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Gli sfiorati

Ormai al cinema riescono a ricreare le situazioni più disparate. Effetti speciali in grado di ricostruire, clonare, distruggere, creare qualsiasi cosa. Ora la domanda è: perchè si riesce a rendere credibili le fattezze di un avatar bluastro che scorazza in una foresta tropicale cavalcando draghi volanti e TUTTE le sacrosante scene in TUTTI i sacrosanti film italiani, lapponi e americani, girate in DISCOTECA, sono finte quanto Linus che abbraccia Cecchetto? Giuro, io quando vedo gente che parlotta in discoteca nei film mi chiedo sempre se il regista durante la festa in maschera di terza media ha preso un pizzone da Batman e non ha mai messo più piede in un locale in vita sua, perchè la faccenda è sempre imbarazzante. Gente che balla come nemmeno i novantenni in balera dopo sei birre, ragazze con vestiti da Capodanno cinese, coppiette che fingono di parlottare buttando l’occhio in camera, cocktail improbabili con ombrellini che manco al battesimo della nipotina di Orietta Berti, musica uguale a quella che mettono da Zara e soprattutto, quindici comparse in tutto piazzate a macchia di leopardo per riempire la sala, che manco se apri una discoteca seminterrata il 15 d’agosto a milano, c’è così poca gente. Tutto questo per dire che ho visto l’anteprima del film “Gli sfiorati” di Matteo Rovere al cinema l’altra sera (esce al cinema il 2 marzo). Potrei raccontarvi molte cose su questo film. Che è bella la storia, tratta dall’omonimo romanzo di Sandro Veronesi, che gli attori sono eccezionali (Santamaria anche e in un ruolo inedito e sfigatissimo), che Andrea Bosca è una rivelazione (figo da morì per giunta) e che Michele Riondino (il giovane Montalbano) è un talento assoluto, ma su tutto, quello che mi ha convinta che il regista, giovanissimo, è davvero bravo, è la scena in discoteca con Asia Argento, con quell’atmosfera appiccicaticcia e claustrofobica tipica dei locali pieni . Grazie Matteo Rovere. Tu non lo sai, ma anche se il resto del film fosse stato una ciofeca, io t’avrei amato solo per questo. E invece è bello anche tutto il resto. Andate a vederlo.

La figuraccia di Kekko: aridateje il ciuccio

Allora, ormai lo saprete. Kekko, dei Modà, che poi è uno degli autori della canzone di Emma, dopo la vittoria di lei a Sanremo ha scritto su facebook questo chiacchieratissimo post: Grazie a tutti per quello che avete fatto per portare “Non è l’inferno” alla vittoria di Sanremo.E’ stata una grandissima serata e sono orgoglioso di aver contribuito a realizzare il sogno di una grandissima artista.Peccato solo che ho ricevuto ringraziamenti da tutti(addetti ai lavori, fan, discografia, radio) tranne dalla persona che ha cantanto il pezzo, che si è degnata di chiamarmi solo alle… 12 e 35 di questa mattina e al quale ovviamente non credo risponderò più al telefono.Sono rimasto seduto sul divano fino alle 9 e 15 di questa mattina sperando in un sms di risposta al mio, dove le facevo i complimenti per la vittoria finale, ma purtroppo artista e persona a volte sono due cose differenti.Sono certo che il suo futuro sarà pieno di cose bellissime e glielo auguro, ma sono altrettanto certo che non ci sarà più nessun tipo di collaborazione con lei.Buona musica a tutti…k… Pensiero personale. Kekko dei Modà ha fatto veramente una figura meschina. Ok, ti dispiace che lei, Emma, non ti abbia fatto una chiamata la sera della vittoria per dirti grazie, visto che sei uno degli autori del brano, ma solo la mattina dopo, e ci sta anche. (anche se io uno che mi scrive una ciofeca di canzone così lo querelerei, altro che grazie) E allora che fai? Pensi bene di pubblicare su fb la tua lamentela da frignone sfigato perchè “Emma è tanto cattiva-non mi ha ringraziato-mia ha anche tolto il ciuccio”, con tanto di giurin giurello “io con lei non collaborerò mai più”? Così, tanto per spostare un po’ l’occhio di bue su di te e rovinarle la festa? Io ai guastafeste tatuerei una farfalla sull’inguine con la fiamma ossidrica, giuro. Detto questo qualche piccola considerazione spiccia qua e là, sor Kekko: a) se riesci a scrivere ” …ho ricevuto ringraziamenti da tutti tranne dalla persona che ha cantanto il pezzo e al quale ovviamente non credo risponderò più al telefono” e a firmare pure delle canzoni come autore, sii grato al Creato. Più che alla Siae dovresti essere iscritto al Cepu. b) fammi capire. Tu sei stato fino alle 9,15 del mattino seduto sul divano ad aspettare un sms? Senza manco andare in bagno? Ma che t’è preso, un blocco cervicale come a Ivana nostra? Oh, ma manco la Canalis quando l’ha lasciata Clooney è rimasta dodici ore mummificata sul sofà ad aspettare un sms. Fatti una vita, dammi retta. c) “Si è degnata di chiamarmi solo alle…12,35!”. Intanto Kekko, quei puntini di sospensione davanti all’orario in cui t’avrebbe chiamato Emma cosa significano? Credi d’aver creato pathos? Credi fossimo tutti lì a darci di gomito dicendo “Sentiamo un po’ a che ora l’ha chiamato che non c’ho dormito stanotte!”? d) manco “alle dodici e trenta”, no no, specifichi “e trentacinque”. Hai chiamato a Greenwich per accertarti che non fossero magari “e trentasei”? Miiiii che stracciamaroni. e) ma poi perchè Kekko con tre kappa? Sei un Pokemon?

Belen e la farfalla

Cara Belen, scrivo “a te” e non “di te” perchè è venuto il momento che tu sappia un po’ di cose. Cose che dubito potrà mai dirti qualche alto membro del circolo di eletti che ti orbitano accanto (la Petineuse del Grande fratello, tanto per citarne uno) e che condividono con te quella sana quotidianità fatta di risse in locali pubblici, fughe a Eurodisney con i paparazzi travestiti da Super Pippo e accoppiamenti in mondovisione come lo sbarco sulla luna. Siediti, Belen. Appoggia le tue epiche terga da qualche parte e ascolta la rivelazione che ti sto per fare: succede che ormai alla tua candida estraneità a tutte le disgrazie in cui inciampi, non ci crede più nessuno, Belen. Ed è inutile che sfoderi l’occhione sgranato d’ordinanza o il mezzo sorrisino finto – svampito della serie: “Oddio, e io che a Sanremo pensavo di aver messo la mutanda contenitiva post ernia inguinale!”. Perchè vedi Belen, c’è un limite oltre il quale la provocazione diventa esibizionismo patologico. E qui la patologia è conclamata: si chiama sindrome della patonza mitomane con fenomeni di bipolarismo sparso. Mi spiego. Ti succede il fattaccio del video hard diffuso in rete. Tutta l’Italia paesi dell’Eurozona compresi apprendono che a diciassette anni cambiavi più posizioni tu di Capezzone ma vabbè, è tutta colpa di quel mascalzone argentino. Una manciata di giorni dopo viene fuori che sei incinta. La gravidanza di una showgirl media la si apprende intorno al terzo mese, nel tuo caso, ma guarda un po’, in farmacia non t’ hanno ancora battuto lo scontrino del test di gravidanza , e già la nazione sa che sei in dolce attesa. Poi il dramma e quel tuo silenzio apparentemente assennato. Insomma, una sequela di episodi disgraziati per cui viene pure da essere solidali. Povera Belen. E i commenti: del resto, per avere quel culo lì, qualcosa indietro bisognerà pur restituirlo al mondo. Finchè non esci dal guscio. Uno ti immagina acciaccata ma più matura, più sobria, provata dalla vita. Uno pensa che dopo aver spartito con la nazione l’intimità dei tuoi mugolii, ti giocherai la carta del low profile. Sposterai l’attenzione dalla patonza. E invece ricompari su Vanity fair in copertina, nuda, col tacco a spillo e una mela in mano, come Biancaneve. Ripetendo, povera Biancaneve, la manfrina della donna stuprata nella sua intimità. Del resto, la strega siamo noi altri, i cattivi. Quelli convinti che sugli scandali, ci marci. E in fondo è perfettamente normale che una turbata da quel video a luci rosse, decida di ricomparire ritratta senza manco un paio di mutande. (un po’ come se la moldava, per riscattarsi, tra un mesetto si facesse fotografare nella sala comandi della Tirrenia in perizoma e a cavalcioni del capitano). E siamo sempre noi quelli cattivi se pensiamo che tu abbia deciso di ricomparire così, solo perchè terrorizzata all’idea che quel brutto video in cui apparivi sessualmente vivace quanto un bradipo sotto lexotan, abbia intaccato più che la tua sensibilità, la tua immagine di sex symbol. Ma siccome non ti basta, e l’occasione è ghiotta, pensi bene di condividere con noi il tuo dolore per quell’intimità stuprata, presentandoti sul palco di Sanremo senza mutande. Anzi no, lasciandoci pensare che tu sia senza mutande. Non te le fossi messe davvero, non avresti potuto fare l’occhio da cerbiatta della serie “Mannaggia capitano tutte a me!”. E così noi, i beoti, tutti lì a commentare quella farfalla tatuata, a chiederci se è un omaggio a chi ti ha impollinata. Se da pupa (del boss) l’evoluzione in farfalla fosse fisiologica. Se hai un’allergia all’acrilico, visto che ‘ste mutande ti danno così fastidio. Se non è il caso che il prossimo tatuaggio sia la scritta “Ricordati di mettere le mutande” anziché un lepidottero. Ah no, giusto, le avevi le mutande. Color carne. Lo hai chiarito tu dal palco, tra un occhione sgranato e un saluto a mamma e papà. Che poi io mi chiedo: dove si trovano ‘ste mutande del colore perfetto della tua, di carne? Ci sono negozi di intimo con la cartella colori patonza come da Bricofer per le pareti di casa? E Marano, cosa è andato a fare a Sanremo, se non ha nemmeno saputo commissariare le mutande delle vallette? E allora Belen, io ti dico una cosa. Continua pure coi filmini, i fidanzati improbabili, le apparizioni da smutandata, le foto al mare mentre ti accoppi, quello che vuoi, ma la faccetta di quella a cui gli scandali capitano, suo malgrado, risparmiacela. Di quella che “Fabrizio è una testa calda ma io lo cambierò”, evitala. Perchè alla fine, vien da rivalutare Corona: lui le mutande non se l’è mai tolte. Al massimo, le lanciava dal balcone.

Sanremo 2012: chiamate Padre Amorth!

Il mio pezzo sul quotidiano Libero di oggi: Intanto partiamo col dire una cosa. Io anziché 350 mila euro a Celentano darei un’incensiera in oro zecchino a Padre Amorth e lo inviterei a fare un esorcismo nel teatro Ariston perchè su questo Festival si sono abbattute tante di quelle sfighe che manco su sette generazioni dei Kennedy. A partire dall’assenza, al debutto, della valletta Ivana a causa di quella che il bollettino medico ha definito “cervicalgia acuta con blocco vertebrale”. Cioè, su un palco in cui l’età media è quella delle querce secolari del parco di Yellowstone, l’unica ad incriccarsi come una pensionata in balera al settimo ballo di gruppo, è stata una che ha vent’anni appena compiuti. Che poi io dico, Pistorius fa i 400 metri con gli arti in fibra di carbonio, e non c’è stato un Toradol, un Voltaren, un Oki in bustina, un cazziatone di Mazza che abbia rimesso in piedi ‘sta tizia. Poi c’è stato il disguido delle votazioni. E qui devo dire che le cose avevano preso una piega sinistra fin dall’inizio. Intanto Morandi che presenta i giurati definendoli “abituali ascoltatori di musica”, che suona un po’ come “abituali consumatori di hashish”, manco fosse gente con la malsana abitudine di rollarsi una canna col biglietto dell’ultimo concerto di Povia. Poi la scelta del numero dei giurati, Trecento, che fa tanto Termopili e esercito che stramazza al suolo non sotto le lance dei persiani ma al primo acuto di Gigi D’Alessio. Infine, una strana esaltazione da parte di questi giurati che fin dal primo momento sono un tripudio di urletti, applausi e gridolini che uno si chiede se quest’anno nell’aria, a Sanremo, anziché il polline delle peonie, non voli qualche altra sostanza. Infine, nel Sanremo in clima di governo tecnico, con Rocco Papaleo che si definisce un co-conduttore tecnico, di tecnico non ha funzionato praticamente nulla. Non è ben chiaro come e perchè ma i telecomandi che dovevano servire ai Trecento per votare, non hanno funzionato, ma vista la cura generale nell’organizzazione dell’evento, è probabile che a causa di qualche disguido i giurati abbiano ricevuto una partita di telecomandi destinati ai ventilatori a pale del casinò di Sanremo. Detto questo, a un certo punto ho temuto che Morandi proponesse di votare ad alzata di mano o che mettessero una paletta in mano a Ivan Zazzaroni, ma è finita che nella serata di debutto, non s’è proprio votato con tanto di vivaci e fragorose proteste da parte dei Trecento dopati. Particolarmente impavida, in mezzo alla pioggia di fischi, la reazione di Morandi Cuor di leone. Il quale ha attribuito dapprima la responsabilità della decisione alla Rai, poi al direttore artistico Gianmarco Mazza, poi a Rocco Papaleo, poi a Schettino e infine a Gianni Alemanno, allo spread e al debito pubblico greco. Sul monologo di Celentano inutile aggiungere ulteriori considerazioni. Mi limiterò a dire che mi è parso piuttosto lacunoso. Celentano infatti, in poco più di un’ora, si è limitato a parlare di preti, aldilà, teologia cristiana e evangelica, crisi economica, malati terminali, consulta, Famiglia Cristiana, Aldo Grasso, Lorenza Lei, Angela Merkel, Sarkozy, armi, Grecia e Don Gallo, non spendendo neppure mezza parola sul tramonto della giacca strutturata, sull’eliminazione di Antonella da Amici e sul problema del punteruolo rosso. Tra l’altro, la metà degli italiani, dal suo comprensibilissimo monologo, ha dedotto che la Merkel gioca ai cavalli, Pupo è armato fino ai denti e Sarkozy sarà il prossimo direttore di Famiglia Cristiana, ma sono particolari. Che poi il criterio col quale Celentano abbia scelto proprio Pupo nel ruolo del chierico del nuovo millennio, del dotto, del detentore del sapere, è ancora un mistero. Cioè, uno che fino a ieri cantava Gelato al cioccolato dovrebbe essere il nuovo Ayatollah? E soprattutto, come potrà mai essere la parola di Celentano il Verbo, se lui i verbi non li sa manco coniugare? Piccola parentesi sulla famiglia Celentano. Tra lui, il cerbero Claudia Mori, le figlie e Alessandra Celentano viene da chiedersi : ma in dna del la famiglia Celentano l’ha studiato qualcuno? Perchè lì il gene della simpatia è dominante come quello dell’occhio azzurro in Svezia, eh. Chiuderei col dire all’Adriano nazionale che quando suggerisce a Montezemolo di fare un treno lento per poter ammirare le bellezze dell’Italia, forse dovrebbe provare a salire su un regionale Bari-Foggia sotto Pasqua. Oltre alle bellezze italiche, in quelle piacevoli 78 ore di viaggio, potrebbe assistere anche ai cambi di stagione, dal finestrino del treno. Sui cantanti, siamo onesti, c’è poco da dire, anche perchè le canzoni non le ha ascoltate praticamente nessuno. Comunque il fatto preoccupante, è che da Emma alla Civiello, le donne con tacco 12, sul palco ondeggiano con l’anca sbilenca e le gambe lievemente divaricate manco fossero reduci da una maratona di sesso con Rocco Siffredi. Da sottolineare il clamoroso infighimento di Francesco Renga: la canzone è quella che è e avesse chiesto ad Ambra la cortesia di farlo concorrere con “T’appartengo” sarebbe stato meglio, ma con barba e capello corto ha causato smottamenti ormonali e più di uno svenimento. Il parrucchino di Lucio Dalla, tanto per dirne una, è ancora in sala di rianimazione nell’ospedale di Imperia e stenta a riconoscere perfino Lucio Dalla. Dolcenera ha una bella canzone ma outfit piuttosto discutibili. In particolare, Dolcenera: sei alta 1,60 scarso e metti il tronchetto. Brava. Per la finale i pinocchietti, mi raccomando. Sull’accoppiata Bertè/Gigi D’Alessio va sottolineato il fatto che sono assortiti e credibili quanto la coppia Hug Hefner e la moglie coniglietta. Marlene Kuntz, che cantano una gran bella canzone, hanno solo un problema: tutto il testo parla di felicità e loro sul palco sono più tristi del fado portoghese il due di novembre. Irene Fornaciari partecipa con una canzone dal titolo quanto mai appropriato: Grande mistero. E qui i misteri sono due: cosa fa Irene Fornaciari il resto dell’anno? Perchè a parte quei cinque giorni a Sanremo nessuno l’ha mai vista altrove, che so, a bere un caffè al bar, lavare la macchina all’autolavaggio, nulla. Ma soprattutto: dove prende i vestiti finto hippy? Sul banco al mercato con i cd degli Intillimani e i ponchi del Machu Pictu? Infine: visto che Lucio Dalla, sul palco col giovane Pierdavide Carone, si limita ad agitare le braccia manco stesse nella palude e un alligatore gli avesse addentato un polpaccio, in che senso “lo ha accompagnato a Sanremo”? Ha guidato fino al casello Sanremo nord? E per chiudere la perla di Belen Rodriguez, che ha presentato Arisa con il gioioso annuncio: ” ‘Ecco a voi A RISSA!”, seminando il panico, perchè tutti hanno subito pensato che Corona si stesse scazzottando dietro le quinte con Beppe Vessicchio. Morale: un Sanremo davvero tecnico. Sì, tecnicamente, un’autentica ciofeca.

Precisazione su Sanremo

Mi dicono che ieri sera Rai e sala stampa fosse incazzata con me perchè a pochi minuti dal verdetto ho anticipato i nomi degli esclusi. Allora: 1) Ho ricevuto delle mail con le soffiate. Sono a casa, non a Sanremo. Casa mia non è Cuba e non c’è alcun alcun embargo (anzi, i giovani cubani sono ben accetti). 2) Le fughe di notizie dalla sala stampa ci sono, probabilmente, perchè sono accreditati 25…0 giornalisti. Se lì entra pure Tele Bim Bum Bam e Radio Ungheria (non scherzo) poi non si stupissero se qualcuno se la canta. 3) L’ho scritto 10 minuti prima del verdetto, non mi pare roba per cui debba venir giù il governo. Tanto più che di solito i giornali annunciano direttamente il vincitore una settimana prima 4) I tromboni della sala stampa che ieri sera lanciavano strali, si rendessero conto che siamo nel 2012. Pretendere che twitter o il web in generale stiano a braccia conserte aspettando che tv e cartaceo li sorpassino sulla corsia di destra con l’Ape Piaggio, è un tantino anacronistico. Voglio dire, succede. Succederà. E sarà sempre peggio. 5) Da stasera mi faccio anche i fatti miei, ma chiudo con una parola: LEGGEREZZA. Signori miei, stiamo parlando di Sanremo, ripeto, di SANREMO, non delle primarie. E’ uscita una soffiata sull’esclusione di Dalla e tanto lo sappiamo pure che stasera se non rientrerà lui ripescheranno almeno il suo parrucchino. Suvvia. Non è Wikileaks. Fatevi uno spaghetto alle vongole sul mare, date una sbirciata al culo di Ivana e fatevela passà.

La crisi economica e quella di youporn

Il mio articolo per il quotidiano Libero di oggi: Fu così che la crisi economica colpì anche il maschio italiano. E mentre sono tutti presi a discettare con preoccupazione di debito pubblico, titoli e obbligazioni, c’è uno spread di cui si parla poco ma che versa in una situazione a dir poco allarmante: lo spread del sesso, con annessi problemi di rendimento e interessi. Già. Perchè col maschio italico afflitto da incognite lavorative e problemi economici, rendimento tra le lenzuola e tasso di interesse nei confronti del mondo femminile stanno subendo un duro contraccolpo. Da donna io vi avverto: il rischio concreto è che le italiane se ne vadano a cercare maschi senza problemi di insolvenza nell’Eurozona. E le mie conclusioni allarmistiche non partono affatto da fantasie o esperienze personali, ma da una serie di dati a dir poco inquietanti che avvalorano la tesi dell’inconfutabile connessione tra crisi economica e calo della libido. Per esempio, quello che ci ha fornito in questi giorni Alexa, un’azienda americana che si occupa di analizzare il traffico internet e divulgare statistiche. Ebbene, sbirciando tra le abitudini degli internauti italiani, quelli di Alexa hanno scoperto che nel 2011, il famoso Youporn, è crollato al trentottesimo posto nella classifica dei siti più cliccati, superato di ben tre posizioni dal meno noto sito Jobrapido. Che al di là delle apparenze, non è un sito dedicato a chi soffre del delicato problema di eiaculazione precoce, ma una sorta di gigantesca bacheca virtuale con offerte di lavoro da tutto il mondo. Insomma, gli italiani, in tempo di crisi, sono decisamente più interessati alla propria posizione lavorativa che alle posizioni del kamasutra. E a questo punto, per noi povere donne, si prospettano scenari decisamente inediti: intanto cominceremo a svegliarci nel cuore della notte accorgendoci che nostro marito non è a letto ma davanti al computer con gli occhi cerchiati e l’aria infoiata perchè sta chattando col direttore personale della Folletto srl che gli propone un posto di rappresentante nell’area del Lodigiano. Poi, per fare in modo di risultare minimamente desiderabili, dovremo abbandonare pizzi e guepiere, chiuderci in una capsula abbronzante, indossare un tailleur, cotonarci un po’ la cofana e somigliare almeno vagamente ad Emma Marcegaglia. Qualora il travestimento non sortisse l’effetto desiderato, non ci rimarrebbe che ricorrere al deprecabile ma necessario turismo sessuale. Inutile dire che se la crisi ha ammosciato il maschio italiano, vanno evitate come la peste allegre scampagnate in Spagna e Grecia. Se tanto mi dà tanto, in Spagna di minimamente testosteronico saranno rimasti solo i tori da corrida e in Grecia, suppongo che il maschio locale in questo momento pensi al sesso quanto Borghezio alla carenza degli ospedali in Sudan. E non stento a credere alle voci secondo le quali ad Atene pare che attualmente, l’unico accoppiamento ancora praticato sia quello feta/moussaka e che a Salonicco, Youporn sia stato superato anche da www.abititalari.com e lecoppoledilucasardella.it. Insomma, per trovare un maschio rampante e appagato, un maschio il cui desiderio sessuale sia amplificato da successi lavorativi e un’economia galoppante, non ci resta che migrare in Cina o in India. Se è vero che libido e economia felice vanno a braccetto, lì il maschio medio dovrebbe attaccare al muro anche Lucia Annunziata in divisa da vigile del fuoco, per cui l’Oriente, amiche mie, è la nostra via di salvezza. E non ci resta che sperare che i cinesi, famosi per riuscire a clonare qualsiasi cosa, riescano a riprodurre perfettamente le performance di Rocco Siffredi in alcune delle sue pellicole più indimenticabili. I maschi sono avvisati: se nei prossimi mesi la zona Paolo Sarpi a Milano e tutti i quartieri cinesi d’Italia saranno improvvisamente popolati da orde di casalinghe e femmine italiane di ogni età, non è perchè andremo a fare scorta di calzini a due euro. Ci pensasse, l’uomo italiano, prima che la situazione degeneri. Perchè se non se n’è ancora accorto, le agenzie di rating lo hanno già declassato dalla tripla A dei bei tempi in cui il playboy nostrano era il massimo dell’affidabilità sul mercato del maschio mondiale, alla doppia B del maschio odierno. Stanco, pigro, demotivato, precario anche nel desiderio e ormai irrimediabilmente abitudinario e privo di fantasia. Ricominciate a stupirci, mie cari maschi italiani. Non solo il sabato sera, non solo se il lavoro va bene, non solo se lo spread s’abbassa. O almeno, non solo nel solito letto matrimoniale. L’ha detto pure Monti: il posto fisso è una noia.

#copiaeincrozza anche dal sito Spinoza

Sul caso #copiaeincrozza mi sono arrivate un sacco di segnalazioni che più o meno dicevano la stessa cosa: “Non era la prima volta che scopiazzava dal web”. Delle tante, ne ho scelta una che toglie ogni dubbio sul fatto che i suoi autori abbiano la poco corretta abitudine di attingere dal web. In questo caso, la battuta incriminata è stata presa dal famoso sito Spinoza, non su Twitter. E Spinoza è un “laboratorio di satira”, dove si studiano e elaborano battute. Molti di coloro che ci scrivono sono professionisti. (ed alcuni hanno lavorato anche con Crozza) Le battute non sono di dominio comune. Poi ovviamente vengono messe a disposizione di tutti sulle pubblicazioni ufficiali di Spinoza e chiunque se le può condividere (possibilmente citando Spinoza o l’autore). Sul forum Spinoza il 12-12-2011 un’autrice posta la seguente battuta sul caso della moneta padana (verificate qui): Io vivo nel covo leghista e posso darvi alcune anticipazioni certe: L’Umberta è l’unità di misura e al cambio vale 5 euro. per fare un’Umberta ci vogliono 10 Trota Un Trota vale 10 Maroni I millesimi di Umberta sono i Borghezi. Ma non se ne trovano più in circolazione da tempo. Augh. Il giorno dopo (guarda caso), sempre nel suo monologo per Ballarò, Crozza fa una battuta molto simile, cambiando qualcosa qua e là. E qui non mi venissero a dire che hanno avuto la stessa idea: (la dice al minuto 7:20)

Il caso #copiaeincrozza

Il mio pezzo sul quotidiano Libero di oggi sul caso #copiaeincrozza: Che ghiaccio e neve siano un argomento scivoloso, se lo ricorderanno non solo gli italiani che in questi giorni si sono ritrovati con un’anca fratturata o la macchina messa di traverso sulla Bologna-Modena, ma soprattutto Gianni Alemanno e Maurizio Crozza. Sconfitti l’uno dal freddo e l’altro da una freddura. Il primo per le ragioni che tutti conosciamo, ovvero per aver sottovalutato il fatto che Roma rischia la paralisi anche se apre un punto Trony con gli iphone al trenta per cento o una turista tedesca si sfila il reggiseno a un semaforo della Cassia, figuriamoci con una copiosa nevicata. Il comico genovese perchè ha pensato bene di saccheggiare twitter per infarcire di battute non proprio originalissime il suo consueto monologo per Ballarò . E siccome sottovalutare il web, di questi tempi, è pericoloso quanto sottovalutare il meteo, il povero Crozza ha pagato l’ingenua imprudenza di passeggiare per twitter senza Moon Boot, portandosi a casa una serie di clamorosi soddisfazioni, e cioè : a) numerosi hashtag a lui dedicati tra cui un memorabile #citalafontecazzo e l’ormai noto e geniale #copiaeincrozza, che è stato il trending topic del giorno battendo anche un avversario di tutto rispetto, ovvero #Milan – Juve b) la promozione, a furor di popolo, a “zimbello del web”, tant’è che amici e familiari di Schettino gli hanno inviato una cassa di Cristal dell’81 in segno di riconoscenza per aver spostato l’attenzione dal capitano. c) un’infinità di discussioni al riguardo sui vari social network in cui l’opinione pubblica è nettamente spaccata in due: innocentisti e colpevolisti. I primi sono convinti che Crozza abbia scopiazzato da twitter, i secondi sono convinti che lo abbiano fatto i suoi autori. Ma questo è il malfidato, mitomane, sospettoso popolo della rete, perchè poi c’è una larga fetta di persone che credono all’assoluta originalità dei testi del comico. Io, per esempio, credo fermamente a Crozza. E pure all’amore tra Briatore e la Gregoraci, ai Ching, alla licantropia, ai poltergeist e al valore estetico del riporto del ministro Moavero Milanesi. Che poi vediamole queste famose battute pronunciate dal comico genovese e identiche ad alcuni tweet : “Altro che Veltroni, una notte bianca del genere è stata indimenticabile!”, “Alemanno ha detto che è un complotto per togliere le olimpiadi a Roma.. e vabbè ti danno quelle invernali!”, “Papa Ratzinger era preoccupato perchè gli avevano detto che a Roma nevica ogni morte di papa”. Onestamente, sono così brutte che io fossi al posto di Crozza mi guarderei bene dall’attribuirmene la paternità e anzi, sosterrei con forza di averle copiate. E invece no, il comico ha tentato una debole difesa inviando una lettera al Corriere.it in cui afferma, testuale “Io twitter non ce l’ho!”. E proprio in questo passaggio c’è la chiave di tutto. Perchè twitter non lo “si ha”. Non è uno smartphone, un coltellino da campeggio, un animale da compagnia, che “ce l’hai”. Non è che te lo metti sulla mensola tra gli incensi di Zara Home e il cigno di cristallo. E quei pochi che ce l’hanno davvero, twitter, poiché hanno la fortuna di essene azionisti, temo non sarebbero credibili nel ruolo di comici di sinistra né di portavoce delle classi proletarie. Su twitter, SI E’, al limite. E dicevo che questa inesattezza è la chiave dello scivolone, perchè oggi, chi attinge dalla rete scopiazzando video, testi e battute con la convinzione di rimanere impunito, vuol dire che non ha capito nulla della rete. Che non ha capito il senso critico, la soglia dell’attenzione, l’ironia caustica e la capacità di giudizio di chi oggi sui social scrive, interagisce, comunica e, ahimè, presidia. Vuol dire che non ha capito che la rete non perdona. Nulla. Né gli accenti sbagliati della Satta, né il tweet classista di Bolle, né la scopiazzatura selvaggia. E soprattutto, oltre a sottovalutare la solidarietà irriverente di chi la rete la popola, dimostra di non aver capito che un comico televisivo, oggi, non può ignorare cosa accade sul web. Perchè c’è una generazione, quella sotto i vent’anni, per cui la tv comincia a sembrare un fossile e Crozza un signore antidiluviano che dice “non ho twitter” e non si accorge che le battute che gli hanno messo in bocca circolano in rete da giorni. ( e qui Fiorello docet) Ci sarebbe poi da aprire una lunga parentesi sui suoi autori. Autori che probabilmente, visto che i testi sono destinati a Ballarò, hanno un concetto proletario della rete: quello che ci finisce è di tutti e neanche la delicatezza di citare la fonte. Che poi diciamocelo, fior di autori strapagati per partorire un monologo a settimana di pochi minuti, così poco ispirati da attingere dai tweet di studenti e impiegati. Fossi Crozza, io anziché costringerli a pensare a nuove battute sull’emergenza neve, i suoi autori li manderei una settimana a spalarla, ‘sta neve. Certo, c’è l’alibi del tramonto di Berlusconi e del tragico impoverimento di repertorio, per i comici di sinistra, ma almeno l’ex premier un merito incontestabile ce l’aveva: prima di raccontare una sua barzelletta cretina, premetteva sempre: “Questa me l’ha raccontata Putin!”. Lui, sul copyright, mai uno scivolone. E col suo tacco sei, tanto di cappello. P.s. Suggerisco la seguente linea di difesa per Crozza. Iniziare, con un certo piglio, il suo prossimo monologo a Ballarò con la seguente frase: “Quando rubi da un autore, è plagio; quando rubi da tanti, è ricerca”. E’ una frase di Wilson Mizner, ma può tranquillamente evitare di citare la fonte. Tanto è morto nel 1933, su twitter non c’è.