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Tripadvisor e il paese in cui si sentono tutti Carlo Cracco

Prima o poi doveva succedere. A furia di improvvisarsi critici gastronomici, gli utenti di Tripadvisor cominciano a passare qualche guaio. La prima italiana che inaugura la stagione della controffensiva legale dei ristoratori, è una professoressa di Bologna, che tornata a casa dopo una cena in una nota osteria del centro, ha fatto quello che ormai fanno un milione e duecentomila italiani dopo essere stati al ristorante : ha aperto il suo computer, è andata sul più grande portale di viaggi del mondo e ha scritto, testuale, che in quell’osteria “il vino era imbevibile. Neanche avariato, ma una roba da creare problemi di salute”.

Dopo di che, non è ben chiaro se abbia chiamato il notaio per fare testamento o se sia andata al pronto soccorso implorando una lavanda gastrica, ma qualcosa mi dice che in realtà se ne sia rimasta davanti al computer a vedere se gli altri utenti le dessero ragione.

Di sicuro, non le ha dato ragione il proprietario dell’osteria bolognese, che alla lettura del suo commento, non ha di certo stappato una bottiglia. E non per evitare la reiterazione del reato di avvelenamento etilico, ma perché alquanto imbufalito, è andato alla prima stazione di polizia e ha denunciato la professoressa per diffamazione.

Lo ammetto. Pur riconoscendo l’utilità di un portale in cui gli utenti possono confrontarsi liberamente sui servizi degli hotel e sulla qualità del cibo servita nei ristoranti, io nutro una profonda e radicata insofferenza per Tripadvisor e per tutti quei portali che contribuiscono alla creazione del Mostro Utente. Conosco i limiti dell’eccesso di democrazia sul web, conosco i limiti dell’anonimato 2.0 che apre le strade a meschinità e vigliaccate assortite, conosco certi italiani e la mitomania imperante alimentata da social, forum e portali in cui i contenuti li crea l’utente e dichiaro che la lettura dei giudizi degli utenti su Tripadvisor, Booking e altri portali di viaggi, mi provoca una straziante mestizia.

Fatevi un giro su questi siti e vi farete una vaga idea di quello di cui sto parlando. Viviamo in un paese in cui ci facciamo andar bene tutto -ingiustizie, arroganza, corruzione, sopraffazione, mediocrità – ma se l’argomento è la melanzana alla parmigiana o la cotoletta milanese, il petto si gonfia di italico orgoglio e ci trasformiamo in un popolo di implacabili giudici del gateau di patate. Basta scegliere un ristorante a caso e leggere i giudizi degli utenti medi. Chi apostrofa una bistecca come neanche un pirata della strada che ha falciato il suo chihuahua. Chi ha calcolato il tempo medio tra una portata e l’altra ricavandone un algoritmo che ti dirà in quanto digerirai il tiramisù. Chi si improvvisa arredatore e critica aspramente l’abbinamento tovaglioli blu/tovaglia azzurra sostenendo che cozza con l’aspetto cromatico dei frutti di bosco ordinati a fine pasto. Chi sottolinea la cafonaggine dei camerieri fornendo, nel migliore dei casi, dei ritratti psicologici dei suddetti che neppure Freud nei suoi momenti migliori e, nel peggiore dei casi, l’indirizzo di casa per andarli a prendere a mazzate poiché colpevoli di non aver messo il cioccolatino sul piattino del caffè. Un tale mix di boria e gastronomica sicumera che Bastianich al confronto ha l’umiltà del lavapiatti.

Ma non è finita qui, perché l’utente medio è anche light designer navigato e ha da ridire sulla luce dei faretti che illuminano la vasca con le aragoste. Ferrato entomologo, poiché in grado di classificare tutte le specie di zanzare presenti nel giardinetto interno del ristorante, affermando che alcuni clienti sono stati fulminati dalla malaria prima di riuscire a terminare il dessert. Rigidissimi assessori all’urbanistica, visto che in molti lamentano ubicazione del ristorante, scelta del quartiere in cui è stato aperto, scarsa illuminazione del parcheggio e fantasia delle tende della signora del piano sopra al ristorante.

E lo stesso vale per i giudizi sugli alberghi. Tu vuoi sapere com’è un albergo a Luxor e anziché trovare commenti su quello che vedi dalla finestra, gli italiani non fanno che commentare cosa vedi nel piatto. O al massimo, scrivono: “Ah sì, bella la vista sul Nilo, ma la pasta era scotta, la carne troppo speziata, un giorno le patate erano crude, nel fritto si sentiva che l’olio era di girasole, il carrello dei dolci molto limitato, l’acqua troppo gassata e il caffè italiano è un’altra cosa”. Quelli che tornano e gli chiedi: “Ma quando siete usciti, siete stati al Tempio di Karnak?” e loro ti rispondono: “No guarda, abbiamo cercato un ristorante italiano, di quelli egiziani non ci fidavamo”.

Per quello che mi riguarda, i ristoratori fanno bene a difendersi, tanto più che Tripadvisor declina ogni responsabilità sui contenuti, pur essendone a tutti gli effetti il proprietario, e rifiuta il concetto di tracciabilità dell’utente invocando la famosa democrazia 2.0.

Ovviamente, la tracciabilità gli farebbe perdere una buona parte di quelle 100 milioni di recensioni postate fino ad oggi dagli utenti di tutto il mondo, con gli italiani in prima linea nella feroce guerra al rigatone scotto. In compenso, udite udite, Tripadvisor ha creato un attentissimo team antifrode a Londra formato da settanta persone. Sì, avete capito bene, settanta persone che vigilano su una media di sessanta commenti al minuto postati in tutte le lingue del mondo. Immaginate un ligio dipendente londinese dell’ufficio antifrode di Tripadvisor che si trova a giudicare il seguente commento alla pizzeria “Da Ciro” a Napoli “’A pizz’ era ‘na chivica. Manco e cane. Puozze sculà!”. Ovviamente, questo caos di giudizi a briglie sciolte, ha creato ulteriori mostri: oltre agli utenti mitomani, ci sono orde di ristoratori anonimi che demoliscono ristoranti concorrenti, consulenti reputazionali che anziché dare una mano a Berlusconi, vendono pacchetti di commenti positivi un tot al chilo, ritorsioni di rappresentanti di accappatoi o forchette consumate a colpi di giudizi negativi, con la conseguenza che un pallino in più o uno in meno su tripadvisor, talvolta può togliere il sonno ad albergatori e ristoratori già afflitti dalla crisi. Insomma, gli italiani non sono più un popolo di santi, poeti e navigatori. Sono un popolo di giudici di Masterchef. Il tutto, condito da una mortale aggravante, che come al solito si ripercuote sulle donne. Prima un uomo ti portava a cena e il dopocena era andare a casa sua. Ora è andare su Tripadvisor.

Comments

Roberto
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Secondo me hai detto una cavolata. il valore di Tripadvisor e’ nella media delle recensioni, cosi’ se un ristorante ha il 75% dei commenti superlativi e’ abbastanza indicativo della qualita’ percepita. Certo alza anche le aspettative di chi ci va’ dopo aver letto le recensioni, ma questo e’ un altro discorso. L’ oste bolognese (scemo, dico io) invece di prenderla come una indicazione di cosa migliorare denunvia la cliente, veramente un gran bel modo di farsi pubblicita’!
Mi ricorda la FIAT che ha citato in giudizio Formigli per un servizio non lusinghiero su una macchina. Il giornalista condannato (guarda un po’ ) a Torino, ma poi assolto in appello. Bella pubblicita’ pure quella.
Ciao

andrea
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Ti adoro. Gli italiani di TripAdvisor che si lamentano tranne pochi, sono quelli con aspettative enormi in rapporto a quello che possono spendere. È facile criticare quando pretendi il massimo spendendo il minimo.

marzio
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trip advisor è uno strumento.
il modo giusto di utilizzarlo è legger 15 recensioni e fare una media. un utente incazzato o che si sbaglia palesemente (come uno eccessivamente entusiasta), un secondo utente sveglio, lo riconosce al volo.

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