologio, no, un suv. E per far sì che una semplice passante come me, in un tranquillo pomeriggio di shopping, intuisca al volo che quella jeep parcheggiata nell’area destinata al carico e scarico merci sia la sua, quella del tram e dei passanti che volevano mimetizzare anche i connotati di Lapo, sulla carrozzeria. Un modo astuto per brandizzare le boiate, oserei dire. La passante prova a trovargli un alibi, ma gli riesce difficile immaginare Lapo nell’atto di compiere una qualsiasi attività che preveda la fatica fisica, figuriamoci se se lo vede scaricare qualcosa. S’è pure inventato gli occhiali in carbonio, Lapo, per dover sopportare al massimo tre grammi di peso sulla testa cervello compreso, per cui no, le sfacchinate non sono cosa sua. La passante si avvicina al suv camouflage e sbircia l’interno. Altra sorpresa. Il sedile lato guidatore ha la cintura di sicurezza agganciata, pratica assai nota a chi non la indossa e la aggancia per zittire il bip molesto. Ora, visto che tra le categorie esentate dall’obbligo di indossare la cintura ci sono poliziotti e tassisti ma non i rampolli vagamente somiglianti al gatto Garfield in doppiopetto, viene il dubbio che Lapo usi commettere un’altra infrazione. Ma è un ipotesi, e se si vuole infierire sull’Elkann vermiglio c’è una tale rosa di certezze che limitarsi a ricamare su un presupposto, sarebbe un peccato mortale. Per esempio, la passante, se si interroga sulla vita di Lapo, non capisce molte cose. Intanto sui suoi cenni biografici. Per chi non lo sapesse, Lapo è un alpino, fatto che per uno che non è una cima, è già abbastanza paradossale. Poi si è laureato in relazioni internazionali e vabbè, Nicole Minetti è laureata con centodieci e lode e Madalina Ghenea studia fisica quantistica, per cui sorvoliamo. Il mistero più grosso riguarda il suo anno da assistente a Henry Kissinger, ovvero uno che nella sua esistenza ha avuto a che fare col Vietnam, la guerra fredda, il Watergate, Timor Est e la Realpolitik, per cui ora la domanda è: in cosa lo assisteva Lapo? Quali contributi di creatività avrà portato al buon Kissinger? Gli avrà suggerito di produrre una felpa con la scritta “Vietcong” per avvicinare il target reduci di guerra al prodotto Esercito degli Stati Uniti? Poi c’è il problema delle fisse. La prima è quella per l’italianità. Per l’orgoglio di essere italiano. Per la bandiera italiana. Che diciamocelo, esteticamente parlando è pure una mezza ciofeca ma lui la piazza dappertutto. Una roba che se Lapo fosse stato un contemporaneo di Garibaldi, l’avrebbe fatto sbarcare a Marsala con l’occhiale in carbonio. Solo che poi succede un fatto strano: il suo marchio lo chiama “Italia independent”, la sua factory creativa la chiama “Independent ideas” e la fonda il 4 luglio, che è la festa dell’indipendenza americana. Infine, che tu gli chieda che ora è o cosa ne pensi della manovra finanziaria, lui estrae dalle tasche due palline rosse contenenti i termini “brand” e “concept” e li ripete tre/quattro volte a casaccio. Cioè, è orgoglioso di essere italiano e l’italiano gli fa sostanzialmente schifo. Andateci sul sito di Italia Independent. L’introduzione recita così: “Italia Independent è un marchio di creatività e stile per “persone indipendenti” e trendsetter, la cui innovazione si basa nel coniugare fashion e design, fondere tradizione e innovazione e nel posizionarsi tra il designer wear e l’urban sport wear”. Cioè, quest’uomo non azzecca un congiuntivo dalla vittoria di Luna Rossa in Nuova Zelanda e poi parla di designer wear? L’altra fissa di Lapo è il carbonio. Io pagherei per sapere da dove gli arriva ‘sta fisima. Lui il carbonio lo deve mettere dappertutto, negli occhiali, nei caschi per la moto, nei jeans limited edition, nella sabbietta per il gatto e nel cappuccino la mattina. E il bello è che crede di convincerci a comprare le sue boiate al carbonio con i seguenti argomenti: “I jeans contenenti fibra di carbonio proteggono da scariche atmosferiche, campi elettrostatici ed emissioni elettromagnetiche.”. Qualcuno gli spiega che il suo target medio non è l’addetto alla manutenzione satelliti della base di Cape Canaveral, ma il trentenne fancazzista figlio di papà e che l’unica emissione elettromagnetica con cui ha a che fare è quella del pos che con una sola strisciata gli polverizza 1700 euro netti per gli occhiali di Lapo? Grazie. Poi c’è il capitolo casini e affini. Sta con Martina Stella, la lolita bionda più desiderata d’Italia, e viene fuori che le preferiva il trans Patrizia, all’anagrafe Donato Brocco. E tu dici vabbè, in fatti di gusti ognuno è independent. Uno può essere trendsetter e trans-setter, mica una cosa esclude l’altra, per carità. Poi va a vedere una partita degli NBA e con un intervento da bordo campo, riesce a influenzare una partita e far perdere i Raptors, che con quel nome poi mi auguro l’abbiano atteso fuori dal palazzetto per fargli testare la differenza tra la leggerezza del carbonio e la pesantezza di uno schiaffone assestato da un cestista mulatto altro 2 metri e venti. Poi la fidanzata/cugina che tu dici “Ma non erano solo i Forrester a incrociarsi tra di loro?” che posa con lui su tutti i red carpet del globo, da quello del Festival di Venezia a quello della sagra del fagiolo borlotto. E ci sarebbero anche le trovate degli occhiali in 3 D Italia Independent con effetto velluto, i mocassini scamosciati viola, gli utilissimi skateboard Independent e la casa di Lapo in zona ticinese coi Barbapapà giganti, ma mi fermerei qui, con una consapevolezza. Qualsiasi cosa faccia Lapo, ci sarà sempre una Anna Wintour di turno pronta a eleggerlo “Best dressed man”. Perchè sotto un certo reddito, se il tuo sport è inanellare boiate, ti rifilano la tessera premio “pirla senza speranza”. Ma sopra un certo reddito e con gli ascendenti giusti, quella tessera viene convertita automaticamente in carta speciale “simpatica canaglia”. E questa è la cifra di Lapo. Anzi, il suo concept.

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