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E il gattamortismo

Volevo chiudere la giornata con un messaggio per le gattemorte, profumiere, finte Biancaneve : nella mia vita, di situazioni in cui ” Oddio m’e’ saltato addosso ma come si permette!” o “Non mi fa lavorare perché non gliel’ho data” o “oddio che palle continua a scrivermi messaggi pesantissiiiimiii”, me ne sono capitate davvero poche. Anzi, pochissime. Di solito, gli uomini intelligenti, se capiscono che non c’e’ storia, si fermano un passo prima. E sapete perché amiche care? Perché gli uomini sanno essere sgradevoli, inopportuni e talvolta molesti, ma e’ anche pieno di donne che lanciano messaggi espliciti e poi fanno le finte sdegnate. Se lanciate messaggi chiari e non lasciate scie di profumo che neanche Ivana Trump al Gran ballo della croce rossa, state serene che di fastidi ne avrete ben pochi. Ho imparato a diffidare delle “molestate seriali”, perché spesso, di seriale, nascondevano solo un gran narcisismo, una seduttivita’ ossessiva e un patologico bisogno di conferme. Brutta specie.

Valeria Marini e il divorzio da Cottone

Il mio pezzo su Libero di oggi:

Peccato perché questa volta io alla favola dell’amore eterno ci avevo creduto. E anche Valeria Marini, a quanto pare, visto che a meno di un anno dal suo sobrio matrimonio con Giovanni Cottone, ha dichiarato, affranta, che l’amore s’è consumato senza che la medesima sorte, ahimè, sia toccata al sesso. Già, perché Valeriona nostra chiederà l’annullamento alla Sacra Rota in quanto il buon Cottone, in un anno scarso d’amore, avrebbe preferito salire in sella alla sua Lambretta (di cui ha rilevato il marchio) piuttosto che alla moglie.

E capirete che la faccenda non è mica tanto trascurabile: questa donna passa una vita a convincerci del fatto che sia una bomba sexy nonostante l’occhio da cernia morente e il piede da troll norvegese compresso nella calza a rete e la scarpa gioiello, va col tubino sottoveste e il rossetto fucsia pure a far castrare il gatto, fonda un marchio di biancheria intima e fa del suo perizoma glitterato il suo credo religioso e poi il marito non la tocca neanche con il manico della scopa. Una roba da entrare dall’analista ora e uscire a fine agosto, anche perché la povera Valeria dice di aver scoperto solo dopo le nozze chi fosse davvero il marito. Dice che lei proprio non aveva alcun sospetto. Dice che pareva tanto una cara persona. Dice che l’ha scoperto da google dopo il matrimonio che lui aveva un po’ di magagne finanziarie. Diamole atto. Fino a quel momento, tutto quello che era uscito su Cottone, in effetti, era parecchio rassicurante: una società con Paolo Berlusconi, un sequestro sventato dalla Guardia di finanza , un precedente sequestro operato dalla mafia catanese, un’ex moglie collusa con la mafia che era stata tra i mandanti del suo sventato sequestro e così via. Del resto, i trascorsi dei nostri mariti si somigliano un po’ tutti: una ex morbosa, una vacanza a Cuba con gli amici, un sequestro in Aspromonte, non vedo quale sia la novità. E poi diciamolo: se una donna non è sicura di sposare il Principe Azzurro mica organizza delle nozze così. Mica invita settecento persone, mica fa preparare la sua torta delle dimensioni delle sue nobili chiappe, mica dice di sì in diretta nazionale. Certo, poi uno rivede il tutto col senno di poi e si fa delle idee.
Per esempio, ora ho il dubbio che la famosa bestemmia udita in diretta durante la cerimonia non fosse di una guardia del corpo ma della Marini che aveva visto l’estratto conto del marito. Viene il sospetto che il tema della festa post-nozze fossero “elfi fate e folletti” perché se una crede che Cottone sia un gentiluomo può pure credere a Fantasilandia e alla fatina dei denti. Viene il sospetto che i sette metri di velo fossero il sudario con cui Cottone avvolgeva lei e i suoi babydoll fucsia prima di occupare il talamo nuziale in sua compagnia. O il bavaglio con cui azzittiva la suocera.

E questo è un altro delicato capitolo. Secondo Valeriona, suo marito trattava male quella mite, docile suocera che si chiama Gianna Orrù, una che ai tempi dell’isola dei famosi in Sudamerica , nessuno aveva il coraggio di nominare. Manco il cartello di Medellin. Dichiara, testuale: “Prima del matrimonio Giovanni è sempre stato rispettoso nei confronti di mia madre e di mio fratello, che poi è pure commercialista”. E qui la domanda è: che vuol dire “che è pure commercialista”? C’è una speciale legge che consente di sfanculare i notai e gli architetti ma chiede il carcere duro per chi insulta i commercialisti? No perché se è così, in periodo di dichiarazione dei redditi, tocca arrestare il 98% dei contribuenti. Lo so, sono stata un po’ dura con Valeriona nostra, ma credetemi, non è sparare sulla croce rossa. Al limite, sulla croce in swarovski che da circa vent’anni campeggia sul suo decoltè. La verità è che in fondo non si può non volere un po’ di bene a una donna che in mezzo all’orda di sgallettate che impalmano dei cessi un po’ agè ma pieni di soldi, dopo Cecchi Gori, riesce, clamorosamente, a ripetere l’exploit: scegliersene un altro piuttosto cesso, agè e pure senza soldi. Guardate che questo è talento. L’unico riconosciutole all’unanimità, per giunta. Ora, cosa ne sarà del futuro sentimentale di Valeria non lo possiamo sapere. Al momento non le resta che confidare nella Sacra Rota, anche se l’iter non è affatto facile. La Santanchè, per dire, ha ottenuto l’annullamento del primo matrimonio, ma in quel caso è chiaro che la Chiesa ha avuto pietà di quel pover’uomo e probabilmente la Sacra Rota gli ha intestato anche un paio di condomini in centro per risarcirlo moralmente. L’unica certezza è che se la Marini va avanti così, a suon di interviste in cui racconta i particolari del suo anno scarso di nozze con Giovanni Cottone – le sue angherie, le sue bugie, i suoi mancati accoppiamenti – il prossimo soprannome di Giovanni sarà Gianni ‘a Carogna. Insomma. Pensateci bene prima di divorziare da una che mette l’ombretto rosa e i garofani tra i capelli dopo i quaranta.

Arisa: l’unica Controvento


Ho capito che gli equilibri nella musica italiana sono definitivamente mutati quando ho letto la sceneggiata di Piero Pelù a Tv Sorrisi e Canzoni.
El Diablo, il maledetto, il cantante che puzza di zolfo e sudore, quello che gira inguainato nei pantaloni di pelle anche con cinquantadue gradi e cinquantadue anni percepiti, ha sbattuto i pugni sul beauty-case perché in foto è venuto male. Perché non si piace. Perché non gli hanno fatto controllare lo scatto prima. O quando Ligabue s’è messo a cantare sul palco dell’Ariston pettinato come Justin Bieber con Fazio che gli ballava dietro. Ecco.

Lì ho capito che non ci sono più i rocker di una volta. Che la trasgressione, quella fatta di coraggio, ribellione e provocazioni veraci, oggi in Italia appartiene ad un solo personaggio nel campo musicale. Appartiene ad Arisa. E non storcete il naso perché ha più coraggio Rosalba Pippa da Pignola che il novantacinque per cento di tutta la sterminata mandria di attrici, comici, cantanti e ballerini che popolano il tubo catodico.

Ha iniziato che pareva Ugly Betty, con l’aria di quella che alle feste di classe riceveva meno inviti a ballare un lento lei della scopa. Si presentava vestita da campagnola bon ton, canticchiava «Sincerità» o «Malamorenò», due canzoncine buone da fischiettare sotto una doccia (chimica) e rispondeva alle interviste con la vocina di colei che aveva appena dato due boccate d’elio. Insomma, la guardavi e ti auguravi che finisse inghiottita al più presto nello stesso buco nero in cui sono stati risucchiati i Jalisse o i Neri per caso o i Dirotta su Cuba o Gemma del Sud. E invece non avevamo capito niente. Mentre noi, stupidi, stavamo prendendo le misure del suo naso, Arisa stava prendendo le misure del successo. Fiutava, si guardava intorno, imparava le regole. Sostanzialmente, decideva di farsi accettare e farsi spalancare la porta della popolarità per poi creare un gran casino dal di dentro. Che poi è lo stage di tutte le schegge impazzite che si rispettino. Tu pensi d’aver fatto entrare in casa Bambi e invece ti ritrovi l’Anticristo.

I primi segnali decisivi della mutazione da nerd a scheggia, sono arrivati con X Factor. Intanto, Arisa ha avuto un infighimento che neanche Franceschini prima e dopo la barba. E quando una donna si infighisce in quel modo, quando una passa dall’essere Betty la cozza a Arisa la gnocca, vuol dire che è capace di tutto, dall’entrare nell’arco di un mese in una taglia quaranta a sfanculare con un totale sprezzo del pericolo il coach più irascibile della storia dei talent, dalla naumachia di Giulio Cesare ad Amici di Maria De Filippi: Simona Ventura. E infatti, col suo «Sei falsa Simona cazzo!» Arisa è entrata a pieno titolo nella storia degli impavidi che hanno saputo sfidare l’impossibile: Davide contro Golia, Leonida contro la Persia, Cuperlo contro Renzi, Arisa contro Simona Ventura. E nonostante il gesto le sia costato l’epurazione dal talent più bello della tv – perché una donna a cui hanno falciato il nonno sulle strisce pedonali sa perdonare, ma la Ventura no – Arisa non ha battuto ciglio e ha proseguito per la sua strada.

Dritta si fa per dire, visto che sui tacchi ha l’andatura di Johnny Depp all’uscita da un’enoteca. Nel frattempo si molla col suo fidanzato, che poi è quello che le ha scritto tutte le canzoni fino a quel momento compresi i motivetti demotivanti, e si consola con un altro, tal Lorenzo, il quale a dirla tutta è pure piuttosto figo. I giornali la ritraggono con lui per strada e le limonate immortalate dai paparazzi sono così focose che l’ugola di Arisa la vediamo per la prima volta sui giornali di gossip, anziché sul palco mentre canta. Noi la pensavamo a letto nella sua sottana di lino bianco col buco al centro come le vergini di una volta e invece è molto probabile che Arisa abbia una vita sessuale ben più vivace della nostra. E di quella di Piero Pelù.
Intanto alla scheggia Arisa riesce un altro miracolo, che è quello di tenersi l’ex fidanzato come autore delle sue canzoni, e questo di rimanere soci degli ex, è un talento che in Italia è universalmente riconosciuto a sole due categorie umane: le gatte morte e Casini. Poi arriva Sanremo 2014. Mentre Noemi si presenta vestita da gemellina di Shining, Arisa veste Jil Sander. Ha l’aria imbronciata e sfrontata di quella che sta lanciando un preciso messaggio al popolo: «Ero un fumetto e ora sono un’icona minimal chic. Avete creduto a tutto, al milione di posti di lavoro, al metodo Stamina, alla conversione di Sara Tommasi e ai vantaggi della Tasi, potete credere anche a questo».

Noi, in effetti, ci crediamo a tal punto che «Controvento» e le sue décolleté gialle, riescono a polverizzare perfino gli scolli a V con pelo strategico di Renga, gli acuti di Gualazzi e i contorsionismi al piano di Rubino. E dopo aver steso tre uomini con un brano del suo ex uomo, stende anche il quarto, Fazio, che prova a far leva sull’emozione della vittoria e si sente rispondere: «Sì, mi aspettavo di vincere, ero qui per questo. E non mi scompongo, io sono così». Morale: Sorrentino agli Oscar ringrazia pure Maradona emozionato come un adolescente e lei a momenti col palmizio d’oro ci si gratta la schiena.

Ma il panzer Arisa non si ferma qui. Il giorno dopo va dalla Venier per le celebrazioni di rito, le mostrano un video in cui la madre racconta di come era da piccola e lei esce di scena incazzata come una biscia. La Venier la implora di tornare ma Arisa è già al casello Imperia est. Dirà in seguito che la tv delle lacrime e del gossip le fa orrore. La Venier, altra creatura incline al perdono quanto la Ventura, Putin e l’Idra a tre teste, va dalla Bignardi e in mezz’ora di intervista, per ventinove minuti lancia anatemi ad Arisa. Una roba che se fossi Arisa cambierei nome sul passaporto e me ne andrei a vivere in una comunità di Quaccheri in Pennsylvania. Ad Arisa, invece, tanto per cambiare non frega un’emerita cippa e continua beata la sua promozione, incurante di battutacce sul suo cognome e delle regole del gioco. E anche del sottotitolo che i nemici illustri hanno dato al suo nuovo album «Se vedo te». Sì, Se vedo te (ti meno). Avanti così Arisa, sei tutti noi.

Intervista a Chef Rubio

Guardi Gabriele Rubini in arte Chef Rubio e pensi: questo non solo cucina, ma se occorre la cucina te la monta pure sollevando i pensili con la stessa naturalezza con cui gira il risotto. E in fondo è questo, e non solo questo, che distingue Chef Rubio dagli altri cuochi che circolano in tv: il braccio tornito e tatuato con cui gira il risotto. Che è quello di chi mescola ma anche di chi si mescola. Alla gente, alla strada, allo sport, alla vita. Ed è una vita concentrata la sua, più di certi sughi che mette sul fuoco. Trent’uno anni, ex rugbista (ha giocato a Roma, ma anche in Nuova Zelanda), i primi passi in cucina proprio mentre giocava dall’altra parte del mondo, un trasferimento in Canada per fare nuove esperienze in cucina, poi il fortunato esordio in tv, su DMax, in cui ha condotto la prima stagione di “Unti e bisunti” (è in arrivo la seconda). Ora, sempre su Dmax, Rubio conduce “Il cacciatore di tifosi”, in cui spiega alla gente comune il suo primo amore: il rugby. E nel frattempo, siccome la celebrazione di un cuoco passa attraverso la pubblicazione di un libro di sue ricette, ha pure scritto un libro insieme alla ricercatrice Stefania Ruggeri, “La nuova dieta mediterranea”.

Copertine, foto patinate, ora anche il libro. Non mi dire che ti stai imborghesendo anche tu.
Non ci penso proprio. In realtà io al libro ci pensavo già quattro anni fa, quando la popolarità era ancora una cosa lontana e nessuno, allora, se lo avessi proposto mi avrebbe calcolato. Volevo scrivere qualcosa contro questa mania di fare i nuovi americani, anziché essere i vecchi mediterranei che siamo. Ormai tra un burger bar, un sandwich e un like su facebook, ci nutriamo e basta, non assaporiamo. La cucina mediterranea è un ritorno alle sane abitudini.

Il libro è un po’ anomalo in effetti. Tra ricette e considerazioni scientifiche c’è anche la tua prosa, un Rubio scrittore. Dopo la bruschetta nell’olio vuoi intingere la penna nel calamaio?
Sì, perché amo scrivere e la scrittura è come la cucina: la pratichi per te stesso, certo, ma puoi la vuoi anche condividere. E poi io sono orso, faccio fatica a esprimermi parlando, anche se parlo bene, ma con la scrittura mi viene più facile. Ho un blog, traslochifunebri.blogspot.com in cui scrivo e dico che siamo tutti morti viventi che camminano portandosi dietro la propria bara.

Quindi il prossimo passo sarà la letteratura. Nel frattempo dal rugby sei passato alla cucina. Sei meglio come rugbista o come cuoco?
Il rugbista l’ho fatto per diciotto anni, quindi dico meglio come rugbista. E poi in cucina raggiungere la famosa eccellenza è una cosa complicata. Anzi, forse non la si raggiunge mai. Nel film “Jiro dreams of sushi” questo meraviglioso ottantacinquenne giapponese mostra come da settant’anni fa sempre la stessa cosa, prepara sempre lo stesso sushi, seguendo sempre lo stesso rituale. L’eccellenza è un moto perpetuo, ogni giorno ci si può superare.

Dimmi la verità. Street food, tatuaggi, la calata romana. I cuochi stellati non ti guardano dall’alto in basso?
Mi frega davvero poco dei cuochi stellati e poi i migliori non sono quelli che vanno in tv, quelli sono comunicatori. Per me il cuoco stellato numero uno è Alessandro Breda del Gellius di Oderzo. Mi basta un suo “Vai così” per avere le giuste motivazioni.

Facciamo il gioco della torre. Se dovessi buttare giù un cuoco a scelta tra Carlo Cracco, Benedetta Parodi e Gualtiero Marchesi, a chi daresti la spinta?
A Benedetta Parodi, lei è una comunicatrice per massaie. E’ la Barbara D’Urso dei fornelli.

Ma la tv la guardi?
Non la vedo dal 2006, e non lo dico per dire, è così. Mi vado a cercare quello che mi interessa su youtube, mi informo, ma seleziono. La tv per me è come la compagnia: va selezionata quella giusta. E poi preferisco leggere.

Cosa leggi?
Murakami. La Yoshimoto. Mai libri di cucina. Io amo la cultura giapponese perché i giapponesi sono eclettici come me.

Aprendo un menù al ristorante, c’è qualcosa in particolare che ti manda in bestia?

Sì. L’incapacità di scriverlo in primis. Quando vedo che per descrivere un piatto ci vogliono cinque righe, quando leggo termini come “Aria” “spuma”, “letto di”, mi irrito. Troppe parole nascondono poca sostanza. La cucina è una cosa semplice, i piatti si descrivono citando tre ingredienti massimo e non scrivete “in crosta di” se poi la crosta manco c’è!

Le donne subiscono il tuo fascino in modo indegno, e non solo il tuo. Cos’hanno i cuochi di così attraente?
Noi facciamo cose che nessuno fa più. Gesti che non sono più dei riti come una volta nelle famiglie. Nessuno ha più tempo di impastare, fare il brodo e la gente rimane imbambolata davanti alla tv a guardare noi che siamo ancora capaci di farlo.

Hai a cena la Santanchè. Cosa le cucini?
La devo per forza invità?

Si è autoinvitata.
Allora qualcosa che non va masticato troppo, non vorrei mi si scucisse o crollasse l’impalcatura. Niente bistecche troppo alte che si rischia. Magari un brodo di gallina vecchia, che è buonissimo.

E se a cena hai la Boschi?
Mi pare una sveglia, ma non l’ho capita ancora bene. Le offrirei pesce crudo e un bicchiere di vino, così si svelerebbe per quello che è davvero.

Un cibo italiano sopravvalutato?
Il cibo italiano è svilito quando viene fatto male e succede spesso. La pizza è una cosa fantastica, ma la pizza di Spizzico non è pizza.

Il posto in cui si mangia meglio e peggio nel mondo.
Meglio in Giappone, non ci piove. Lì ho mangiato ovunque, dai posti davanti alle fermate dell’autobus ai ristoranti stellati con sei tavoli in tutto e il cibo era sempre incredibile. Il posto
in cui si mangia meno bene direi il Nord Europa, forse l’Olanda. Sono pieni di materie prime fantastiche ma non sanno sfruttarle al meglio.

Nel libro dici che la dieta mediterranea aiuta a fare meglio l’amore. Sottoscrivi?

Certo. Se mangi bene, se mangi i cibi della dieta mediterranea, non sei appesantito e hai energia da bruciare molto velocemente. In più, il liquido seminale dell’uomo ne beneficia perché col cibo giusto è di più e più buono. Se ti fai una bistecca con salsa bernese poi ti accasci sul divano. Se mangi mediterraneo, sei più invogliato a sbattere la donna contro il muro.

(mi schiarisco la voce). La popolarità ti consente di cucinare per milioni di italiani. Ma riesci ancora a mangiare tranquillo?

Insomma, diciamo che non mi posso più sbrodolà come una volta e che devo sta attento alla ruchetta in mezzo ai denti, ma tutto sommato, va bene così.

E comunque, diciamolo: all’uomo che ti sbatte contro al muro per una semplice pastasciutta, poi la camicia sbrodolata, noi donne, la smacchiamo più volentieri. Figuriamoci se quell’uomo è Chef Rubio.

Il terrazzo racconta

Nella casa in cui andrò a stare tra un po’ c’è un terrazzo grande. Non ho mai avuto un terrazzo grande, per cui per la prima volta mi sono posta il problema di come renderlo qualcosa di più che un fazzoletto all’aperto su cui stendere i calzini o prendere un po’ di sole messa di sbieco. Allora mi sono messa a guardare i terrazzi in città. Quello che la gente ci mette, quello che si riesce a scorgere dalla strada. E guardando certi terrazzi confinanti nello stesso palazzo, grandi uguali, magari con una vista mesta, di fronte a un palazzo con l’ombra alta di un dinosauro, mi sono resa conto di come nello stesso palazzo, i terrazzi raccontino la gente. E di quanto siano diversi. C’è gente che il terrazzo lo riserva alle scope e ai tappeti a cui far prendere aria. Gente che li acchitta come fortini, con tendoni scuri e grate di legno. Altri che hanno ancora su appese le comete natalizie e si godono il terrazzo solo quella settimana l’anno, quando quella ringhiera diventa il loro pezzo di Las Vegas. Poi ci sono quelli che non si rassegnano. Quelli per cui quei due metri quadrati di cemento sono la loro finestra sul mondo, sono un giardino verde, sono il prato dei sogni e allora li riempiono di piante, felci, alberelli, edera, fiori e vasi colorati e sedie di ferro battuto e annaffiatoi e cesti di vimini e pensi che alla fine la meraviglia sta lì: nella gente che non s’arrende e in quei due metri quadrati di cemento nell’ombra, sa inventarsi una foresta.

Che ci importa del mondo

Quando mi hanno regalato un computer, un po’ di anni fa, c’era un blog che non si chiamava blog. Era il “Mumble mumble” di Jovanotti. Lorenzo, lì, raccontava la sua vita a Cortona, le avventure del suo cane Pinocchio, il pancione di Francesca che cresceva. Piccole storie di vita quotidiana, a cui mi ero appassionata. Desiderai un blog all’istante. Qualche tempo dopo, il mio amico Claudio (che conobbi proprio grazie al Forum di Jovanotti), nel giorno del mio compleanno, mi regalò un blog. Accesi il computer e me lo trovai davanti, intonso e rosa confetto. Ho cominciato a scrivere lì, e non mi sono più fermata. Quattordici anni dopo, la copertina del mio libro la fa Sergio Pappalettera, che a Jovanotti, Battiato e molti altri, di copertine ne ha create parecchie. E la copertina del mio romanzo mi piace un sacco. Un bambino, un campo di grano, dei vecchi televisori. Cosa vuol dire, lo scoprirete presto (dal 2 aprile). Grazie Sergio, grazie Rizzoli.

 

Intervista a Joe Bastianich

Non fa sguardi da piacione alla Cracco. Non edulcora la pillola come Barbieri. Joe Bastianich è l’unico giudice di Masterchef che se ne frega di piacere alle donne e se ne frega di piacere ai concorrenti. Un po’, forse, gli è dispiaciuto non essere piaciuto al pubblico (numerosissimo) della finale di Masterchef, che ha bocciato con la stessa spietatezza con cui lui stampa un piatto sul muro, l’esperimento della diretta.

Eravate abituati bene. Consenso unanime, Masterchef è forse uno dei programmi col più alto gradimento della storia della tv negli ultimi anni, come avete preso voi giudici le critiche che vi sono piovute addosso dopo la finale in diretta?
Mi è dispiaciuto. Abbiamo voluto provare a fare tutto dal vivo e abbiamo sbagliato. Non lo faremo mai più, ma è come in cucina, sbagliando si impara.

Un po’ è stata anche colpa vostra. I dirigenti Sky vi hanno lanciato i piatti in testa come fai tu?
C’erano molte facce lunghe il giorno dopo in Sky, questo sì. E’ un programma che viene realizzato in molto tempo, poi montato con attenzione, dal vivo non rende, credo che sia stato un po’ un peccato per tutti.

Non avevi messo in preventivo il fatto che tu, Barbieri e Cracco non siete tre showman?
Forse no, ma la verità è che abbiamo condotto male, è stato gestito male, è stato un momento di tv non all’altezza del resto che avevamo fatto, spero solo che il pubblico ci perdoni.

Parliamo del vincitore. L’anno scorso l’avvocato, quest’anno Federico il pignolo. La simpatia non vince in cucina.
Federico non è affatto antipatico, anzi, è simpatico. E’ solo un po’ precisino e tanto spigoloso.

Anche l’avvocato era simpatico?
Simpatica non è la prima parola che mi viene in mente pensando a lei.

Quale ti viene in mente?

Causa persa.

Per chi tifava Bastianich?
Quest’anno erano tutti bravi, ma Almo, Salvatore ed Enrica erano i miei preferiti.

La standing ovation però il pubblico l’ha riservata ad Alberto.

L’Italia ama Alberto perché conosce la vita, è un grande uomo, saggio e poeta.

Tua mamma ti rimprovera mai la tua rudezza nei giudizi?

Eccome! La mattina dopo la puntata mi manda delle email di fuoco, in cui mi scrive “tu sei scorretto!”, “Cattivo!”, “Smettila di fare così!” e io mi faccio sgridare a quarantacinque anni, ma sono abituato.

Su di te aleggia un mistero. Cracco e Barbieri hanno spadellato spesso a Masterchef, tu sai cucinare?
So cucinare, ma non sono un cuoco, io faccio il giudice e il selezionatore di cuochi, quindi sono un intenditore di cucina, ma cucinare non è il mio lavoro.

Ok, ma se mi inviti a cena due uova strapazzate le sai fare?

Stai tranquilla, so fare molto di più.

L’anno scorso ha fatto molto discutere la tua dichiarazione su Berlusconi. Dichiarasti che se si fosse presentato nel tuo ristorante l’avresti cacciato. Se si presentasse a cena da te Renzi?
Renzi mi è simpatico, se viene da me mi siedo, mangio con lui e gli offro la cena, sono un suo supporto, menomale che in Italia è arrivato uno come Renzi.

Se Renzi fosse un piatto sarebbe?
Una bistecca alla fiorentina. Al sangue, lui è sanguigno.

Tra te e Rachida c’era uno strano rapporto, un po’ ambiguo. Tu la bacchettavi e lei era felice. Era un po’ innamorata di te?
E’ una donna strana, a lei piace essere sgridata, non so quanto questa cosa sia legata ai suoi gusti personali… chissà, forse conduce una vita alternativa in casa sua, magari sadomaso.

In Usa, fai Masterchef Junior, che in Italia vedrà giudice tua madre. Con i bambini sei più tenero o gli blocchi la crescita coi tuoi cazziatoni?
Sono più morbido. I bambini sono incredibili, sono più bravi, onesti e intelligenti dei concorrenti adulti. Non sono ancora storti dalla vita. Aspettatevi grandi cose dai bambini italiani, sono dei cuochi sorprendenti.

Silvia Slitti: come si cresce il figlio di un calciatore

Silvia Slitti, mamma e mitica moglie del giocatore del Milan Giampaolo Pazzini, che ho intervistato ora su M2o, dice esattamente quello che ho pensato io oggi quando ho sentito la Fico. “E comunque se ti alzi e vai a lavorare, la prima classe eventualmente gliela puoi pagare anche tu, madre, a tuo figlio”.
Silvia Slitti, moglie del calciatore del Milan Giampaolo Pazzini e general manager di Silvia Slitti Luxury Events, commenta così le dichiarazioni di Raffaella Fico sulle eventuali discriminazioni che subirebbe la figlia Pia se non potesse viaggiare in prima classe come gli altri figli di calciatori: “Io non potrei mai dire una cosa simile, anzi, cresco mio figlio senza ricordargli che è il figlio di un calciatore. Altro che prima classe, io a Roma lo manderei anche in motorino, viaggio spesso in prima ma anche in seconda classe e se non c’è posto pure in piedi. E poi se non avessi un marito calciatore, la prima classe gliela potrei pagare io, visto che lavoro e sono indipendente. Mio figlio non lo porto neanche allo stadio, cresce con altri valori, per esempio più che del padre è fan del nonno che è un artigiano: fa il cioccolato. E poi in seconda classe mica ci viaggiano i figli dei pescivendoli che comunque sono lavoratori seri, ci viaggiamo tutti, così come in prima non ci viaggiano solo i figli dei calciatori!”.

Hugh Grant e i cinquantenni di pastafrolla

Quando vedo gli uomini come Hugh Grant io me la rido. Me lo immagino a cinquantatrè anni suonati svegliarsi in piena notte e realizzare che no, non lo sta svegliando la modella jamaicana perchè vuole il bis, ma uno dei suoi tre figli perchè vuole il biberon. E allora lui si alza, dosa il latte in polvere nell’acqua bollente e mentre shekera il tutto imbambolato dal sonno, fissa le presine da forno continuando a domandarsi: “Perché? Come sono arrivato fin qui?”. E “il fin qui”, nel caso specifico, significa tre figli nell’arco di quindici mesi da due donne diverse. Due dalla compagna ufficiale e uno dalla classica “toccatina e fuga”. Roba da far impallidire Hollande, un altro che a quanto pare, ha rischiato di avere il quinto figlio dall’amante Julie. Della serie: questi ultracinquantenni infoiati, oltre a ricordarsi il casco sullo scooter quando vanno dall’amante travestiti da pony express, potrebbero ricordarsi anche altri tipi di precauzioni, visto che i riflessi magari non sono più quelli di una volta. Continua

Natale con un grillino

Vi devo confessare che il Natale 2013 per me non è stato un Natale facile. In ogni famiglia italiana, infatti, ormai c’è almeno un componente grillino e ognuno affronta il dramma come meglio può. Nel mio caso il parente in questione è uno zio vedovo, fratello di mia madre, che quest’anno è venuto a festeggiare il Natale a casa nostra. Purtroppo la faccenda ha comportato tutta una serie di problemi che hanno scosso la serenità della vigilia.

Intanto, lo zio grillino ha preteso tassativamente l’abolizione della carta da regalo per la nota politica della trasparenza grillina, per cui entrato dentro casa mi ha messo in mano una coppetta mestruale ecosostenibile dicendo «Tanti auguri» e s’è diretto in sala. Lì lo zio grillino ha preteso di sapere quali fondi fossero stati utilizzati per acquistare il suo regalo. Noi tutti abbiamo esibito gli scontrini con le prime cifre delle carte di credito personali, che lui ha poi verificato. Nel mio caso ha chiamato il mio direttore di banca, che era alle Barbados, per chiedergli conferma del codice di sicurezza a tre cifre. L’unico nipotino rimasto sveglio, invece, ha dichiarato di aver fatto i regali attingendo dal salvadanaio di casa, per cui lo zio gli ha restituito indignato il docciaschiuma al sandalo spiegando: «Non posso accettare regali pagati con i fondi pubblici», e il nipotino s’è messo a piangere.

Il puntale sull’albero, essendo quello il punto più alto della stanza, è stato immediatamente rimosso: lì lo zio grillino ha piazzato la webcam. Durante la cena, lo zio ha chiesto a mia madre quanti tortellini avesse cucinato. Mia madre ha riposto «sei etti». Allora lo zio, piuttosto irritato, ha chiarito che voleva conoscere l’esatto numero di tortellini, non il peso. Mia madre è andata in cucina e col l’ausilio del colino da tè ne ha contati 231. Mio zio allora ha chiamato tutta la famiglia in cucina e ha esclamato: «Ora ricontiamoli!». Ci siamo messi a tavola alle undici e mezzo perché a ogni conteggio c’era un tortellino in meno. Poi abbiamo scoperto che era il nonno che se li mangiava perché ha novant’anni, la pressione bassa e stava svenendo dalla fame. O meglio, noi ci siamo messi a tavola, mentre lo zio ha cenato solo, in cucina, affermando che lui alla Buvette non ci mangia.

Quando mia madre ha servito il secondo, mio zio ha chiesto a tutti di fare il sacrificio di ridurci le porzioni. Mio nonno s’è ingoiato la coscia intera con l’osso e anche il piatto del Buon Ricordo prima che lo zio riuscisse a finire la frase, perché aveva già capito dove andava a parare. Io, pur di mangiare tutta la mia porzione d’arrosto, ho barattato la riduzione tette di due taglie entro fine gennaio. A fine cena mia madre ha aperto i dolcetti che ci ha mandato la zia sarda. «E questi da dove arrivano?» ha domandato lui con aria torva. «Dalla zia Flora!». «Richiudili subito e rispediscili alla zia domattina». «E perché?». «Perché non devi accettare regali nell’ambito del tuo ruolo istituzionale!». «E io che ruolo istituzionale ho?». «Sei capotavola!». Mia madre ha richiuso il pacco e come dessert abbiamo mangiato delle prugne secche biologiche che coltiva un nipote di Casaleggio, controllando il grado di maturazione via webcam. Finita la cena, mio fratello ha aperto il portafogli per darmi cinquanta euro, ma mio zio l’ha subito fermato. «Che stai facendo?». «Sto dando la mia parte del regalo per i miei genitori a Selvaggia». Allora lo zio mi ha guardata con un’aria nauseata e ha detto: «Non sei più mia nipote se non rifiuti il rimborso!». A quel punto io mi sono fatta cogliere da un forte senso di colpa e non ho accettato.

Mio zio però ha cercato anche di essere simpatico. Mentre mia madre girava l’arrosto, mi ha chiesto se mi sono fidanzata. Gli ho spiegato che ho due pretendenti che mi piacciono parecchio. Allora ha preteso di avere il curriculum di entrambi e l’ha messo online per far decidere al Movimento. Il Movimento, mezz’ora dopo, ha optato per Giovanni con la seguente motivazione pubblicata da Beppe Grillo tramite post su Facebook: «Il Movimento ha deciso che Giovanni è più idoneo al fidanzamento, perché ha più followers su twitter». Il problema è che il giorno dopo Giovanni si è dovuto togliere da twitter perché i grillini che gli preferivano Francesco hanno messo una sua foto su facebook e lo hanno insultato fino a Capodanno.

Durante la tombolata, né il cartellone né le cartelle potevano essere tenute da un solo elemento della famiglia, ma dovevano seguire la politica grillina della rotazione, per cui a ogni estrazione numero, si metteva la lenticchia e si passava la cartella al parente seduto a destra. Mio nonno, che ha l’Alzheimer galoppante, nel passarmi la cartella ha fatto cadere tutte le lenticchie. Quando mi ha chiesto: «Ridici i numeri che sono usciti al nonno?», lo zio s’è alzato sulla sedia e ha gridato: «Cosa state confabulando voi due? State inciuciando?». Mio nonno allora ha risposto che lo stavo solo aiutando. Non l’avesse mai fatto. Mio zio l’ha espulso immediatamente, per cui il povero nonno ha passato il resto della serata in giardino, in mezzo alla neve, con mio zio che ha chiuso la porta sentenziando: «Basta alleanze, basta coi vecchi tromboni, fuori!».

A mezzanotte meno un quarto s’è piazzato davanti alla porta di casa impedendo a madri, nonne, suocere e nipotini di andare alla messa di mezzanotte con la seguente motivazione: la Santa Messa la vediamo tutti assieme in streaming. Il risultato è stato che tutta la famiglia s’è radunata in silenzio attorno al suo computer col salvaschermo di Casaleggio vestito da Babbo Natale. A mezzanotte e venticinque, finita la funzione, lo zio grillino ha spento il computer, ha smontato la webcam dall’albero, s’è infilato il cappotto e ha detto: «E ora andate tutti affanculo! Buonanotte».