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Gabriele Muccino e la polemica contro i doppiatori

Ai più è sfuggito, ma Gabriele Muccino ha messo in piedi una polemica alquanto nervosa sulla sua pagina fb che riguarda il doppiaggio in Italia. Una polemica in cui dà dei provinciali agli italiani che si ostinano a guardare i film doppiati e un sacco di altre belle cose che il nostro genio da esportazione evidentemente aveva sulla punta della lingua da tempo. In un primo post dice di aver visto Her e di pensare con terrore a come sarà la voce sublime della Johansson doppiata. Sostiene che sia come ascoltare Volare di Modugno doppiato in tedesco o la Magnani doppiata in iraniano. E qui già vabbè, vagli a spiegare che una canzone non si doppia e che la Magnani potrebbe avere una sua grandezza pure doppiata dalla De Filippi, ma lasciamo stare. Genialità, per lui, è suggerire agli iraniani di imparare l’italiano per poter comprendere a fondo il nostro cinema. Poi va avanti, scrive: “Sarebbe disonesto dire che la Ricerca della Felicità visto in italiano è lo stesso che visto in inglese. Ha comunque perso almeno il 40 percento, forse più, e solo perché a differenza degli altri registi stranieri, l’ho seguito passo passo dirigendo addirittura i doppiatori… E’, come ho detto, un vizio, una pigrizia culturale. Tornando ad HER. E’ un film a cui penso da due giorni. Se non l’avete visto, guardatelo. Ma solo con l’attitudine di leggere un bellissimo romanzo di Azimov e mai se non in lingua originale! Lasscerà un segno anche in voi, credo…”.

Capito? Tutti a leggere Asimov in lingua originale altrimenti siete delle capre. Peccato che dall’italiano sfoggiato nei suoi post è evidente che farebbe bene anche a lui leggere un po’ di letteratura italiana in lingua originale, visto che la grammatica l’ha lasciata al gate dell’aeroporto di Fiumicino. E poi vorrei dire al buon Muccino che se La ricerca della felicità ha perso così tanto al doppiaggio, mi permetto di dire che non è certo colpa del bravissimo Sandro Acerbo, doppiatore di Will Smith, ma della sua cara amica Sabrina Impacciatore, che nel film doppiava la moglie di Smith urlando e strepitando con l’accento della parolina al primo giorno di ciclo. (e lei è un’attrice anche brava, ma il doppiaggio non è roba sua).
Ma Muccino non si ferma qui, perché poi passa all’annoso problema della traduzione. Dice: “Nel mio ultimo film, Jane Fonda dice a Russell Crowe in modo affettuoso e quasi materno “You son of a Gun”. Come si traduce in italiano? Io no lo so davvero perché quella espressione viene dall’America dei pionieri che si sono fatti strada anche a colpi di pistola. Lo tradurranno “Figlio di una buona donna”. E’ culturalmente la stessa cosa? No. c’è una distanza storica, culturale, in cui si intravedono sentieri polverosi, praterie…So pero’ che se il film uscisse al cinema in lingua originale sottotitolata, lo spettatore leggerebbe “Figlio di una buona donna” ma non perderebbe nello stesso istante l’espressione “Son of a gun” e avrà allora, sì, una fruizione davvero completa e a 360 gradi del film. Ma forse agli italiani chiedo troppo.”.

Insomma, ci voleva Muccino a spiegarci il concetto del lost in translation. E soprattutto, ora, noi caproni italiani, vedremo il suo film perdendoci quel retrogusto di sentieri polverosi e praterie. Porca miseria, e chi mangia stasera al pensiero? Del resto, è ora che gli americani imparino l’italiano per vedere Pasolini senza perdere quel retrogusto di borgate e miseria. O il cinepanettone, che poi come lo tradurranno mai li mortacci tua in americano? Mica mi snatureranno De Sica.
Infine, dopo aver letto dei commenti di doppiatori e non doppiatori che contestavano le sue tesi, Muccino sbrocca e scrive un ultimo messaggio che poi cancella, ma che io ho conservato, in cui lancia il guanto di sfida ai doppiatori: “Io continuerò a vedere i film come sono stati diretti, recitati e concepiti e voi fieri di trasformarli, penserete anzi di potervi sostituire alla voce dei più grandi attori del mondo facendogli un favore! Vi saluto doppiatori con cui sarò costretto come in passato a lavorare vedendo i miei film perdere sfumature su cui ho lavorato per mesi”.

Muccì, ascolta. Bisogna che qualcuno te lo dica. In alcuni dei tuoi film “americani” il doppiaggio era meglio del film stesso. Molti grandi attori americani hanno elogiato il lavoro dei loro doppiatori italiani, uno per tutti Woody Allen col povero Lionello. Il doppiaggio è un servizio, non un obbligo. Chi non conosce l’inglese ne usufruisce, chi lo conosce no. Se ha voglia. I sottotitoli, per mio gusto personale, sono una grande stronzata. Se col doppiaggio perdi le sfumature della voce, con i sottotitoli perdi espressioni, reazioni, mimica. Ma è la mia opinione. Così come è mia opinione che certi grandi attori americani non abbiano necessariamente ‘ste gran voci interessanti che ci vuoi far credere tu. E di sicuro ci saranno stati doppiaggi, nel nostro paese, fatti male, come film americani fatti male. Come certi tuoi film recitati male in italiano da attori italiani assai mediocri come Accorsi e la sua vocina stridula e gli urletti da castrato o certi tuoi film americani semplicemente brutti in lingua originale e non. Fossi un doppiatore, dopo queste dichiarazioni, lo farei doppiare agli amici tuoi, il tuo prossimo film. Oppure tira fuori le palle e porta nelle sale italiane i tuoi film in lingua originale. Non li snaturare, fa questo favore al tuo paese di caproni. Nel frattempo, ti riferisco il pensiero di Pino Insegno a cui ho chiesto stamattina un parere sulle tue dichiarazioni: “Muccino. Fai una bella riflessione. Magari servirebbe a te un bel doppiatore che renda fruibile quello che dici”.