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Sentenza Stasi e i commentatori tipici del Web

Ecco a voi i commentatori tipo sul web dopo una sentenza tipo Stasi. Il mio pezzo su Libero di oggi.

Ormai è la prassi. Arriva una sentenza su un caso mediatico e il condannato di turno, prima ancora di diventare un detenuto, diventa un hashtag (il cui simbolo non a caso è quello della grata di una cella). E’ – inevitabilmente- accaduto ieri con Alberto Stasi. Un fiume di commentatori s’è riversato sul web e ha sentito la necessità di dire la sua al mondo con le consuete argomentazioni da bar, partorite con trasporto dalle seguenti categorie tipo di utenti:

Il giustizialista all’italiana.
E’ quello che non ha neanche capito bene chi abbia commesso l’omicidio, chi sia la vittima e quale sia stata la condanna, ma per lui l’importante è che qualcuno marcisca in carcere e buttino le chiavi nella fossa delle Marianne. Legge di un furto di pedalini all’Oviesse da parte di due adolescenti e sbraita per ore cose come “Li devono mettere in galera e non devono uscire più questi piccoli delinquenti”. Poi magari lo convoca a scuola il preside perché il figlio ha cercato di dare fuco all’insegnante di educazione fisica e “Che sarà mai, sono ragazzate, le abbiamo fatte tutti”.

Il detective mancato.
E’ quello convinto di essere il figlio illegittimo della signora in giallo. Lui vede cose che sono sfuggite al Ris, ha il fiuto del cane molecolare e i mezzi dell’fbi. E’ quello che sa tutto lui. Che suggerisce piste non ancora battute dagli investigatori. Quello che siccome l’assassino aveva delle scarpe con i gommini sulla suola, si domanda se qualcuno abbia verificato l’alibi di Della Valle. E scherzo fino a un certo punto. Chiedete alla redazione di Quarto grado o di altri programmi di cronaca nera. Nei casi di mancato ritrovamento del corpo della vittima, ci sono spettatori che scrivono alla redazione “Il corpo non si trova perché l’assassino se l’è mangiato”. Giuro.

Il garantista estremo.
E’ colui per il quale l’unico assassino certo è quello che uccide a roncolate la suocera in diretta tv mentre Ilaria Cavo lo sta intervistando. Il resto, sono illazioni tese a sostenere fragili teorie probabilistiche che non mirano alla ricerca della verità ma di un colpevole. Tu gli dici: “Eh ma ci sono le sue impronte sul manico del coltello!” e lui: “Beh, come fai a escludere che ce le abbia messe qualcun altro?”. “E come si fa a mettere le impronte di un altro sul manico di un coltello?”. “Magari il vero assassino gli aveva dato il cinque prima di afferrare il coltello!” “Ma va”. Magari hanno le stesse impronte digitali.”. “Ma c’è una probabilità su un miliardo”. “Perché, quante ce n’erano che la Madia diventasse ministro?”. E così via.

Il lombrosiano.
Quello che dopo 15 anni di processi, appelli e cassazione, l’imputato viene condannato e lui “Io l’ho sempre saputo, ha la tipica faccia da assassino”. Che se il criterio fosse questo, Casaleggio come minimo avrebbe il cadavere di Pizzarotti nel freezer.

Il giurista de noantri.
Quello che nella vita ha una tabaccheria, scrive un pistolotto di sessanta righe commentando la sentenza nei dettagli, discutendo l’operato dei pm e contestando la condanna come un giurista consumato, poi tu replichi “Ma del quadro indiziario che ne pensi?” e lui “Ho una stampa di New York in salotto , ma in generale preferisco le pareti vuote”. O anche “Oggi c’è stato l’incidente probatorio!” e lui “S’è fatto male qualcuno?”.

Il dietrologo-complottista.
E’ quello che entra nella discussione con la consueta domanda enigmatica “Ma non vi siete chiesti perché l’imputato ha quell’avvocato di grido?”. “No, perché?”. “Perchè l’assassino è il cugino del nonno dello zio del giardiniere di Alfano, lo sanno tutti!”. Oppure “Il vero assassino non era la madre ma il pappagallo indiano, solo che hanno trovato un falso colpevole per non pregiudicare il rilascio dei Marò”.

Il radicale elastico.
E’ quello che “per carità, io sono contrario alla pena di morte, contrarissimo, che cosa barbara, ma in questo caso…”. E “in questo caso” può essere qualsiasi cosa, dall’omicidio efferato di una donna alla soppressione di una scimmia con l’ebola, a seconda della sua sensibilità. E’ quello, insomma, che “Nessuno tocchi Caino finchè non girano le palle a me”.

Il giustiziere della notte.
Quello che prima di cena scrive un post di novantasette righe in cui giura che se qualcuno gli ammazzasse un parente, altro che carcere, lo aspetterebbe fuori dall’aula di tribunale e dopo aver esploso centoventuno colpi lo appenderebbe per le palle al lampadario, gli farebbe lo scalpo e darebbe in pasto il cuore agli avvoltoi. Poi la moglie gli dice “Apparecchia e pure di corsa!” e scappa lasciando il post a metà.

Il lontano parente.
Quello che lui la vittima la conosceva perché la consuocera aveva fatto la madrina al battesimo della sorella di lei. Ovviamente lei era una brava ragazza ma aveva uno sguardo un po’ triste, si vedeva che c’era qualcosa che non andava. Poi uno replica che bastasse una faccia triste per essere condannati a morte a quest’ora mezzo Pd sarebbe stato falciato e il discorso finisce in caciara, come sempre sul web.

Il coronista.
Quello che ormai qualsiasi cosa tu dica, da “Stasi s’è beccato sedici anni” a “Sai mica con chi gioca il Genoa domenica?”, lui replica indignato “E poi al povero Corona hanno dato 15 anni!”. Fabrizio Corona è diventato il parametro della giustizia mondiale. Il giorno in cui arresteranno il numero uno dell’Isis, lo porteranno a Guantanamo dicendogli “E ricorda che Corona è in carcere per molto meno”.

“Cara Maria Elena Boschi”

Cara Maria Elena Boschi, è un po’ che ci penso. Tu torni a casa la sera dopo aver discusso di emendamenti e trovi il salotto vuoto e una tazza di latte da intiepidire nel microonde. Io torno a casa la sera e dopo aver discusso con mio figlio dell’assoluta superiorità di Godzilla su King Kong, lo metto a letto e mi faccio una tazza di tè verde. Sola. Tu indossi il tacco 12 pure per firmare l’incarico da ministro, io lo indosso pure per firmare l’ordine del giorno alla riunione di condominio. Tu sei lì che lotti con le riforme e io con le forme e in questo senso si preannuncia un’estate faticosa per entrambe. Insomma Maria Elena, io c’ho riflettuto abbastanza e sono giunta ad una conclusione: io e te dovremmo fidanzarci. È questa la vera riforma che s’aspetta il paese, altro che Senato.

Mesi e mesi di chiacchiere sulla politica renziana delle quote rosa e dei diritti al mondo gay e da te ancora nessun segnale di reale adesione alle idee del partito. Sarebbe ora di cominciare con le riforme, radicali, nella tua vita privata e zittire quella combriccola di detrattori che ti descrive come una figurina sbiadita. Fidanziamoci Maria Elena, e altro che figurina sbiadita, tu mi diventerai il Pizzaballa della politica italiana. Lo so che tu non sai neanche chi sia Pizzaballa, Maria Elena, ma non temere, da ora in avanti ci sarò io anche per questo. Basta citazioni polverose. Basta con quest’aria da maestrina che ripete la lezione. Io sarò la tua svolta pop. La prossima volta ti faccio citare Boskov, altro che Fanfani. Anche perchè «In politica le bugie non servono!» non era neanche un granchè come citazione, diciamocelo. Vuoi mettere un boskoviano «penso che tua testa buona solo per tenere cappello!» assestato a Beppe Grillo nel momento giusto? O un destabilizzante: «Chi ha sbagliato, Pagliuca?» durante le contestazioni che subisci alla Camera?

E poi Maria Elena, c’è bisogno di una donna accanto a te perchè tu devi pensare alla politica, devi lavorare con calma, non puoi entrare da Zara a cinque minuti dalla chiusura perchè magari hai l’aereo per l’Africa che ti sta per partire e prendere tutto quello che di blu elettrico trovi accanto alle casse. Hai bisogno di una donna accanto che ti dica no alle giacche fucsia con le spalline a sbuffo. Hai bisogno di no categorici ai jeans slavati stretti sulle cosce, che tu mi sei ostinata come la Pausini e insisti sull’aderente. Hai bisogno di una consulenza seria sulla scarpiera perchè va bene il tacco 12, ma quel tacco 12 fantasia animalier potrebbe far cadere un governo, altro che riforme. E poi no, il reggiseno nero che si intravede sotto l’abito da sera rosso no. Ti ci vuole una donna che sappia maneggiare ago e filo e ti dia due punti alla spallina. Casini ti manda i pizzini e fa il piacione, ma al massimo quello con un ago ci si toglie la spina di un riccio dal piede a Porto Ercole.

So anche che vuoi tre figli. L’hai dichiarato tu. Ti faccio due calcoli Maria Elena. Hai 33 anni. Se vuoi tre figli in una decina d’anni ne dovresti sfornare uno ogni tre a partire da ora. Considerato che i tempi per votare ogni singolo emendamento saranno quelli della costruzione del Partenone, tu avrai tempo di figliare alla vigilia dei tuoi 96 anni e certe cose riescono solo a Carmen Russo o a Brooke Logan. Che poi tu hai quella conformazione fisica per cui dopo tre gravidanze mi ti inchiatti, io lo so già, e io non voglio. Desidero preservare la tua angelica bellezza. E allora anche qui Maria Elena intervengo io. I figli li faccio io. Uno ce l’ho già per giunta, per cui ci saremmo già portate avanti. È grillino, ma magari gli facciamo conoscere Rocco Casalino e sono certa che cambierà idea. Tu sforni riforme e io figli. Matteo farà il padrino a tutti i battesimi purchè prometta di non trafugare le offerte della chiesa, che i fondi per la manovra finanziaria se li andasse a cercare altrove. Saremmo modernissime.

E poi Maria Elena, non mi dire che circondata come sei da quelle donne tristi piazzate dal buon Matteo col parametro «Margherita Buy», ovvero se non hanno la faccia da «M’è finito il prozac» non ce le voglio, non hai bisogno di una presenza femminile più fresca e radiosa accanto a te. Non dirmi che quando guardi la Madia e la sua aria pre-raffaellita e pre-mestruo, non ti prende il male di vivere. Tu hai bisogno di me Maria Elena. Il nostro amore metterebbe a tacere i pettegolezzi, le malelingue.

Saremmo Ellen Degeneres e Paola Concia ma senza acconciature da marines. La Giaguara e la Selvaggia. Un carica erotica ed esotica da fare invidia al paese intero. Saremmo felici. Saremmo spiazzanti e credibili. Saremmo autorevoli. Nessuno direbbe più che sei troppo carina per essere comunista. Nessuno direbbe che ho troppe tette per scrivere. E poi insomma, ora che la D’Amico è lì in barca che si rotola con Buffon e le leggende saffiche su di lei sono definitivamente tramontate, bisogna pur regalare al paese un sogno: quello di una nostra larga, larghissima intesa. Pensaci Maria Elena. Io dico che a questa riforma voterebbero tutti sì. E Vito Crimi non ci dormirebbe un paio di notti, al pensiero di noi due che emendiamo.

Valeria Marini e il divorzio da Cottone

Il mio pezzo su Libero di oggi:

Peccato perché questa volta io alla favola dell’amore eterno ci avevo creduto. E anche Valeria Marini, a quanto pare, visto che a meno di un anno dal suo sobrio matrimonio con Giovanni Cottone, ha dichiarato, affranta, che l’amore s’è consumato senza che la medesima sorte, ahimè, sia toccata al sesso. Già, perché Valeriona nostra chiederà l’annullamento alla Sacra Rota in quanto il buon Cottone, in un anno scarso d’amore, avrebbe preferito salire in sella alla sua Lambretta (di cui ha rilevato il marchio) piuttosto che alla moglie.

E capirete che la faccenda non è mica tanto trascurabile: questa donna passa una vita a convincerci del fatto che sia una bomba sexy nonostante l’occhio da cernia morente e il piede da troll norvegese compresso nella calza a rete e la scarpa gioiello, va col tubino sottoveste e il rossetto fucsia pure a far castrare il gatto, fonda un marchio di biancheria intima e fa del suo perizoma glitterato il suo credo religioso e poi il marito non la tocca neanche con il manico della scopa. Una roba da entrare dall’analista ora e uscire a fine agosto, anche perché la povera Valeria dice di aver scoperto solo dopo le nozze chi fosse davvero il marito. Dice che lei proprio non aveva alcun sospetto. Dice che pareva tanto una cara persona. Dice che l’ha scoperto da google dopo il matrimonio che lui aveva un po’ di magagne finanziarie. Diamole atto. Fino a quel momento, tutto quello che era uscito su Cottone, in effetti, era parecchio rassicurante: una società con Paolo Berlusconi, un sequestro sventato dalla Guardia di finanza , un precedente sequestro operato dalla mafia catanese, un’ex moglie collusa con la mafia che era stata tra i mandanti del suo sventato sequestro e così via. Del resto, i trascorsi dei nostri mariti si somigliano un po’ tutti: una ex morbosa, una vacanza a Cuba con gli amici, un sequestro in Aspromonte, non vedo quale sia la novità. E poi diciamolo: se una donna non è sicura di sposare il Principe Azzurro mica organizza delle nozze così. Mica invita settecento persone, mica fa preparare la sua torta delle dimensioni delle sue nobili chiappe, mica dice di sì in diretta nazionale. Certo, poi uno rivede il tutto col senno di poi e si fa delle idee.
Per esempio, ora ho il dubbio che la famosa bestemmia udita in diretta durante la cerimonia non fosse di una guardia del corpo ma della Marini che aveva visto l’estratto conto del marito. Viene il sospetto che il tema della festa post-nozze fossero “elfi fate e folletti” perché se una crede che Cottone sia un gentiluomo può pure credere a Fantasilandia e alla fatina dei denti. Viene il sospetto che i sette metri di velo fossero il sudario con cui Cottone avvolgeva lei e i suoi babydoll fucsia prima di occupare il talamo nuziale in sua compagnia. O il bavaglio con cui azzittiva la suocera.

E questo è un altro delicato capitolo. Secondo Valeriona, suo marito trattava male quella mite, docile suocera che si chiama Gianna Orrù, una che ai tempi dell’isola dei famosi in Sudamerica , nessuno aveva il coraggio di nominare. Manco il cartello di Medellin. Dichiara, testuale: “Prima del matrimonio Giovanni è sempre stato rispettoso nei confronti di mia madre e di mio fratello, che poi è pure commercialista”. E qui la domanda è: che vuol dire “che è pure commercialista”? C’è una speciale legge che consente di sfanculare i notai e gli architetti ma chiede il carcere duro per chi insulta i commercialisti? No perché se è così, in periodo di dichiarazione dei redditi, tocca arrestare il 98% dei contribuenti. Lo so, sono stata un po’ dura con Valeriona nostra, ma credetemi, non è sparare sulla croce rossa. Al limite, sulla croce in swarovski che da circa vent’anni campeggia sul suo decoltè. La verità è che in fondo non si può non volere un po’ di bene a una donna che in mezzo all’orda di sgallettate che impalmano dei cessi un po’ agè ma pieni di soldi, dopo Cecchi Gori, riesce, clamorosamente, a ripetere l’exploit: scegliersene un altro piuttosto cesso, agè e pure senza soldi. Guardate che questo è talento. L’unico riconosciutole all’unanimità, per giunta. Ora, cosa ne sarà del futuro sentimentale di Valeria non lo possiamo sapere. Al momento non le resta che confidare nella Sacra Rota, anche se l’iter non è affatto facile. La Santanchè, per dire, ha ottenuto l’annullamento del primo matrimonio, ma in quel caso è chiaro che la Chiesa ha avuto pietà di quel pover’uomo e probabilmente la Sacra Rota gli ha intestato anche un paio di condomini in centro per risarcirlo moralmente. L’unica certezza è che se la Marini va avanti così, a suon di interviste in cui racconta i particolari del suo anno scarso di nozze con Giovanni Cottone – le sue angherie, le sue bugie, i suoi mancati accoppiamenti – il prossimo soprannome di Giovanni sarà Gianni ‘a Carogna. Insomma. Pensateci bene prima di divorziare da una che mette l’ombretto rosa e i garofani tra i capelli dopo i quaranta.

Tripadvisor e il paese in cui si sentono tutti Carlo Cracco

Prima o poi doveva succedere. A furia di improvvisarsi critici gastronomici, gli utenti di Tripadvisor cominciano a passare qualche guaio. La prima italiana che inaugura la stagione della controffensiva legale dei ristoratori, è una professoressa di Bologna, che tornata a casa dopo una cena in una nota osteria del centro, ha fatto quello che ormai fanno un milione e duecentomila italiani dopo essere stati al ristorante : ha aperto il suo computer, è andata sul più grande portale di viaggi del mondo e ha scritto, testuale, che in quell’osteria “il vino era imbevibile. Continua

Da Libero: il mio amore devastante per “C’è posta per te”

Ognuno ha le sue perversioni. Grillo ha Di Pietro, Formigoni i lavori a maglia e Benedetta Parodi la panna acida. Io amo in maniera perversa e incondizionata “C’è posta per te”. Da anni e senza cali di desiderio. E perchè sia chiaro quanto la mia dedizione al rito della busta che slitta sul pavimento in plexiglass se l’ospite si smolla o si chiude in faccia a padri snaturati come una tagliola per pantegane se il figlio non ha moti di pietà, io sarei perfino pronta a rinunciare a un invito a cena da Andrea Pirlo, il sabato sera. Potrei al massimo mandare un whatsapp durante la pubblicità, a Pirlo, di sabato sera. E solo per dirgli: “Ha fatto bene a non aprire la busta a quella racchia infame che sparlava della suocera e l’ha mollato per il gommista per poi tornare da lui e lasciarlo perchè s’era dimenticato di registrarle la semifinale di Masterchef”. “C’è posta” per te mi piace perchè ha cinque dinamiche fisse che si ripetono con sfumature diverse in ogni puntata e riescono comunque a appassionarti come se fossero un’assoluta novità nel campo dei meccanismi relazionali e televisivi mondiali. Eccoli: a) il vecchietto ex partigiano che durante la guerra era perdutamente invaghito della figlia del lattaio in un paesello dell’emiliano, non l’ha più vista per 60 anni durante i quali ha avuto tre matrimoni e dodici figli di cui solo dieci riconosciuti , e a 83 anni suonati, neppure ha finito di avvitare il tappo dell’urna cineraria con i poveri resti dell’ultima moglie, che scrive alla De Filippi: “Vorrei tanto rivedere Luigina Campirotti, la figlia del lattaio. Non l’ho mai dimenticata”. Il problema serio è che il vecchietto in questione trascura sempre un piccolo particolare: sono passati 60 anni. Lui è segretamente e irrazionalmente convinto che la figlia del lattaio sia una cavia volontaria degli esperimenti di criogenesi e riposi da decenni in uno Smeg verde pastello. Lui pensa che la De Filippi la scongelerà col phon a cinque minuti dalla diretta e lei sarà ancora la fresca adolescente della foto in bianco e nero che conserva nel portafogli. Ovviamente, la De Filippi gliela trova. Manda il solito postino sfigato che nel borsello di cuoio nasconde una pistola narcotizzante con cui fredda tutti i malcapitati che cercano di scappare dal rito mortificante del “Dì : C’è posta per te!” pronunciato sull’uscio di casa in ciabatte e lei appare in studio. Inutile dire che di quell’esile giovinetta che era la figlia del lattaio è rimasto solo il girovita della cisterna del latte pastorizzato. Quando il vecchietto vede la faccia di Luigina sul monitor non nasconde la delusione. Ma la faccia schifata di lui è niente, perchè a questo punto, per un meccanismo psicologico misterioso quanto il successo di Lorena Bianchetti, Luigina finge di non ricordarsi chi sia lui. Nega il flirt giovanile. Gli dà del pazzo visionario. Finisce che i due si scazzano che neppure se lasci Marchionne e Della Valle al buio nello sgabuzzino delle scope, lei chiude la busta e il vecchietto finisce la serata a cercare amore mercenario sulla Salaria. b) il secondo caso tipico è quello della madre a cui non piace la nuora e quindi non parla più col figlio da dieci anni. I motivi sono quasi sempre profondi e drammatici: la nuora non ha firmato la cartolina del viaggio di nozze a Sorrento. La nuora ha osato criticare lo spessore della glassa sulla torta della suocera. La nuora sta sulle balle alla suocera perchè gli ha portato via il figlio proprio quando aveva cominciato lo svezzamento con la crema di verdura al compimento del trentaseiesimo anno. Questo genere di storie finisce quasi sempre con il pubblico di C’è posta per te che appena la suocera lascia intuire che non aprirà la busta, comincia prima a fischiare, poi a rumoreggiare, poi a lanciare insulti che manco all’arbitro Rizzoli, finchè le casalinghe ultras della prima fila tirano fuori manganelli e scacciacani e la suocera fa aprire la busta nella commozione generale. c) Quello che l’ha fatta grossa. Solitamente si tratta di un ex fidanzato che ha messo più corna in testa alla fidanzata che coroncine in testa alle Miss Sofia Loren. Di norma, la ex fidanzata è pure una gnocca imperiale e lui un cesso in ceramica. Naturalmente lui è pentitissimo e le promette felicità e bagni nel latte d’asina tutti i giorni della loro vita insieme. Qui accadono quasi sempre due cose: o lei lo perdona, lui cede a un pianto liberatorio di tre ore e quaranta e mentre ringrazia la De Filippi le lascia in mano un pizzino col suo numero di cellulare e il messaggio “Comunque sei una bella topa”, oppure lei chiude la busta e la frangia femminista e cornuta del pubblico, la porta a spalla per Cinecittà come la statua della Madonna dei pescatori. D) altro caso diffuso e misterioso è quello di parenti diretti tipo madre/figlia o fratello/sorella che non si parlano da vent’anni per questioni di principio e dopo trenta secondi di trasmissione aprono la busta e s’abbracciano tra lacrime copiose e suoni gutturali di varia natura. Che uno avrebbe voglia di dire: ma in vent’anni non vi potevate citofonare per risolvere ‘sta cosa anziché fare questa figura da pirla in mondovisione? F) quelli che per riscattare una madre da una vita di sacrifici e miserie le portano Gigi D’Alessio. Che uno pensa, già questa ha avuto una ciofeca di vita e ora pure Gigi D’Alessio? La visione di queste storie, lo ammetto, mi prova emotivamente più di una sconfitta del Genoa in casa. In dieci minuti di biografia della madre fiammiferaia letta dalla De Filippi con la colonna sonora di “Incompreso” in sottofondo e quattro marmocchi che depositano peluches e mazzi di fiori ai piedi della povera signora, io piango tutte le lacrime di tutti i neonati del mondo. Senza ritegno. Senza dignità. E io lo so che siamo in tanti. Lo so che ormai a far piangere gli italiani sono solo le buste: quelle della De Filippi e quelle di Equitalia. Solo che la De Filippi, a un certo punto, se la busta non la vuoi aprire, molla.

Il caso del bambino di Padova: l’oscena ipocrisia di tv e genitori

Il mio pezzo su Libero di oggi sul caso del bambino di Padova e l'oscena ipocrisia di tv e genitori:

Eviterei le prediche sui confini che la tv non dovrebbe superare e andrò dritta al punto: il circo che si è scatenato in questi giorni sul bambino di Padova prelevato fuori dalla scuola è uno dei casi mediatici più disgustosi e deplorevoli al quale abbia mai assistito. E non lo sostengo dopo un distratto giro di zapping. Ho guardato tutto, compreso quello che mi ero persa recuperandolo online, e sono scossa come se qualcuno avesse trascinato me, per le gambe, mentre Federica Sciarelli mi riprendeva con l’iphone. Ho visto cose che voi umani. E soprattutto, ho visto cose che voi genitori. E le ho viste fin dalla genesi, dalla scintilla infernale che ha partorito questo delirio mediatico, quando un programma che dovrebbe aiutare a ritrovare persone di cui si sono perse le tracce, ha deciso di fornirci le tracce dettagliate di un bambino che è colpevole solo di trovarsi frullato in un corto circuito di conflitti genitoriali devastanti e una giustizia lenta, confusa, troppo ambigua e inefficace quando si parla di bambini contesi. Perchè la prima domanda che mi faccio, da madre separata con un figlio di otto anni, è come sia possibile compiere la scelta di mandare in onda un video del genere senza preoccuparsi minimamente delle conseguenze irreversibili che una decisione del genere comporta. Non saranno i pixel sulla faccia a proteggere quel bambino, un domani, dallo scempio di rivedersi mentre le sue scarpe grattano l’asfalto, il papà lo trascina come un sacco di patate, i poliziotti gli tengono i piedi come a un ferito di guerra e e la zia amorevole lo riprende col telefonino per mandare il video a Chi l’ha visto. Mi chiedo il perchè quel video non sia finito in mano a un avvocato e a un giudice, anziché in pasto allo Share-lli. Mi chiedo sì, che razza di padre sia quello che tira per i piedi un figlio davanti alla scuola, ma anche che madre sia quella che trascina il figlio per i piedi in televisione, infilandolo nel secchio zozzo delle frattaglie con cui sfamare le bestie voraci di questa tv. Mi chiedo che tv sia quella che si sfama di questo. E ho visto i conduttori che ci mangiano, da quel secchio, leccando pure il fondo, parlare di rispetto e attenzione per quel bambino, fingendo scrupoli ridicoli. I pixel sulla faccia del minore, come no. Mara Venier e Barbara D’Urso che si scusano perchè qualcuno durante La vita in diretta o Pomeriggio 5 ha pronunciato il nome del bambino e poverino, rispettiamo la sua privacy. Certo, perchè sarà il suo nome a renderlo riconoscibile, non le belle facce di mamma e papà nei salotti della Venier e della D’Urso. Immagino che quando tornerà a scuola tutti capiranno che è QUEL Leonardo, perchè di Leonardo da Roma in su c’è solo lui, non perchè ad accompagnarlo a scuola saranno quella mamma che parlava di lui in tv senza pixel e quel papà che raccontava la sua storia su rai 1, tra un servizio sui formaggi sardi e uno sul battesimo della figlia della Marcuzzi. Ho visto Alessandra Mussolini prendere così a cuore questa vicenda da decidere di andare a trovare il bambino nella casa protetta in cui si trova per rassicurare la madre sul suo stato mentale e psicologico. Ora, a parte il dramma surreale di questo povero bambino che finisce in una casa protetta che non riesce a proteggerlo neppure da Alessandra Mussolini, il punto fondamentale è che la Mussolini s’è presentata lì fuori con le telecamere di Pomeriggio 5. E qui la cosa va sottolineata bene: il presidente della commissione parlamentare dei diritti per l’infanzia, va a trovare un minore la cui vita è già stata spettacolarizzata come la strizzata di tette della Del Basso sotto la doccia del Grande fratello, e lo fa con le telecamere della D’Urso. Ma soprattutto, dopo che ha visto il minore, racconta alla madre come sta suo figlio e cosa le ha detto, non durante una telefonata privata, commossa, toccante. No, in diretta dalla D’Urso. Se riuscite, rivedete questo passaggio, perchè è un momento televisivo di rara ipocrisia. Prima viene mandato in onda il video di una volontaria quella casa famiglia che rassicura tutti e dice che il bambino è sereno, dorme, gioca a Super Mario Bros. Poi, arriva la Mussolini, che con pause ad effetto, frasi opportunamente smozzicate, preventive rassicurazioni alla madre, le dice che lei purtroppo lo deve rivelare, non può mentire e non le interessa quello che dice il garante della privacy, che andrà in galera ma deve riferire quello che il bambino le ha detto. E lì uno si aspetta rivelazioni shock del tipo “ è legato alla gamba del letto e lo sottopongono a elettroshock”, mentre il punto, per giunta vago e argomentato con scarsa chiarezza, è che “il bambino è provato”. “Vuole andare dalla mamma”. “Ha un po’ male alla schiena”. “Non si relaziona con gli adulti, voleva andare a giocare con gli altri bambini”. E voglio dire, un bambino che preferisce i coetanei alla Mussolini mi pare piuttosto lucido. Il tutto, davanti alla D’Urso che rassicura il Garante sull’estrema attenzione per la privacy del bambino e la madre in lacrime che nel frattempo ricorda a tutti che dal filmato fuori dalla scuola sono state tagliate le parolacce che il bambino gridava al padre, tanto perchè c’era bisogno di aggiungere qualche particolare osceno a questa allegra vicenda. Il tutto, naturalmente, condito dal tormentone salva-coscienza “lo facciamo per il bene del bambino”. Nessuno, ha fatto il bene del bambino, in questa storia, sia chiaro. E nessuno lo ha fatto perchè quella del bambino di Padova è la storia esasperata , perversa e dolorosa di tutte le separazioni più incivili e tormentate. Quelle, appunto, in cui si smette di pensare al bene del bambino e di fronte alla spada di Salomone, si lascia che la lama affondi nella carne di un innocente. Magari a favore di telecamera. E che chi l’ha trascinato per le gambe, filmato come un concerto e portato nei salotti tv, tenga bene a mente che il bambino diviso in due dalla spada, perderà l’infanzia una seconda volta e in un momento preciso: quando andrà su google, su youtube e su tutti i siti che avranno sempre memoria dello scempio che si è fatto della sua infanzia. E se a lui hanno diagnosticato un’alienazione parentale, io, dopo questa vicenda, ho una feroce e virulenta alienazione mediatica.

Il mio pezzo su Libero di oggi sulla tendenza “50…

Il mio pezzo su Libero di oggi sulla tendenza "50 sfumature" tra le vip nostrane.

Gli sviluppi della saga Ficotelli

Io li amo, i Ficotelli. Li amo perchè mentre il resto del paese è lì che discute di caste piemontesi, Sallusti e Monti bis, i due continuano inarrestabili la loro telenovela mediatica condita da
colpi di scena e ribaltoni continui. Roba che tra i Ficotelli e il governo somalo è un po’ più stabile il secondo, ma il bello della storia è proprio questo. E siccome gli ultimi sviluppi ci hanno regalato grandi soddisfazioni e c’è gente che ha abitudini bizzarre tipo lavorare, portare i figli a scuola o leggere un libro, anziché informarsi su cosa faccia Raffaella nostra, occorre un dettagliato riepilogo dei fatti. Che i Ficotelli abbiano trascorso le vacanze estive lontani l’uno dall’altra, dopo la rivelazione shock della gravidanza di lei e la richiesta del dna di lui e del 740 di lei e di un’indagine catastale di lui, è cosa risaputa. Nello specifico, alla notizia che Raffaella avrebbe presto partorito suo figlio, Mario, per eccesso di partecipazione e empatia per lo stato della Fico, aveva deciso di condividere con lei anche le nausee e quindi s’era fatto subito due giri della morte sul Blue Tornado a Gardaland. Poi, sempre più profondamente toccato dagli accadimenti, aveva deciso di proseguire con la sua intima e sentita preparazione alla paternità andandosene ad Ibiza con il fratello e degli amici che sembravano più un gruppetto di ribelli sulle camionette a Mogadiscio che un’allegra compagnia di vacanzieri, ma sono particolari. A Ibiza, Mario è stato visto dimenticare le sue preoccupazioni con numerose ragazze che avevano dimenticato le loro mutande, ma anche trasformarsi in una creatura mitologica in spiaggia, metà uomo e metà moto d’acqua, oltre che sfogliare con attenzioni i cataloghi Chicco nel privè dell’Amnesia. Poi c’era stato l’incontro con la nota puerpera ed esperta in ostetricia Paris Hilton con la quale Mario avrebbe trascorso una sola notte ad un tasso alcolico così alto che secondo fonti certe, pare che il dna il giorno dopo Balotelli l’abbia chiesto non a Paris ma al suo pechinese da borsetta. (il quale poi s’è scoperto essere incinta di un armatore greco che quella sera aveva accompagnato Paris in hotel, che però poi era salita in camera con Bobo Vieri) Dal canto suo, Raffaella Fico ha trascorso un’estate all’insegna della spiritualità. Dopo aver passato qualche giorno di riposo a Venezia, che nella classifica dei luoghi asciutti più indicati durante la gravidanza è secondo solo alla foresta equatoriale peruviana ad agosto, la Fico s’è recata a San Giovanni Rotondo a pregare sulla tomba di Padre Pio. Pare che la visita sia stata fortemente voluta da Raffaella, cattolica fervente e somma esperta in agiografie, la quale avrebbe espresso il desiderio al fratello con la seguente frase: “Francè, voglio tanto fare visita a quel santo che si chiama come il pulcino Pio”. Dopo San Giovanni Rotondo, la showgirl è poi volata a Medjugorie , dove dopo il via vai di Brosio, della Tommasi e della Fico, pare Briatore si sia convinto ad aprire il nuovo Billionaire. Finita l’estate, Balotelli è tornato a Manchester, dove dopo il suo arrivo è tornato in vigore il coprifuoco per tutte le donne in età fertile dalle otto di sera in poi, e la Fico è andata ospite in alcuni programmi tv tra cui quello della Parodi il cui share, il 2 per cento, è più o meno la probabilità percentuale che ha Balotelli di entrare nel circolo ecumenico ratzingeriano. Con l’arrivo dell’autunno, i colpi di scena parevano essersi arrestati e la saga Balotelli cominciava a dare preoccupanti segni di stanchezza. Giusto una escort inglese che ha chiesto il solito dna a Balotelli, che voglio dire, ormai il vetrino col dna di Balotelli ce l’ho pure io nel cassetto delle posate, e la Fico che in occasione della settimana della moda sfila col pancione. Tra parentesi, la pancia di Raffaella dovrebbe essere di sei mesi, ma a vederla in bikini sembra di dodici e mezzo, per cui alle sfilate la preoccupazione forte era che al secondo ancheggiamento le si rompessero le acque in passerella e che Marta Marzotto si denudasse per farla partorire sul suo kaftano multicolor. Ma il bello doveva ancora venire. Passa qualche giorno e Raffaella viene fotografata in un negozio per bambini mentre è intenta a maneggiare un passeggino biposto. Ovviamente, scatta il sospetto che sia in attesa di due gemelli. E qui la faccenda si fa interessante. Se ne nascesse uno bianco che insulta i neri e uno nero che insulta Borghezio? Se fossero tutti e due neri ma figli di Idris? Se fossero tutti e due bianchi ma entrambi con gli occhiali da vista perchè in realtà Raffaella ha affittato l’utero a Cecchi Paone? Se uno fosse pro-Renzi e uno pro-Bersani? Ma soprattutto. Siamo sicuri che il passeggino biposto serva a Raffaella per portare a spasso i figli e non a Mario per caricare le amiche escort a due alla volta? Fatto sta che neppure si fa in tempo a chiarire la questione, che arriva, a sorpresa, la dichiarazione di Balotelli: “Voglio riprovarci con Raffaella”. Certo. RI-provarci. Del resto, dopo che c’ha provato con tutte, ora è al secondo giro. E a questo punto uno si aspetta che Raffaella non veda l’ora che i Ficotelli si ricongiungano. Che infili il fasciatoio nel trolley e sbarchi a Manchester in veste ufficiale, finalmente investita del ruolo di Mrs balotelli, prendendo tutte le smandrappate locali a panzate. Invece no. Lei dice: “Ci devo pensare”. Perchè la Fico sa che come nelle migliori soap, gli spettatori si lasciano appesi, mica si snocciola il finale in due giorni. E ci lascia qui, a rosolare piano piano, in attesa dell’epilogo. Dell’ultimo atto. Quello in cui si sfilerà il pallone di cuoio Adidas Tango 12 da sotto la maglietta e dirà che sì, era tutto finto, ma che la sceneggiatura non l’ha scritta lei. E’ stato Renato Farina.

Il mio pezzo su Libero di oggi sulla ragazzina…

Il mio pezzo su Libero di oggi sulla ragazzina olandese ha combinato un casino mondiale per un invito di compleanno su facebook:

Che i social network possano essere molto pericolosi l’abbiamo detto tante volte. Che avventurarsi nel rischioso mondo dei social senza un’infarinatura sui pericoli che si corrono per via dell’inesperienza, sia una potenziale catastrofe, anche. Eppure, continuano ad accadere eventi così tragicomici che uno si domanda il perchè la gente si ostini a utilizzare i social con la disinvoltura con cui Er Batman utilizzava la carta di credito del partito, anche quando è convinta che il poke sia la prima forma di evoluzione di un Pokemon. Gli ultimi due geni in ordine cronologico sono stati l’attrice americana Alison Pill, star della serie tv “Newsroom”, che pensando di inviare via whatsapp al suo fidanzato un autoscatto hard nella classica posa lasciva sul letto, ha pensato bene di pubblicarlo su twitter. Piccola parentesi. Se girassero un video mentre noi o la sciagurata Alison di turno, ci facciamo un autoscatto hot da mandare al fidanzato, ci nasconderemmo nei tubi dell’aerazione per la vergogna. A parte che per ottenere uno scatto decente di solito si fanno una media di settantaquattro foto in cui la foto perfetta, quella che non uscirà mai più uguale, è sempre quella che poi dobbiamo scartare perchè si vede lo stendino con i gambaletti stesi ad asciugare sullo sfondo. Ecco. Se il senso del ridicolo ci venisse in soccorso, in quei momenti, e ci vedessimo per un attimo seminude, col braccio teso in aria manco reggessimo la torcia olimpica anziché un iphone 4s, con la bocca a culo di gallina e lo sguardo naturale della serie “se trattengo un altro po’ il respiro ora mi citofona Pellizzari e mi stringe la mano”, forse la smetteremmo di sottoporci a pratiche così mortificanti e lesive della propria dignità. Comunque. Il secondo genio ad aver dimostrato la stessa confidenza coi social network che ha Fiorito con la Dukan, è una sedicenne olandese che ha pensato bene di postare un invito per la sua festa di compleanno nella sua bacheca pubblica di facebook, con tanto di coordinate per trovare la sua abitazione. Come se la cosa non fosse stata già abbastanza furba, la sedicenne, nell’invito, ha fatto anche un simpatico riferimento al film “Project X”, che per chi non lo sapesse è una pellicola americana in cui la festa di un adolescente si trasforma in qualcosa di poco più sobrio dei bombardamenti aerei su Berlino. Bene. A quel punto, succede che un amico lo dice a un amico che lo dice agli amici del calcetto che lo dicono agli ultrà dell’Arsenal che lo dicono ai paramilitari olandesi che lo dicono ai legionari francesi che lo dicono a tutti quelli del dopolavoro ferroviario di Cassano d’Adda, che lo dicono a Fabrizio Corona. Morale della favola: quella volpe della ragazzina si ritrova trentamila adesioni al compleanno che non sembrerebbero presagire festeggiamenti da cerimonia del tè (e comunque valla a ordinare una torta per trentamila persone), e si precipita allarmata dalla polizia denunciando il fatto. Che poi è il primo caso di imbecillità conclamata che si costituisce come un uxoricida pentito. Allora la polizia, non si sa se perchè intuito il pericolo o se per scongiurare il serio rischio che la ragazzina si ritrovi trentamila cd di Valerio Scanu impacchettati in salotto, le consiglia di abbandonare la sua abitazione. Ora. Nella vita schifosa di tutti gli adolescenti c’è un karma preciso: il giorno della tua festa di compleanno il ragazzo che ti piace si ammalerà e non si presenterà alla festa. Poi però scrivi un messaggio imbecille su facebook e quei trentamila esagitati si presentano tutti, uno ad uno e armati delle migliori intenzioni. Anzi, armati e basta, visto che nella quieta cittadina olandese della ragazzina (per la precisione Haren, diciottomila abitanti), all’arrivo dei balordi, è scoppiata una guerriglia che neppure se si lasciano Allegri e Inzaghi in una gabbia da pitbull senza cibo e acqua per sei giorni, si assiste a un delirio simile. Morale: città devastata, macchine bruciate, negozi saccheggiati e venti persone arrestate da poliziotti in tenuta antisommossa . Le ragioni della furia devastatrice non sono ancora ben chiare. C’è chi parla di attacco virale sul web che poi è diventato lo spunto per una bravata di massa, c’è chi parla di semplice follia collettiva, c’è chi giustamente fa notare che la reazione sarà stata eccessiva, ma una ti invita a una festa a casa e non solo non si fa trovare lei, ma neppure due pizzette, una ciotola di olive ascolane, una Sprite, nulla. Qualunque sia il vero motivo di tanta furia, restano due domande fondamentali: perchè quando la stessa cosa l’ha fatta Francesco Facchinetti, invitando a casa sua tutti gli spettatori dell’isola dei famosi e fornendo indirizzo e numero civico della sua abitazione in diretta, non c’è stato un gruppetto di ultras che abbia avuto voglia di salire sul primo treno per Mariano Comense e dare fuoco almeno al disco d’oro del Capitano Uncino? Ma soprattutto: la Polverini l’ha capito che anche senza estendere l’invito su facebook, alla prossima notizia su vacanze, cravatte Marinella e panini da ottantuno euro all’autogrill, la segretaria amministrativa del Pdl rischia di fare la stessa fine di Haren?