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Anna Wintour e l’abito da sexy infermiera

Il mio articolo sul quotidiano Libero di oggi: Mi è venuta voglia di vestirmi da sexy-infermiera. Di murare in casa le racchie. Di tatuarmi sul piede le iniziali “S.B: tvtttb”. Di rotolarmi nel letto di Putin. Insomma, di far girare la patonza. E se Anna Wintour rilascia un’altra intervista in cui bacchetta i costumi di questa Italietta volgare e viziosa, giuro che attuo i miei propositi con una tale solerzia che al confronto Terry De Nicolò sembrerà un alto prelato dell’Opus Dei. E guardate che io non sono particolarmente selettiva in fatto di pulpiti. Ho accettato le filippiche della Carfagna sulla dignità femminile. Ho digerito le elucubrazioni del Trota sulle responsabilità delle nuove generazioni. Sarei perfino disposta a tollerare il duro j’accuse di Fabrizio Corona contro i truzzi da tatuaggio compulsivo, ma la predica da Anna Wintour non me la faccio fare. Voglio dire, durante la settimana della moda è già abbastanza urticante la visione di lei, seduta in prima fila a tutte le sfilate con l’aria perennemente schifata di quella che l’abito che sta sfilando, al massimo, lo utilizzerebbe come presina da forno. E’ già altamente intollerabile sorbirsi la piaggeria degli stilisti che spostano le loro sfilate se in quell’orario la Wintour ha deciso che ha voglia di vedere “Spongebob” su Disney Channel. E diciamocelo, sarebbero già inaccettabili anche solo quel caschetto frigido e l’occhiale scuro di colei che siccome è la vestale della moda, deve preservare da occhi indiscreti le grandi verità custodite, ovvero se il maculato reggerà un’altra stagione e se la gonna sopra il ginocchio è out. Ma la Wintour, questa volta è andata oltre. Tra una sfilata e una cena di gala, ha deciso infatti che era ora di dire la sua anche sul degrado morale di questo paese, oltre che sulle giacche destrutturate. Ha deciso di autonominarsi depositaria dell’etica e ricordarci che viviamo in una dittatura, chiedendosi, in un’intervista a Repubblica, come possiamo tollerare Berlusconi e il suo giro di ragazze e invitando le donne italiane a scendere in piazza durante le sfilate per manifestare contro il malcostume. Parole sante. Se non fosse che io le ramanzine dal sapore bolscevico e femminista da una tizia che potesse, riaprirebbe i gulag per spedirci in massa chi veste Oviesse e scioglierebbe nel grasso delle liposuzioni tutte le donne sopra la taglia 38, non me le faccio fare. Tanto per cominciare, Anna Wintour parla di dittatura. Anna Wintour, ribadisco. Roba che se Hitler è stato Fuhrer per undici anni, lei dirige “Vogue America” da ventitre e quando sente aria di colpo di stato minaccia di portarsi via fotografi, modelle e giornalisti e far diventare “Vogue” l’inserto settimanale di “Cavalli e segugi”. La filo-marxista Anna Wintour, che schifa il totalitarismo e poi impala sulle stampelle della collezione Miu Miu la giovane assistente rea di averle portato il cappuccino tiepido. Lei, che sottopone i subordinati a vessazioni psicologiche da Case Magdalene e che quando gli stilisti vengono invitati a fare dei camei nel film “Il diavolo veste Prada” fa sapere tra le righe che se solo ci provano, i loro vestiti rifiniranno su Vogue quando Alan Elkann vincerà il nobel per la letteratura. Si chiede anche come facciamo a tollerare Berlusconi e le sue ragazze, la bolscevica. E qui qualche volenteroso dovrebbe aspettare che la Wintour mettesse un piede fuori dalla limousine che la scorazza per Milano e mostrarle una bella galleria fotografica che ritrae le ragazze. Quelle ragazze lì. Si accorgerebbe, la signora Wintour, che la Polanco, Nicole Minetti, Barbara Guerra e il resto della ciurma, passeggiano beatamente in via Montenapoleone con le stesse Birkin e Kelly sottobraccio che il suo Vogue piazza in copertina sottobraccio alla modella di turno. Perchè quelle ragazze lì (e mica solo loro), sono anche il frutto del processo di rimbecillimento che la moda alimenta, coi suoi diktat beceri, il classismo odioso, l’idea indotta del finto riscatto sociale regalato dalla borsa da cinquemila euro. E quelle ragazze, a lavorare per millecinquecento euro al mese non ci vanno, perché poi tra affitto e bollette la Birkin e la tetta nuova non ci scappano. Più facile battere cassa a papi. Ci riflettesse, la signora Wintour. Infine, c’è il predicozzo sul perchè non scendiamo in piazza a protestare, noi sciocche donne italiane. A parte che la signora s’è persa il ciclone “Se non ora quando”, ma la capiamo, sarà stata molto impegnata in riunioni sull’improvvisa latitanza dei toni del kaki nelle collezioni primavera estate. Ma poi proprio lei ci viene a fare il sermone femminista? Lei che accettò di mettere Oprah Winfrey in copertina solo a patto che perdesse venti chili, lei che non vuole assistenti sopra la taglia quaranta accanto a sé, lei che utilizza solo modelle il cui peso specifico sia quello del cigno-origami? Si presentasse alla sfilata Versace con un bel panino burro e salame e poi forse ci potremmo anche credere, ai suoi rigurgiti femministi. Cominciasse la Wintour, a non mortificare la donna. E infine, una menzione speciale la merita il giornalista che le ha domandato se le sfilate di moda possono essere una risposta all’immagine degradante delle olgettine. Certo. La moda come forza salvifica. Come lavatrice morale. La Birkin di Hermes che lava i peccati della D’Addario. La stampa animalier che redime le gemelle De Vivo. L’abito chiffon, la pashmina in cachemire, la cintura di pitone, il tacco dodici che restituiscono sostanza a un paese smarrito nell’effimero. Ma per favore. E ora scusate ma mi fermerei qui, altrimenti l’abito da sexy-infermiera finisce che me lo compro davvero.

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