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Sanremo 2012: chiamate Padre Amorth!

Il mio pezzo sul quotidiano Libero di oggi: Intanto partiamo col dire una cosa. Io anziché 350 mila euro a Celentano darei un’incensiera in oro zecchino a Padre Amorth e lo inviterei a fare un esorcismo nel teatro Ariston perchè su questo Festival si sono abbattute tante di quelle sfighe che manco su sette generazioni dei Kennedy. A partire dall’assenza, al debutto, della valletta Ivana a causa di quella che il bollettino medico ha definito “cervicalgia acuta con blocco vertebrale”. Cioè, su un palco in cui l’età media è quella delle querce secolari del parco di Yellowstone, l’unica ad incriccarsi come una pensionata in balera al settimo ballo di gruppo, è stata una che ha vent’anni appena compiuti. Che poi io dico, Pistorius fa i 400 metri con gli arti in fibra di carbonio, e non c’è stato un Toradol, un Voltaren, un Oki in bustina, un cazziatone di Mazza che abbia rimesso in piedi ‘sta tizia. Poi c’è stato il disguido delle votazioni. E qui devo dire che le cose avevano preso una piega sinistra fin dall’inizio. Intanto Morandi che presenta i giurati definendoli “abituali ascoltatori di musica”, che suona un po’ come “abituali consumatori di hashish”, manco fosse gente con la malsana abitudine di rollarsi una canna col biglietto dell’ultimo concerto di Povia. Poi la scelta del numero dei giurati, Trecento, che fa tanto Termopili e esercito che stramazza al suolo non sotto le lance dei persiani ma al primo acuto di Gigi D’Alessio. Infine, una strana esaltazione da parte di questi giurati che fin dal primo momento sono un tripudio di urletti, applausi e gridolini che uno si chiede se quest’anno nell’aria, a Sanremo, anziché il polline delle peonie, non voli qualche altra sostanza. Infine, nel Sanremo in clima di governo tecnico, con Rocco Papaleo che si definisce un co-conduttore tecnico, di tecnico non ha funzionato praticamente nulla. Non è ben chiaro come e perchè ma i telecomandi che dovevano servire ai Trecento per votare, non hanno funzionato, ma vista la cura generale nell’organizzazione dell’evento, è probabile che a causa di qualche disguido i giurati abbiano ricevuto una partita di telecomandi destinati ai ventilatori a pale del casinò di Sanremo. Detto questo, a un certo punto ho temuto che Morandi proponesse di votare ad alzata di mano o che mettessero una paletta in mano a Ivan Zazzaroni, ma è finita che nella serata di debutto, non s’è proprio votato con tanto di vivaci e fragorose proteste da parte dei Trecento dopati. Particolarmente impavida, in mezzo alla pioggia di fischi, la reazione di Morandi Cuor di leone. Il quale ha attribuito dapprima la responsabilità della decisione alla Rai, poi al direttore artistico Gianmarco Mazza, poi a Rocco Papaleo, poi a Schettino e infine a Gianni Alemanno, allo spread e al debito pubblico greco. Sul monologo di Celentano inutile aggiungere ulteriori considerazioni. Mi limiterò a dire che mi è parso piuttosto lacunoso. Celentano infatti, in poco più di un’ora, si è limitato a parlare di preti, aldilà, teologia cristiana e evangelica, crisi economica, malati terminali, consulta, Famiglia Cristiana, Aldo Grasso, Lorenza Lei, Angela Merkel, Sarkozy, armi, Grecia e Don Gallo, non spendendo neppure mezza parola sul tramonto della giacca strutturata, sull’eliminazione di Antonella da Amici e sul problema del punteruolo rosso. Tra l’altro, la metà degli italiani, dal suo comprensibilissimo monologo, ha dedotto che la Merkel gioca ai cavalli, Pupo è armato fino ai denti e Sarkozy sarà il prossimo direttore di Famiglia Cristiana, ma sono particolari. Che poi il criterio col quale Celentano abbia scelto proprio Pupo nel ruolo del chierico del nuovo millennio, del dotto, del detentore del sapere, è ancora un mistero. Cioè, uno che fino a ieri cantava Gelato al cioccolato dovrebbe essere il nuovo Ayatollah? E soprattutto, come potrà mai essere la parola di Celentano il Verbo, se lui i verbi non li sa manco coniugare? Piccola parentesi sulla famiglia Celentano. Tra lui, il cerbero Claudia Mori, le figlie e Alessandra Celentano viene da chiedersi : ma in dna del la famiglia Celentano l’ha studiato qualcuno? Perchè lì il gene della simpatia è dominante come quello dell’occhio azzurro in Svezia, eh. Chiuderei col dire all’Adriano nazionale che quando suggerisce a Montezemolo di fare un treno lento per poter ammirare le bellezze dell’Italia, forse dovrebbe provare a salire su un regionale Bari-Foggia sotto Pasqua. Oltre alle bellezze italiche, in quelle piacevoli 78 ore di viaggio, potrebbe assistere anche ai cambi di stagione, dal finestrino del treno. Sui cantanti, siamo onesti, c’è poco da dire, anche perchè le canzoni non le ha ascoltate praticamente nessuno. Comunque il fatto preoccupante, è che da Emma alla Civiello, le donne con tacco 12, sul palco ondeggiano con l’anca sbilenca e le gambe lievemente divaricate manco fossero reduci da una maratona di sesso con Rocco Siffredi. Da sottolineare il clamoroso infighimento di Francesco Renga: la canzone è quella che è e avesse chiesto ad Ambra la cortesia di farlo concorrere con “T’appartengo” sarebbe stato meglio, ma con barba e capello corto ha causato smottamenti ormonali e più di uno svenimento. Il parrucchino di Lucio Dalla, tanto per dirne una, è ancora in sala di rianimazione nell’ospedale di Imperia e stenta a riconoscere perfino Lucio Dalla. Dolcenera ha una bella canzone ma outfit piuttosto discutibili. In particolare, Dolcenera: sei alta 1,60 scarso e metti il tronchetto. Brava. Per la finale i pinocchietti, mi raccomando. Sull’accoppiata Bertè/Gigi D’Alessio va sottolineato il fatto che sono assortiti e credibili quanto la coppia Hug Hefner e la moglie coniglietta. Marlene Kuntz, che cantano una gran bella canzone, hanno solo un problema: tutto il testo parla di felicità e loro sul palco sono più tristi del fado portoghese il due di novembre. Irene Fornaciari partecipa con una canzone dal titolo quanto mai appropriato: Grande mistero. E qui i misteri sono due: cosa fa Irene Fornaciari il resto dell’anno? Perchè a parte quei cinque giorni a Sanremo nessuno l’ha mai vista altrove, che so, a bere un caffè al bar, lavare la macchina all’autolavaggio, nulla. Ma soprattutto: dove prende i vestiti finto hippy? Sul banco al mercato con i cd degli Intillimani e i ponchi del Machu Pictu? Infine: visto che Lucio Dalla, sul palco col giovane Pierdavide Carone, si limita ad agitare le braccia manco stesse nella palude e un alligatore gli avesse addentato un polpaccio, in che senso “lo ha accompagnato a Sanremo”? Ha guidato fino al casello Sanremo nord? E per chiudere la perla di Belen Rodriguez, che ha presentato Arisa con il gioioso annuncio: ” ‘Ecco a voi A RISSA!”, seminando il panico, perchè tutti hanno subito pensato che Corona si stesse scazzottando dietro le quinte con Beppe Vessicchio. Morale: un Sanremo davvero tecnico. Sì, tecnicamente, un’autentica ciofeca.

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