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Perché amiamo Andrea Pirlo

Ma io dico. Con tutte le ragioni per cadere in depressione di questo periodo – la fine delle vacanze, l’abbinamento crema-limone del gelato di Renzi, la crisi matrimoniale della Galanti, l’immagine della Picierno e Saviano che limonano- ci voleva pure l’infortunio di Andrea Pirlo. E che infortunio. Mica un legamento, mica la rotula, mica una caviglia. No. Proprio quando arriva il suo nemico storico Massimiliano Allegri e lui se ne sta lì, sornione, aspettando la prima occasione per dimostrargli che vecchio sarà lui e la sua stempiatura da geometra triste, gli parte il femore. Sì, il femore. Come ai vecchietti che cadono dalla scala mentre spalano la neve dal tetto. Ora, io non so se sia un problema d’età o se quest’allenatore gli porti una sfiga che l’ad della Malaisyan airline al confronto rischia di vincere il superenalotto, fatto sta che mi dovrò rassegnare ad un inizio di campionato senza Andrea Pirlo. E non solo io, ma tutta l’orda di donne che lo venerano come la sottoscritta per un’infinità di ragioni che gli uomini stentano a capire. O meglio. Lo venerano pure gli uomini, ma solo se gli parli del Pirlo calciatore. Quando provi a spiegare al tifoso che no, chi se ne frega dei suoi assist , ti piace proprio come uomo e l’unico suo passaggio che sogni quando lo vedi è quello delle posate mentre apparecchiate la tavola per voi due e i vostri sette figli, lui, il tifoso, ti guarda con aria interrogativa.

E allora ve lo spiego io perchè ci piace tanto Andrea Pirlo. Intanto, perchè Andrea Pirlo non va interpretato. Viviamo nell’epoca faticosa del “Cosa avrà voluto dire con quell’sms, con quel post, con quel tweet, con quell’emoticon, con quella faccetta” per cui è evidente che di fronte ad un uomo che ha la stessa espressione se gli finisce il mignolo nell’elica di un tritaprezzemolo o se trova Adriana Lima nello spogliatoio in intimo ghepardato, noi tendiamo a sentirci rassicurate. Non c’è nulla da capire, nella monoespressività di Pirlo. Non è un enigmatico, non nasconde sottotesti. E’ il re della retroguardia, non del retropensiero. Non finge, ma funge. Lo guardi e capisci che quell’espressione significa quello che vuoi tu. Quello che vuole il mister. Quello che vuole Pardo. Caressa dice: “Osservate Andrea Pirlo uscire dal cupo tunnel di San Siro con lo sguardo sgomento dell’alce nella tagliola mentre ode il rumore dei passi del cacciatore, perchè l’avversario è lì, nella sua divisa color cinabro” e magari Pirlo sta pensando che ha il boiler rotto da due giorni o che Caressa si fa di crack, ma mica protesta. Il “così è se vi pare” con Andrea Pirlo diventa “Così sono se mi parano o se faccio gol: sempre uguale”.
Ed è proprio per questo che Pirlo non piace solo alle donne ma pure agli sponsor. Con quella faccia lì, sta bene con tutto, come il nero, come il fard pesca, come Casini. Lo vedi con lo shampoo Fructis in mano e dopo quell’attimo in cui pensi “Gli è caduto il phon nella vasca all’ultimo risciacquo?” ti ricordi che no, è la sua espressione. Lo vedi che sponsorizza le portafinestra Drutex e dici “Oddio, non ha visto il vetro e l’ha preso pieno!”, ma poi ti ricordi che è la sua faccia standard. Lo vedi con Balotelli per Mediaset Premium e pensi “Oddio, guarda SuperMario come se lo volesse asfaltare col suv” e pensi che sì, per una volta la sua faccia è abbinata al sentimento giusto, ma è un caso.
Pirlo è credibile, sempre. Basti pensare che per Kellogg s è riuscito ad essere Dr Sorriso, lui che al confronto la Gioconda si sta sganasciando e testimonial del progetto “Ritratto della salute” per promuovere la frequentazione di luoghi sani, lui che frequenta lo spogliatoio della Juve. E’ uno solido, il buon Pirlo. Non per niente i suoi soprannomi sono “L’architetto”, “Mozart” mica El nino o er Pupone. E del resto, l’aria del calciatore non l’ha mai avuta. Mai avvistato col gel e la riga in mezzo, mai un pinocchietto e un borsello, mai una partita a beach volley a Miami con Bobo Vieri, mai una pizza con una velina. Lui, con quel capello selvaggio e la mascella spigolosa, sembra Riccardo Muti, mica Adrian Mutu. La vitalità nelle interviste è quella del calciatore medio, è vero, ma calciatore- brillante è un ossimoro tipo Minetti-elegante, Mogherini-carismatica, Tavecchio – raziocinante.
E anche per il suo futuro, Pirlo non immagina la seconda vita del calciatore tipico: niente ristoranti con più escort ai tavoli che posate. Niente linee di magliette truzze. Lui si dedicherà alla produzione di vini bio. Capito? Da calciatore a viticoltore. Se a questo aggiungiamo che è stato uno dei pochi calciatori con mogli ventennali al seguito capace di divorziare anzichè chiudersi in bagno con la doccia aperta mentre chatta con l’amante, voi capirete che noi donne non possiamo non amarlo. Non possiamo non intravedere del metaforico nelle sue caratteristiche tecniche: lento ma capace di spiazzare grazie ai rapidi movimenti di bacino. Grandioso nell’effetto MAGNUS. Non possiamo, noi donne, sentir parlare della sua maestria nelle verticalizzazioni senza immaginare le sue orizzontalizzazioni. Insomma, non possiamo non guardarlo con un’unica espressione, anche noi, come lui, ma di quelle affrante e inconsolabili, perchè da qualche mese abbiamo una certezza: neppure Andrea Pirlo ci ha insegnato cosa sia il fuorigioco, ma da quando si è fidanzato, ci ha spiegato bene cosa voglia dire sentirsi irrimediabilmente, drammaticamente fuori gioco.

La Petra e il suo cellulare

Benvenuti ad una nuova puntata dell’avvincente serie “La Petra e il suo cellulare”.

Riassunto delle precedenti puntate: la mia amica Petra, convinta di poter tener testa alla tecnologia, 20 anni fa si decide ad acquistare un cellulare. Del resto, e’ stata testimonial Tim su quella minchia di barca a vela con le altre due gnocche e quindi questa e’ materia sua, e’ l’inizio di un amore felice e duraturo, penserete voi. E invece, colpo di scena. Petra si applica, si impegna, prova a coltivare questo amore, dice spesso “cambierò” ma tra lei e il cellulare proprio non funziona.

Non vi sto a riassumete l’estenuante via crucis vissuta in questi anni di amicizia con lei, ma come già spiegato in passato, sappiate solo che farle una telefonata prevede una di queste possibilità e null’altro:

a) il telefono squilla a vuoto e sei ore dopo ti chiama dicendo che aveva il telefono scarico poi il figlio ha dato fuoco al comò e allora sono arrivati i pompieri e uno di loro intanto ha comprato la sua affettatrice per mortadella usata due volte e nel mentre registrava due puntate in radio e intervistava Mika.

B) risponde, ma dopo tre secondi di conversazione la deriva dei continenti provoca l’apertura di una faglia in viale zara, lei ci precipita dentro e cade la linea per le successive 24 ore.

C) stai per partorire un bel maschietto e la chiami per avvisarla. Il telefono e’ staccato. Quando arriva l’sms “l’utente è di nuovo disponibile” tuo figlio e’ al secondo divorzio.

D) se nelle chiamate manifesta lacune e latitanze, su whatsapp ha dei guizzi sorprendenti. Consumatrice compulsiva di emoticon, i suoi messaggi sono graffiti 2.0. Che so, ti deve dire: a che ora a cena domani sera!? E ti arriva un orologio a cucù, una pizza Margherita e il cielo stellato. Che finché il graffito e’ questo va pure bene. Capita però che ti mandi due mani giunte, un cerotto, una casetta col fumo dal comignolo, un pesce e una katana e tu dopo aver chiesto un parere a un traduttore, un semiologo, un esperto del linguaggio dei segni, uno psicologo e a Giorgio Mastrota, la chiami e le fai: scusa ma che volevi dire con la preghiera, il cerotto, la casa, la spigola e la katana? E lei tutta stizzita: ma come, non hai capito? Scusa ma non mi sento bene, ti va un sushi a casa mia?

Ecco, Petra e’ più o meno così. Però stasera si e’ superata. Stasera mi ha scritto dalla Sicilia su whatsapp. Io ho cominciato un simpatico botta e risposta. Poi mi cade l’occhio sulla sua foto profilo su whatsapp. Che cosa diavolo e’? La apro. Non capisco.

“Scusa Petra, che minchia di foto hai messo nel profilo?”.
“Chiuso per ferie”.
“Non su fb!”
“Ah la mia foto!”
“Non su Twitter. Qui, su whatsapp!”

Tutto tace. Momenti lunghi una vita. Sta scrivendo…. Cancella. Sta scrivendo…. Siamo al momento della verità.
“Oh, giuro, non so come c’è finita ‘sta foto qui, e’ una macchia sul parquet sotto al letto, la devo mandare al vecchio proprietario della mia nuova casa”.

Ecco. Noi che mettiamo foto del nostro culo o i tramonti a Formentera, lei come foto profilo ha un materasso, due poster di Nick Kamen del 91 sotto al letto e una macchia sul parquet. Come non amarla.

Le barzellette gay ?

Arrivo in ritardo sulla questione e me ne scuso, ma volevo dire la mia su questa indignazione esplosa sui social e altrove sul libricino delle barzellette gay allegato a Visto.

1) Esistono barzellette sui limiti, i vizi, le debolezze degli uomini. Esistono barzellette sui limiti, i vizi, le debolezze delle donne. Le donne che non sanno guidare, gli uomini perennemente allupati, le donne rompicoglioni, gli uomini incapaci nel multitasking bla bla bla. Anche in quel caso si procede per stereotipi, banalizzazioni, luoghi comuni e pure pregiudizi scemi, ma sono i meccanismi della comicità. Togli quelli, resta spazio per i virtuosismi, e la comicità fatta di virtuosismi è roba per pochi eletti. Per i Guzzanti, per i Benni. Fossi gay, non mi sentirei affatto discriminato, anzi, penserei che la parità dei diritti passa pure per questo. Per concedere agli altri il diritto di infilarmi in un libretto di barzellette sceme come gli uomini e le donne.

2) I libri di barzellette sui Carabinieri esistono da mille anni. Nessun carabiniere se ne è mai lamentato, benché li si faccia passare per idioti senza speranza.

3) I gay praticano l’ironia, è un loro punto di forza. Non tutti, altrimenti generalizziamo anche qui, ma molti sanno essere sarcastici e sferzanti non solo col mondo, ma anche e soprattutto col loro mondo. Spesso lo sono in un modo che agli eterosessuali, nei loro confronti, non sarebbe concesso. Spesso, si etichettano come “frocia” tra di loro, danno delle “frociarole” alle donne che frequentano gay e così via. Non credo possano indignarsi per un libretto del genere.

4) L’ironia sdogana. L’ironia richiede autoironia. L’ironia livella e ci mette tutti sullo stesso piano. I gay non sono una specie da proteggere. Non sono inermi, indifesi, diversi. Non sono di cristallo. I gay non sono bambini down, non sono gli ebrei deportati, non sono malati terminali. Subiscono, ancora oggi, delle discriminazioni da gente involuta, è vero, ma questo tocca pure alle donne e a tante altre categorie che non per questo reputano offensiva una barzelletta su di loro. A fare ironia sul mondo gay non si deve passare neppure per politicamente scorretti. Al contrario. Chi ha la naturalezza nel fare ironia sui loro vizi, sui loro limiti, sulle loro debolezze, probabilmente ha anche l’intelligenza per riconoscerne le virtù.
E io sono certa che i gay intelligenti questo lo sanno bene.

Raoul Bova, la suocera e le legnate che s’è meritato

Su Libero di oggi spiego perché Raoul Bova la lettera della suocera se l’è cercata.

Caro Raoul,

scusa se ti scrivo anche io. E’ la seconda lettera che ricevi in due giorni e considerato che sei pure reduce da quelle di Equitalia, ti manca solo quella della chiamata al fronte. Farai brillare la cassetta delle poste entro sera, come darti torto. Lo so. Lo so come devi sentirti oggi dopo la missiva della tua ex suocera. Asfaltato. Mi rendo conto che sia una sensazione devastante, ma io sono qui per aiutarti a comprendere, con dolcezza, gli errori, i tuoi errori, che hanno provocato il precipitare degli eventi. Intanto, io cercherei l’aspetto positivo. In un universo traboccante di “cornuti e mazziati”, tu sei il primo “cornificante e mazziato” della storia coniugale d’Italia e ammettiamolo, nessuno, prima della tua ex suocera, ti aveva mai assegnato un ruolo così interessante in 22 anni di carriera cinematografica.

Ma veniamo alle note dolenti. Tanto per cominciare, Raoul, lo sapevi, lo sapevamo tutti che la tua ex suocera al primo passo falso ti avrebbe incenerito. Era un epilogo annunciato da anni. Ma io dico: come t’è venuto in mente di andarti ad inguaiare con la figlia del più agguerrito avvocato matrimonialista d’Italia? Anna Maria Bernardini De Pace, una che ha la parola “pace” nel cognome e da sola sarebbe capace di dichiarare guerra alla Russia e costringere Putin a cedere l’usufrutto del Cremlino all’ex moglie. Se fossi stato avveduto, Raoul, avresti fatto quello che fanno tutti gli attori, ovvero accoppiarti con una collega attrice di quelle che rilasciano interviste per dire che vanno dallo psicanalista e invecchiare non le spaventa e certi ruoli ti restano dentro e così, quando avresti avuto le palle piene di una moglie tormentata perchè l’ultimo ruolo nel cinepanettone le ha scavato l’anima, ti saresti separato in tutta serenità. Perchè gli attori mica si separano a colpi di mortaio. E neanche di mortacci, come nel tuo caso. Gli attori si separano tramite comunicati stampa miti e civili in cui si augurano reciprocamente felicità e belle cose. Come Melanie Griffith e Banderas. La madre di Banderas mica scrive lettere ai giornali, è lì che mangia paella in santa pace, sia cosa gliene frega delle beghe del figlio. Poi che c’entra. Lo sappiamo tutti che la Griffith si augura che ad Antonio si incastri la zip nelle pale del mulino al prossimo spot da mugnaio e che Banderas si augura che Melanie la faccia finita tracannando il vino di Joe Bastianich, ma pubblicamente hanno salvato la faccia. Vedrai l’ altro furbo di Clooney che sta per sposare un avvocato, che fine sarà. Abituato con la Canalis che al massimo gli poteva sferrare contro un editoriale di Bobo Vieri su Tuttosport, ora rischia il tuo stesso epilogo.

Poi Raoul, io un’altra cosa te la devo dire. Quando la tua ex suocera parla di mancanza di eleganza nella gestione della separazione, beh, un po’ di ragione ce l’ha. La tua ex moglie se n’è rimasta zitta, nonostante le corna da Belzebù principe dei demoni, e tu ti sei regalato la copertina fighetta su Vanity fair per raccontarci la tua indignazione di fronte alle accuse di essere gay. E qui mi tocca spiegarti una cosa Raoul. Dire “Non sono gay e comunque anche se lo fossi non lo direi” non suona un granchè bene. “Sei gay” mica è un’accusa infamante. T’avessero detto “Sei Scilipoti!” allora sì, avresti dovuto comprare la prima pagina del New York Post per gridare “Non sono Scilipoti e pure se lo fossi non lo direi!”. Lo stesso Scilipoti quando va in hotel e dimentica i documenti, sul foglio dell’autocertificazione mica dice di essere Scilipoti. Usa nomi di fantasia. E poi pure tu. Ma santo cielo, con tutto l’umorismo di bassa lega che s’è fatto sull’argomento presunta omosessualità vai a fidanzarti con una che si chiama Rocio regalando rime facili e sboccate? Fidànzati con una Leroy, che almeno la rima la fanno con playboy. Lo so, Leroy è un nome da uomo, ma perchè, Rocio è un nome da donna? Già che ci siamo. Se proprio dovevi voltare pagina con una modella di 26 anni, potevi pescare di meglio. Un po’ scialbina, la ragazza. E soprattutto: te la potevi limonare nel salotto di casa tua, anzichè al parco o al ristorante, perchè una ex moglie le parole “Addio” o “Amo un’altra” le metabolizza pure, ma la lingua dell’ex marito nella bocca di un’altra sulla copertina di “Chi” a una settimana dalla separazione magari un po’ meno. E magari, quella lingua, resta indigesta pure all’ex suocera a cui tra l’altro poi non puoi più neanche chiedere discrezione, visto che la discrezione non l’hai avuta tu per primo. Infine Raoul, io te lo devo dire. La tua ex suocera è stata un po’ dura nel darti sonoramente dell’incapace. Parla, nella lettera, di “meriti inesistenti”. Ora, io non so come dirtelo Raoul, ma dopo aver chiesto il divorzio da tua moglie, prima che un giorno si decida a scriverti una lettera pure la madre di Virzì o una nipote di Bertolucci, sarebbe bene che decidessi pure il divorzio dal cinema. Fallo, prima che sia troppo tardi.

Qui, la tua ex suocera, dietro a un’apparente spietatezza, ti lancia un salvagente. Ti impone una riflessione. Hai recitato in “Scusa se se ti chiamo amore” e “Scusa ma ti voglio sposare” e mai uno “Scusate se non so recitare” agli spettatori. Non t’è venuto il sospetto d’essere un tantino cane neppure quando ti hanno fatto doppiare “Bolt, un eroe a quattro zampe” . Niente. Ti sei ostinato a proseguire la carriera d’attore. A voler stare sotto i riflettori. Se ti fossi aperto un ristorante come tutti i tuoi colleghi, al massimo la tua ex suocera ti avrebbe mandato i Nas, mica quelle lettere lì ai giornali.

Insomma, Raoul, mentre tutti sono lì a dire quant’è cattiva la tua ex suocera, io sono qui a dirti che un po’ te la sei cercata. Che se fossi la tua ex moglie probabilmente t’avrei scagliato contro la Yakuza, altro che mia madre. E però su una cosa devo difenderti: la battuta della Bernardini sulla tua forza sessuale che durerebbe quanto uno spot è di cattivo gusto. Io sono certa che in quel campo lì, tu dia delle soddisfazioni. Mi auguro solo che quei momenti durino sì, più di uno spot, ma che la tua faccia non sia quella del tuo spot con la Mannino. Voglio pensare che almeno l’acme, ti regali una seconda espressione. Quella che mai abbiamo visto al cinema, ma su cui tanto, noi donne medie, abbiamo fantasticato. Forse pure la tua ex suocera, che secondo me, per scrivere una lettera così , un debole per il genero degenerato ce l’aveva pure lei. p.s. e pure tu, Bernardini De Pace, da uno che ha fatto il suo esordio in un film che si chiama “Mutande pazze” che ti potevi aspettare?

Montenegro e Dalmazia, tanti anni fa

Per raccontarvi le mie vacanze di quest’anno e il perché proprio li’, devo partire da lontano. Dal 1991. L’anno in cui feci un viaggio tra Montenegro e Dalmazia con i miei genitori. Un viaggio bellissimo tra Budva, Sveti Stefan, Dubrovnik, bocche di Cattaro, Cetinje. Avevo 17 anni e io li’ con i miei genitori non ci volevo andare. I miei amici erano in vacanza in Italia e in posti che mi sembravano più divertenti e avevo protestato vivacemente.  Continua