Navigate / search

Capriotti, Ibrahimovic e Allegri

“Quello che ha scritto Dagospia è vero, Ibrahimovic mi mandava degli sms e mi era giunta voce che Allegri e Ibrahimovic avessero avuto una discussione a causa mia”.

Intervistata da Selvaggia Lucarelli su radio M2o Cecilia Capriotti conferma l’indiscrezione accennata nel libro di Zambrotta (che però parla di divergenze tecniche) secondo la quale l’ex allenatore del Milan e Ibrahimovic l’anno scorso avrebbero avuto una violenta discussione (arrivarono quasi alle mani). Solo che accadde per una donna.

“Ho conosciuto entrambi in circostanze diverse, Ibrahimovic agli internazionali e Allegri da Giannino. Amici comuni mi dissero che sia Allegri che Ibra erano rimasti molto colpiti da me, che facevano apprezzamenti e desideravano rivedermi. Poi Ibrahimovic ha cominciato a mandarmi degli sms con complimenti vari, ma non era il mio tipo. So però che quando ha saputo che Allegri si era mostrato interessato a me, è andato da lui a dirgli di lasciarmi stare e diciamo che i modi di Ibrahimovich potrebbero essere stati non troppo gentili”.

E alla fine che è successo?

“Nulla perché conosco i calciatori, mandano messaggi in serie a tutte e non mi interessano. Poi lui è impegnato, non mi andava di creare problemi”.

Usciamo?

Uomo, 50 anni. Piacere. Telefonata. “Usciamo?”.
Uomo, 30/45 anni. Piacere. Whatsapp. Facebook. Twitter. Sms. Mms. Whatsapp. Whatsapp. Whatsapp. Whatsapp. “Oh. Mi inviti ad uscire?”.
Uomo, 20/25 anni: “Usciamo”. Senza manco il punto interrogativo.

Questo è. Amen.

Veronica Lario vs Alfonso Signorini

Partiamo da un presupposto: Veronica Lario mi è simpatica, Alfonso Signorini decisamente meno. E lo premetto perché la dietrologia da bar è lo sport nazionale e non ho alcuna voglia di passare per tifosa di Alfonsina la pazza (cit. Dagospia). E però, con sommo dispiacere, nella vivace diatriba sulle foto pubblicate da “Chi” in cui si documenta con impietosa bastardaggine il sovrappeso della signora Lario con conseguente reazione piccata di lei, mi tocca dar ragione ad Alfonso. Sia chiaro. Certo che Signorini deve aver goduto parecchio, quando si è trovato davanti un bel servizio fotografico in cui risultava inequivocabile il fatto che dei 47 mila euro al giorno di alimenti la Lario non butta via niente. Certo che se gli arrivassero sulla scrivania le foto di Marina Berlusconi con le culotte de cheval o della Pascale con gli avvallamenti post-nubifragio sulle cosce, darebbe ordine di ripulire l’ufficio col napalm. Ma parliamoci chiaramente, tutti i direttori di tutte le riviste di gossip e non solo, hanno amici, amiche, padroni, equilibri, compromessi e in alcuni casi anche parenti con cui fare i conti. E molti di questi compromessi sono di natura politica, non nascondiamoci dietro a un dito. Al limite, dietro un pareo, se non vogliamo mostrare al mondo la nostra cellulite. E che il giornale di Signorini sia da sempre un trionfo di omaggi e lisciate e ripicche e piccoli e grandi regolamenti di conti, oltre che del semplice, banale gossip, non mi pare una gran novità. Così come non mi pare una novità nella storia del gossip mondiale, il fatto che la foto del personaggio imbruttito, ingrassato, invecchiato, cellulitico, drogato, ubriaco o denudato, faccia gola a chiunque abbia a che fare con quello spauracchio denominato “invenduto”.

Queste benedette foto della Lario non erano neppure così crudeli, a dirla tutta. Un paio di anni fa Novella 2000 pubblicò un servizio fotografico della signora in costume a Formentera e onestamente mi sembrarono ben più impietose quelle foto lì. Novella però non è un giornale vicino a Berlusconi e nessuno, per prima la signora Lario, parlò di macchina del fango. Nessuno ci vide chissà quali manovre per screditare la signora, per toglierle dignità o privarla del sacrosanto diritto di invecchiare come le pare e piace. Nessuno, né le Aspesi, né l’agguerrito stuolo di giornaliste militanti così attente alle questioni femminili, s’è mai indignato per le foto (terribili) della Merkel in costume a Ischia in cui il premier tedesco non pareva proprio la Bundchen sulla copertina di Sport Illustrated, delle celluliti della Santanchè, delle Fornero, della signora Prodi. Nessuno, s’è mai indignato per le panze di Grillo in Sardegna, di Berlusconi in Kenya, di Renzi all’isola del Giglio in cui sembrava che gli ottanta euro li avesse spesi cinque minuti prima al Burger King. Perciò io voglio dire una cosa alla signora Lario. Rompere la sua proverbiale (e apprezzabile) riservatezza per difendersi da qualche innocua foto in cui si documentano i suoi cinque chili di troppo (anche quando è evidente che il direttore non le ha riservato le stesse attenzioni che alla Pascale) , è un segno di debolezza. E’ il segno che questo legittimo diritto che lei rivendica -quello di invecchiare come le pare- non è vissuto con quella cosa che tutte le donne non dovrebbero mai perdere, quando cominciano a perdere di elasticità: l’autoironia. La leggerezza, anche quando tanto leggere non lo si è più. Signora Lario, è quando il sedere si abbassa, che l’umore va tenuto alto. Di fronte a quattro scemenze su quanto si sia allargato il suo girovita, poteva rispondere “Con l’età a me si allargano i fianchi e a Signorini s’allunga la lingua, ognuno hai i suoi crucci”. E i suoi argomenti, se lo lasci dire, sono stati deboli. E’ vero che il suo ex marito controlla i giornali di sua proprietà, ma anche lei ha i suoi giornali e giornalisti amici. Non è esattamente una donna sola nell’infernale macchina dell’informazione. I quotidiani le pubblicherebbero anche l’agenda dei suoi massaggi linfodrenanti, se solo lo chiedesse. E poi suvvia, sostenere che lei non sia un personaggio pubblico è fantascienza. L’unico elemento della famiglia Berlusconi che non ha scelto di diventare un personaggio pubblico è Dudù e tra un po’ fonderà un partito pure lui. E poi insomma, diciamola tutta signora Lario. A nessuno piace finire sui giornali fuori forma, senza trucco, senza un vestito decente, ma invecchiare sereni, anzi, campare sereni, vuol dire fregarsene, non rivendicare il diritto di non apparire su un giornale se non al meglio della propria forma fisica. Perché di sue foto ne sono uscite decine, centinaia negli ultimi anni e non mi risulta che la reazione sia stata così piccata. Molte sue foto, negli anni, sono state anche generosamente ritoccate e non mi pare che lei abbia chiesto di risparmiarle photoshop per poter esercitare il diritto di invecchiare con onestà e liberamente. Anche la sua reazione nei confronti dei consigli del chirurgo su “Chi” mi pare spropositata. Sicura che dal chirurgo lei proprio non ci abbia mai messo piede? Sicura che due scemenze su come evitare di metter su pancia dopo i cinquanta siano un pessimo esempio per le sedicenni? Non è che magari è un esempio peggiore per le sedicenni una copertina di Vanity Fair in cui sua figlia Barbara sembra Miranda Kerr anziché la ragazza carina e un po’ paffuta che tutti conosciamo?

Lei mi piace signora Lario. E mi piace molto. Ma mi dia retta: non scopra il fianco in questo modo. E non perché il fianco non è più quello dei vent’anni, ma perché l’ironia, non il livore, è il modo migliore per invecchiare sereni. E per liquidare chi pensa di farle un dispetto pubblicando le sue foto peggiori. Detto questo, smetta di occuparsi della macchina del fango, si faccia due fanghi Guam e sorrida, che io ci metterei la firma ad arrivare ai sessanta col suo girovita.

(da Libero)

Gabriele Muccino e la polemica contro i doppiatori

Ai più è sfuggito, ma Gabriele Muccino ha messo in piedi una polemica alquanto nervosa sulla sua pagina fb che riguarda il doppiaggio in Italia. Una polemica in cui dà dei provinciali agli italiani che si ostinano a guardare i film doppiati e un sacco di altre belle cose che il nostro genio da esportazione evidentemente aveva sulla punta della lingua da tempo. In un primo post dice di aver visto Her e di pensare con terrore a come sarà la voce sublime della Johansson doppiata. Sostiene che sia come ascoltare Volare di Modugno doppiato in tedesco o la Magnani doppiata in iraniano. E qui già vabbè, vagli a spiegare che una canzone non si doppia e che la Magnani potrebbe avere una sua grandezza pure doppiata dalla De Filippi, ma lasciamo stare. Genialità, per lui, è suggerire agli iraniani di imparare l’italiano per poter comprendere a fondo il nostro cinema. Poi va avanti, scrive: “Sarebbe disonesto dire che la Ricerca della Felicità visto in italiano è lo stesso che visto in inglese. Ha comunque perso almeno il 40 percento, forse più, e solo perché a differenza degli altri registi stranieri, l’ho seguito passo passo dirigendo addirittura i doppiatori… E’, come ho detto, un vizio, una pigrizia culturale. Tornando ad HER. E’ un film a cui penso da due giorni. Se non l’avete visto, guardatelo. Ma solo con l’attitudine di leggere un bellissimo romanzo di Azimov e mai se non in lingua originale! Lasscerà un segno anche in voi, credo…”.

Capito? Tutti a leggere Asimov in lingua originale altrimenti siete delle capre. Peccato che dall’italiano sfoggiato nei suoi post è evidente che farebbe bene anche a lui leggere un po’ di letteratura italiana in lingua originale, visto che la grammatica l’ha lasciata al gate dell’aeroporto di Fiumicino. E poi vorrei dire al buon Muccino che se La ricerca della felicità ha perso così tanto al doppiaggio, mi permetto di dire che non è certo colpa del bravissimo Sandro Acerbo, doppiatore di Will Smith, ma della sua cara amica Sabrina Impacciatore, che nel film doppiava la moglie di Smith urlando e strepitando con l’accento della parolina al primo giorno di ciclo. (e lei è un’attrice anche brava, ma il doppiaggio non è roba sua).
Ma Muccino non si ferma qui, perché poi passa all’annoso problema della traduzione. Dice: “Nel mio ultimo film, Jane Fonda dice a Russell Crowe in modo affettuoso e quasi materno “You son of a Gun”. Come si traduce in italiano? Io no lo so davvero perché quella espressione viene dall’America dei pionieri che si sono fatti strada anche a colpi di pistola. Lo tradurranno “Figlio di una buona donna”. E’ culturalmente la stessa cosa? No. c’è una distanza storica, culturale, in cui si intravedono sentieri polverosi, praterie…So pero’ che se il film uscisse al cinema in lingua originale sottotitolata, lo spettatore leggerebbe “Figlio di una buona donna” ma non perderebbe nello stesso istante l’espressione “Son of a gun” e avrà allora, sì, una fruizione davvero completa e a 360 gradi del film. Ma forse agli italiani chiedo troppo.”.

Insomma, ci voleva Muccino a spiegarci il concetto del lost in translation. E soprattutto, ora, noi caproni italiani, vedremo il suo film perdendoci quel retrogusto di sentieri polverosi e praterie. Porca miseria, e chi mangia stasera al pensiero? Del resto, è ora che gli americani imparino l’italiano per vedere Pasolini senza perdere quel retrogusto di borgate e miseria. O il cinepanettone, che poi come lo tradurranno mai li mortacci tua in americano? Mica mi snatureranno De Sica.
Infine, dopo aver letto dei commenti di doppiatori e non doppiatori che contestavano le sue tesi, Muccino sbrocca e scrive un ultimo messaggio che poi cancella, ma che io ho conservato, in cui lancia il guanto di sfida ai doppiatori: “Io continuerò a vedere i film come sono stati diretti, recitati e concepiti e voi fieri di trasformarli, penserete anzi di potervi sostituire alla voce dei più grandi attori del mondo facendogli un favore! Vi saluto doppiatori con cui sarò costretto come in passato a lavorare vedendo i miei film perdere sfumature su cui ho lavorato per mesi”.

Muccì, ascolta. Bisogna che qualcuno te lo dica. In alcuni dei tuoi film “americani” il doppiaggio era meglio del film stesso. Molti grandi attori americani hanno elogiato il lavoro dei loro doppiatori italiani, uno per tutti Woody Allen col povero Lionello. Il doppiaggio è un servizio, non un obbligo. Chi non conosce l’inglese ne usufruisce, chi lo conosce no. Se ha voglia. I sottotitoli, per mio gusto personale, sono una grande stronzata. Se col doppiaggio perdi le sfumature della voce, con i sottotitoli perdi espressioni, reazioni, mimica. Ma è la mia opinione. Così come è mia opinione che certi grandi attori americani non abbiano necessariamente ‘ste gran voci interessanti che ci vuoi far credere tu. E di sicuro ci saranno stati doppiaggi, nel nostro paese, fatti male, come film americani fatti male. Come certi tuoi film recitati male in italiano da attori italiani assai mediocri come Accorsi e la sua vocina stridula e gli urletti da castrato o certi tuoi film americani semplicemente brutti in lingua originale e non. Fossi un doppiatore, dopo queste dichiarazioni, lo farei doppiare agli amici tuoi, il tuo prossimo film. Oppure tira fuori le palle e porta nelle sale italiane i tuoi film in lingua originale. Non li snaturare, fa questo favore al tuo paese di caproni. Nel frattempo, ti riferisco il pensiero di Pino Insegno a cui ho chiesto stamattina un parere sulle tue dichiarazioni: “Muccino. Fai una bella riflessione. Magari servirebbe a te un bel doppiatore che renda fruibile quello che dici”.

Inno alla cronologia delle conversazioni

Come sa chi mi segue assiduamente, io non amo molto la tecnologia quando sostituisce qualcosa. La telefonata, la parola amica, il corteggiamento, l’invettiva e compagnia bella. Però c’è una cosa di whatsapp, sms e messaggistica varia che mi piace un sacco: la cronologia conversazioni.
Quella sì che è roba socialmente utile. La cronologia conversazioni ha almeno 4 utilità fondamentali: a) di fronte al maschio che nega di aver detto, promesso, annunciato, giurato e ti dà della pazza mestruata, vai indietro di giorni, fai lo screenshot del suo messaggio e glielo rinfacci fino alla Pasqua successiva. b) se decidi di riconsiderare improvvisamente gente che non consideri da un quinquennio e puoi aggiornarti sul “dove eravamo rimasti” per evitare gaffes del tipo: “Oh, non ti sei più fatto sentire, come mai?”. “Ma veramente nell’ultimo messaggio ti chiedevo di sposarmi in chiesa a Varazze e sei sparita tu!”. c) è utile a ricordare il grado di coglionaggine pregessa del tizio/della tizia che ti sta scrivendo. Alle volte ci dimentichiamo quante cose idiote e inopportune sia capace di partorire una persona in 8 caratteri. Oppure tendiamo a rimuovere o a concedere il beneficio del dubbio. “Magari mi ricordo male”, “Magari è cambiato”. Ecco, la cronologia conversazioni toglie ogni dubbio: se uno era coglione sei mesi fa, c’è rimasto. d) infine, la cronologia conversazioni è spesso utilissima, specie sul telefono, per capire una cosa drammaticamente fondamentale: chi minchia sia la persona che ti sta scrivendo. Non sapete quante volte m’ha salvata dal negare risposte a parenti.

Posso esserle utile?

Negozio vuoto.
Buongiorno.
Buongiorno.
Deliziosa signorina mi si avvicina.
“Le serve qualcosa?”.
No grazie.
Passa un minuto. Delizioso ragazzo mi si avvicina.
“Posso esserle utile?”.
“No grazie”.
Passa un minuto. Deliziosa signorina mi si avvicina.
“C’è la consulenza trucco dei prodotti … le interessa?”.
“No grazie. Vorrei questo fondotinta”.
“Le interessa anche la cipria per fissarlo?”.
“No grazie”.
Alla cassa.
“Le interessano i dischetti struccanti in offerta?”.
“No grazie”.
“Ha la nostra tessera? La facciamo?”.
“No grazie”.
Pago 100 euro per prodotti vari.
“Abbiamo solo omaggi uomo, le interessano?”.
Allora. Amici di Sephora, a parte che io non sono Conchita, per cui il dopobarba non è un’urgenza nella mia vita e ad una che vi lascia 100 euro magari un campione di cremina contorno occhi potreste pure rimediarla, ve lo dico col cuore: rivedete le vostre politiche/strategie marketing/strategia vendita, altrimenti poi uno preferisce lacrimare sei giorni per un mascara da 3 euro e 50 ma campare serena (ora il comitato commesse talebane lascerà messaggi livorosi. Mi sono rivolta al signor Sephora, abbassate le pistole).

 

E il gattamortismo

Volevo chiudere la giornata con un messaggio per le gattemorte, profumiere, finte Biancaneve : nella mia vita, di situazioni in cui ” Oddio m’e’ saltato addosso ma come si permette!” o “Non mi fa lavorare perché non gliel’ho data” o “oddio che palle continua a scrivermi messaggi pesantissiiiimiii”, me ne sono capitate davvero poche. Anzi, pochissime. Di solito, gli uomini intelligenti, se capiscono che non c’e’ storia, si fermano un passo prima. E sapete perché amiche care? Perché gli uomini sanno essere sgradevoli, inopportuni e talvolta molesti, ma e’ anche pieno di donne che lanciano messaggi espliciti e poi fanno le finte sdegnate. Se lanciate messaggi chiari e non lasciate scie di profumo che neanche Ivana Trump al Gran ballo della croce rossa, state serene che di fastidi ne avrete ben pochi. Ho imparato a diffidare delle “molestate seriali”, perché spesso, di seriale, nascondevano solo un gran narcisismo, una seduttivita’ ossessiva e un patologico bisogno di conferme. Brutta specie.

Valeria Marini e il divorzio da Cottone

Il mio pezzo su Libero di oggi:

Peccato perché questa volta io alla favola dell’amore eterno ci avevo creduto. E anche Valeria Marini, a quanto pare, visto che a meno di un anno dal suo sobrio matrimonio con Giovanni Cottone, ha dichiarato, affranta, che l’amore s’è consumato senza che la medesima sorte, ahimè, sia toccata al sesso. Già, perché Valeriona nostra chiederà l’annullamento alla Sacra Rota in quanto il buon Cottone, in un anno scarso d’amore, avrebbe preferito salire in sella alla sua Lambretta (di cui ha rilevato il marchio) piuttosto che alla moglie.

E capirete che la faccenda non è mica tanto trascurabile: questa donna passa una vita a convincerci del fatto che sia una bomba sexy nonostante l’occhio da cernia morente e il piede da troll norvegese compresso nella calza a rete e la scarpa gioiello, va col tubino sottoveste e il rossetto fucsia pure a far castrare il gatto, fonda un marchio di biancheria intima e fa del suo perizoma glitterato il suo credo religioso e poi il marito non la tocca neanche con il manico della scopa. Una roba da entrare dall’analista ora e uscire a fine agosto, anche perché la povera Valeria dice di aver scoperto solo dopo le nozze chi fosse davvero il marito. Dice che lei proprio non aveva alcun sospetto. Dice che pareva tanto una cara persona. Dice che l’ha scoperto da google dopo il matrimonio che lui aveva un po’ di magagne finanziarie. Diamole atto. Fino a quel momento, tutto quello che era uscito su Cottone, in effetti, era parecchio rassicurante: una società con Paolo Berlusconi, un sequestro sventato dalla Guardia di finanza , un precedente sequestro operato dalla mafia catanese, un’ex moglie collusa con la mafia che era stata tra i mandanti del suo sventato sequestro e così via. Del resto, i trascorsi dei nostri mariti si somigliano un po’ tutti: una ex morbosa, una vacanza a Cuba con gli amici, un sequestro in Aspromonte, non vedo quale sia la novità. E poi diciamolo: se una donna non è sicura di sposare il Principe Azzurro mica organizza delle nozze così. Mica invita settecento persone, mica fa preparare la sua torta delle dimensioni delle sue nobili chiappe, mica dice di sì in diretta nazionale. Certo, poi uno rivede il tutto col senno di poi e si fa delle idee.
Per esempio, ora ho il dubbio che la famosa bestemmia udita in diretta durante la cerimonia non fosse di una guardia del corpo ma della Marini che aveva visto l’estratto conto del marito. Viene il sospetto che il tema della festa post-nozze fossero “elfi fate e folletti” perché se una crede che Cottone sia un gentiluomo può pure credere a Fantasilandia e alla fatina dei denti. Viene il sospetto che i sette metri di velo fossero il sudario con cui Cottone avvolgeva lei e i suoi babydoll fucsia prima di occupare il talamo nuziale in sua compagnia. O il bavaglio con cui azzittiva la suocera.

E questo è un altro delicato capitolo. Secondo Valeriona, suo marito trattava male quella mite, docile suocera che si chiama Gianna Orrù, una che ai tempi dell’isola dei famosi in Sudamerica , nessuno aveva il coraggio di nominare. Manco il cartello di Medellin. Dichiara, testuale: “Prima del matrimonio Giovanni è sempre stato rispettoso nei confronti di mia madre e di mio fratello, che poi è pure commercialista”. E qui la domanda è: che vuol dire “che è pure commercialista”? C’è una speciale legge che consente di sfanculare i notai e gli architetti ma chiede il carcere duro per chi insulta i commercialisti? No perché se è così, in periodo di dichiarazione dei redditi, tocca arrestare il 98% dei contribuenti. Lo so, sono stata un po’ dura con Valeriona nostra, ma credetemi, non è sparare sulla croce rossa. Al limite, sulla croce in swarovski che da circa vent’anni campeggia sul suo decoltè. La verità è che in fondo non si può non volere un po’ di bene a una donna che in mezzo all’orda di sgallettate che impalmano dei cessi un po’ agè ma pieni di soldi, dopo Cecchi Gori, riesce, clamorosamente, a ripetere l’exploit: scegliersene un altro piuttosto cesso, agè e pure senza soldi. Guardate che questo è talento. L’unico riconosciutole all’unanimità, per giunta. Ora, cosa ne sarà del futuro sentimentale di Valeria non lo possiamo sapere. Al momento non le resta che confidare nella Sacra Rota, anche se l’iter non è affatto facile. La Santanchè, per dire, ha ottenuto l’annullamento del primo matrimonio, ma in quel caso è chiaro che la Chiesa ha avuto pietà di quel pover’uomo e probabilmente la Sacra Rota gli ha intestato anche un paio di condomini in centro per risarcirlo moralmente. L’unica certezza è che se la Marini va avanti così, a suon di interviste in cui racconta i particolari del suo anno scarso di nozze con Giovanni Cottone – le sue angherie, le sue bugie, i suoi mancati accoppiamenti – il prossimo soprannome di Giovanni sarà Gianni ‘a Carogna. Insomma. Pensateci bene prima di divorziare da una che mette l’ombretto rosa e i garofani tra i capelli dopo i quaranta.