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Un’altra Costa alla deriva: la Costamagna

I momenti tv Eva contro Eva sono sempre imperdibili. E memorabile è stato anche lo scontro tra la conduttrice disperata Eva Longoria Costamagna e la sexy maliarda ex ministra Eva Mendes Carfagna. Ne è uscita, a pezzi, la Costamagna. Che ha sbagliato tutto. E più precisamente, punto per punto: a) Le argomentazioni tipo “perchè dopo che lei è diventato ministro ha cambiato immagine?” non sono materiale con cui incalzare l’avversario Carfagna. Ovvio che èsta donna non poteva fare il ministro conciata come quando regalava il vaso cinese ai telespettatori. Era argomento da battuta, che andava detto per prenderla amorevolmente per i fondelli, non per costruirci un’accusa. b) Io fossi stata la Costamagna, avrei applicato il metodo Carfagna. Un po’ di trucco in meno, il boccolo più floscio, la gonna più lunga. Se sei l” a mettere i puntini sulle i in stile maestrina e l’argomento principe è che Mara è una showgirl promossa a ministro, l’abito fa il monaco. E alla prima occhiata, non devi sembrare tu, la showgirl che parlava col comitato e cantava “O sole mio” con Magalli. c) La mimica facciale non è un’opinione. E la comunicazione non verbale neppure. La Costamagna faceva più smorfie di Jim Carrey in Ace Ventura-l’acchiappanimali tradendo un certo nervosismo, mentre la sfinge Carfagna incassava impassibile, sorrideva, deglutiva e poi lanciava il missile. d) Di fronte a una che dice con piglio sicuro: “Non ho mai rinnegato il mio passato”, c’è poco da stare a inzigare ulteriormente. L’avesse detto la Melandri, quando Briatore giurava di averla avuta ospite a casa sua a Capodanno a Malindi, l’avesse ammesso che faceva i trenini con Fede e la Zardo a suon di Brigitte Bardot Bardot, sarebbe stata più simpatica a tutti, la sora Giovanna. e) Perchè dire calendario sexy se non era calendario sexy? Perchè andare a cercare lo stereotipo da camionista per svilire l’avversario? Cioè, aveva scheletri nell’armadio ben peggiori ‘sta Carfagna. Poteva dirle “Lei ha condotto un programma con Davide Mengacci!” e l’annichiliva. Altro che calendario sexy. f) Che razza di domanda è “» più simpatico Berlusconi o è più simpatico Santoro?”. Che minchia di domanda è “Berlusconi è brutto e vecchio?”? E perchè non “preferisci mamma o papà” allora? “Meglio Branko o Paolo Fox”? o “Come nascono i bambini? o “Meglio al latte o fondente”? Ma chi gliele ha scritte le domande? Moccia? g) Diciamocelo. La battuta sui pettegolezzi riguardanti la Costamagna e Santoro è stata un piccolo capolavoro di strategia bellica. Qui l’abilità della Carfagna è stata memorabile. La sensazione è questa: il modo in cui Mara l’ha appoggiata, buttata l”, quasi sussurrata ad occhi bassi, lascia intendere che era il suo asso nella manica. Che tutto sommato se la sarebbe anche risparmiata, se l’altra non fosse ricorsa ai colpi bassi. Della serie: io non la uso, ma se mi costringe, so’ cazzi della bionda. h) Che razza di difesa è : “Quando sono andata a lavorare con Santoro io ero già giornalista”?. Allora l’altra quando è stata nominata ministro era già consigliere regionale, se la vogliamo mettere su questo piano. Anzi, se la vogliamo mettere su questo piano, la Toffanin è giornalista, Iva Zanicchi ha scritto un romanzo e Sara Tommasi è laureata alla Bocconi. i) Sempre a proposito di espressioni facciali. La vera notizia è che la Carfagna non ha più l’occhio sgranato di chi ha appena visto Boateng senza mutande. S’è ammorbidita. La Costamagna, invece, ha la faccia di quella che ha visto Telese, senza mutande. Della serie: meglio zitella. E comunque, io una spiegazione sull’accaduto ce l’ho. Il programma su Rai 3 è una copertura. Luisella Costamagna è in realtà il nuovo ufficio stampa di Mara Carfagna. Neanche Lucherini, dopo tutto quello che s’è detto di lei, sarebbe riuscito a trasformarla, dopo sei minuti di intervista su Rai 3, in una gradevole, pacata, ragazza normale. Manco se l’avesse intervistata Mollica, ne sarebbe uscito un ritratto migliore. E come ha scritto qualcuno sul mio twitter: la Costamagna è alla deriva, come tutte le Costa, di questi tempi.

Un sogno

Ho un sogno sul testamento di Dalla. Dopo mesi di ricerche, ipotesi, chiacchiere e salotti tv, trovano finalmente una busta chiusa con la ceralacca. La aprono e c’è scritto un gigantesco, sonoro, definitivo: “Andatevene tutti a fanculo”.

8 marzo. Il senso di una festa

Titoli dall’homepage del Corriere della sera di oggi (vedere per credere) : “Meglio le gambe di Kate o quelle di Pippa?”, “Il nuovo look discreto di Ruby Rubacuori”, “Federica Pellegrini sprint anche nel cambio di costume”, “Il badminton alla guerra delle bionde”, “Melissa Satta copertina di Playboy”, “Tea sex blogger”, “Pamela Anderson fa shopping nel bazar”. Ah, già, c’è anche “Le donne e il senso di una festa”. Il senso, è riflettere su come ci tratta la stampa, forse.

La latitanza del maschio alfa in tv (e la Fornero che non sa di che parla)

Il mio pezzo sul quotidiano Libero di oggi: Di fronte all’allarmante catena di violenze sulle donne, il ministro Fornero ha dichiarato a La Stampa che all’origine di molte tensioni familiari c’è anche l’immagine femminile offerta dal piccolo schermo. ìMolti programmi sono basati su ammiccamenti e volgarità, gli autori del palinsesto devono prendere coscienza del valore e disvalore educativo della tv. E l’immagine di un uomo forte è un’immagine sbagliata che influenza chi di fronte a un rifiuto o a un abbandono, si sente in dovere di imporsi con la violenzaî, ha dichiarato. Il ministro l’ha detto con le migliori intenzioni, per carità, e la sua presa di posizione è senz’altro apprezzabile, perÚ il ragionamento non mi convince fino in fondo. Anzi, direi che ho come la sensazione che la Fornero, dal giorno del suo mandato, abbia concesso il prepensionamento ad un solo soggetto: la televisione nel salotto di casa sua. E’ impossibile oggi, guardare la tv e non accorgersi che certo, esistono le farfalline e le vallette mute, ma che il maschio non sta messo poi tanto meglio. Io, giuro, l’uomo forte di cui parla il ministro stento a intravederlo anche dopo ore di zapping compulsivo. Vedo, piuttosto, un pullulare di maschi simil tronisti con l’aria tutt’altro che dominante. Maschi che dominano, al massimo, i capelli ricci con la piastra lisciante. Che hanno meno peli della talpa glabra. Moderni animali mitologici: metà uomini e metà pinzette per le sopracciglia. E non parlo solo delle creature mediatiche di Maria De Filippi. Gabriel Garko, sex symbol per eccellenza, ha in curriculum più ore trascorse con la cuffietta per le meches che sul set. Carlo Conti ha la perenne aria di quello che se dovesse scegliere tra il restare chiuso nella stanza delle scope con Megan Fox o nella capsula abbronzante con lo spray al bergamotto, sceglierebbe la seconda. I conduttori dei preserali, tutti, da Max Giusti a Gerry Scotti, per carità, simpatici, ma se quelli sono maschi Alfa io sono Mazinga Zeta. Per non parlare di tutte le glorie dello sport che sono in tv a fare piroette, da Gianni Rivera a Bobo Vieri, che da seriale collezionista di soubrette è diventato collezionista seriale di culate sulla pista di Ballando. E a proposito di reality. All’Isola dei famosi c’è Enzo Paolo che dall’uscita della sua Carmen piagnucola come un bambino a cui hanno strappato dalle mani il PaneCioc. Circondato dal resto del branco di autentici uomini lupo e cioè Mago Otelma, Cecchi Paone, Den Harrow e Malgioglio in studio. E Nicola Savino alla conduzione, che bravo e buono per carità, ma dà l’idea di uno che prenderebbe ordini pure da Leone il cane Fifone. Per non parlare del Grande fratello, in cui l’unico uomo a sembrare dominante, ovvero il rugbista Rudolf, è uscito per la strizza che la fidanzata, fuori, facesse meta col resto della squadra. C’è Fabio Fazio, che voglio dire, c’è più virilità nella riunione Avon del venerdì sera della mia vicina di casa che in quell’uomo lì. C’è stato Celentano, sì, ma il cazziatone a Verro per i fischi li ha fatti Claudia Mori, mica Adriano. Che oltre a essere il re degli ignoranti è notoriamente, in fatto di equilibri matrimoniali, anche il re di tutti i maschi-zerbino. E il festival, al di là di tutte le farfalline, l’hanno vinto tre donne. E la Fornero non se ne sarà accorta, ma di donne lontane dallo stereotipo sciacquetta/accessorio in tv ce ne sono eccome. Maria De Filippi, che gli uomini te li manda in giro sulla bici travestiti da postini, tanto per cominciare. Daria Bignardi, Ilaria D’Amico, Paola Ferrari, Simona Ventura, per esempio. Che tra l’altro, secondo me, a dare una sbirciata alle loro analisi del sangue, verrebbe fuori che c’è più testosterone in queste cinque che nello studio di Controcampo. Ci sono Sex and the city la rampante Carrie. Ci sono Geppi Cucciari e Victoria Cabello, che gli uomini ospiti in studio se li succhiano come ostriche. C’è il milf power e il proliferare di donne ricche e famose fieramente accasate con ragazzetti imberbi e squattrinati. E sono proprio queste donne qui a creare il corto circuito nel maschio involuto. Che più che dalla farfallina di Belen è destabilizzato dal rigido tailleur della Fornero, dalla poltrona su cui siede, dalle qualifiche sul suo biglietto da visita e dal suo stipendio. Non è tanto il persistere di certi modelli femminili svilenti, il problema, ma è il nuovo modello di donna con cui il maschio si deve confrontare. Quello della donna vincente. E il discorso ha poco a che fare, ormai, con la tv e i modelli femminili proposti, che solo marginalmente sono valletta scollacciata e gonna troppo corta. La tv, oggi, racconta un’unica verità: quando noi abbiamo smesso di passare la cera, l’uomo ha cominciato a farsi la ceretta. La accendesse la tv il ministro Fornero e mi dicesse se le sembra più testosteronico Luca Giurato o Lilli Gruber. Anzi no, non la accendesse. Se non ha la tv in camera è perchè probabilmente, uno dei pochi maschi rimasti col testosterone fumante, se l’è sposato lei.

#lucarosieraunuomocoraggioso

Il mio pezzo su Libero di oggi, dedicato a un uomo coraggioso: Ci sono uomini che sgattaiolano via nel buio della notte e sbarcano su uno scoglio, coi vestiti asciutti e la coscienza fradicia, mentre una nave si piega e decine di vite si spezzano. Antieroi, li chiamano. Ci sono uomini con il piglio fermo, che ricordano i propri doveri all’uomo con i vestiti asciutti e mentre pronunciano la frase ad effetto che li consegnerà alla storia, sono anch’essi con la divisa asciutta, in un ufficio caldo e la voce ferma di chi rischia, al massimo, di non riuscire a coordinare dei soccorsi e non di morire come un topo, in un corridoio sommerso. Eroi, li chiamano. E poi c’è Luca Rosi. Luca Rosi aveva trentotto anni e era un impiegato di banca. Non aveva una divisa inamidata, non ci sono registrazioni o video che possano regalargli gloria virtuale ed è morto in un paesino anonimo, della provincia di Perugia. Difficile, diventare eroi con queste premesse. E infatti non scomoderò la parola eroe, per quest’uomo, perchè merita una definizione meno abusata. Dirò che Luca Rosi era un uomo coraggioso. Era l’unico uomo adulto in casa, l’altra sera, quando lui, la madre, la fidanzata e suo nipote di nove anni si sono trovati davanti tre rapinatori armati e senza scrupoli. Sono stati legati come animali. La casa rivoltata da cima a fondo. La cassaforte semivuota e l’umore nervoso di chi ha racimolato un misero bottino. Non poteva non aver intuito, Luca Rosi, che quei tre non erano innocui balordi. Eppure, quando ha capito le loro probabili intenzioni, ovvero abusare della fidanzata, non ha esitato a scagliarsi contro i rapinatori, legato, forse goffo, sicuramente inoffensivo. E senza essere nelle condizioni di difendersi, di tener testa a tre delinquenti con una pistola in mano. Sapeva, Luca Rosi, che non c’era partita. Che rischiava di pagare con la vita, quella reazione. E per quanto sia terribilmente cinico a dirsi, sapeva anche che la fidanzata sarebbe sopravvissuta, almeno nel corpo, all’abuso schifoso che stavano per compiere quelle bestie feroci. Più di un uomo se ne sarebbe rimasto a terra, legato, stordito dal terrore e dall’impotenza. Pavidità o lucida rassegnazione l’avrebbero salvato. Ma Luca Rosi era, appunto, un uomo coraggioso e ha fatto, in fondo, quello che etimologicamente parlando gli eroi greci erano chiamati a fare: proteggere, preservare. Nel suo caso, “proteggere la propria donna” che è una frase, a torto, ormai quasi ampollosa, anacronistica, buona, al massimo, per i dialoghi di Centovetrine. Gli eroi, erano semidei. Luca Rosi, era un semplice impiegato di banca. E fa tristemente sorridere l’idea che “l’impiegato di banca” sia nell’immaginario collettivo lo stereotipo dell’uomo medio, che sceglie la vita senza rischio e senza scossoni. Per Luca Rosi non ci saranno, forse, salotti in tv. Non ci saranno plastici della sua villetta, magliette con la sua faccia stampata, post commemorativi e tweet grondanti retorica. Non ci saranno inviati infreddoliti a Ramazzano che a distanza di un mese ci racconteranno allo sfinimento chi era e cosa ha fatto. Non ci sarà neppure l’avvocato Canzona a scritturare una sua finta fidanzata. Le luci, su questa triste storia, si spegneranno presto. E allora, il tanto di moda hashtag a quest’uomo morto per proteggere la sua fidanzata, lo regalo io: #lucarosieraunuomocoraggioso.

Gli sfiorati

Ormai al cinema riescono a ricreare le situazioni più disparate. Effetti speciali in grado di ricostruire, clonare, distruggere, creare qualsiasi cosa. Ora la domanda è: perchè si riesce a rendere credibili le fattezze di un avatar bluastro che scorazza in una foresta tropicale cavalcando draghi volanti e TUTTE le sacrosante scene in TUTTI i sacrosanti film italiani, lapponi e americani, girate in DISCOTECA, sono finte quanto Linus che abbraccia Cecchetto? Giuro, io quando vedo gente che parlotta in discoteca nei film mi chiedo sempre se il regista durante la festa in maschera di terza media ha preso un pizzone da Batman e non ha mai messo più piede in un locale in vita sua, perchè la faccenda è sempre imbarazzante. Gente che balla come nemmeno i novantenni in balera dopo sei birre, ragazze con vestiti da Capodanno cinese, coppiette che fingono di parlottare buttando l’occhio in camera, cocktail improbabili con ombrellini che manco al battesimo della nipotina di Orietta Berti, musica uguale a quella che mettono da Zara e soprattutto, quindici comparse in tutto piazzate a macchia di leopardo per riempire la sala, che manco se apri una discoteca seminterrata il 15 d’agosto a milano, c’è così poca gente. Tutto questo per dire che ho visto l’anteprima del film “Gli sfiorati” di Matteo Rovere al cinema l’altra sera (esce al cinema il 2 marzo). Potrei raccontarvi molte cose su questo film. Che è bella la storia, tratta dall’omonimo romanzo di Sandro Veronesi, che gli attori sono eccezionali (Santamaria anche e in un ruolo inedito e sfigatissimo), che Andrea Bosca è una rivelazione (figo da morì per giunta) e che Michele Riondino (il giovane Montalbano) è un talento assoluto, ma su tutto, quello che mi ha convinta che il regista, giovanissimo, è davvero bravo, è la scena in discoteca con Asia Argento, con quell’atmosfera appiccicaticcia e claustrofobica tipica dei locali pieni . Grazie Matteo Rovere. Tu non lo sai, ma anche se il resto del film fosse stato una ciofeca, io t’avrei amato solo per questo. E invece è bello anche tutto il resto. Andate a vederlo.

La figuraccia di Kekko: aridateje il ciuccio

Allora, ormai lo saprete. Kekko, dei Modà, che poi è uno degli autori della canzone di Emma, dopo la vittoria di lei a Sanremo ha scritto su facebook questo chiacchieratissimo post: Grazie a tutti per quello che avete fatto per portare “Non è l’inferno” alla vittoria di Sanremo.E’ stata una grandissima serata e sono orgoglioso di aver contribuito a realizzare il sogno di una grandissima artista.Peccato solo che ho ricevuto ringraziamenti da tutti(addetti ai lavori, fan, discografia, radio) tranne dalla persona che ha cantanto il pezzo, che si è degnata di chiamarmi solo alle… 12 e 35 di questa mattina e al quale ovviamente non credo risponderò più al telefono.Sono rimasto seduto sul divano fino alle 9 e 15 di questa mattina sperando in un sms di risposta al mio, dove le facevo i complimenti per la vittoria finale, ma purtroppo artista e persona a volte sono due cose differenti.Sono certo che il suo futuro sarà pieno di cose bellissime e glielo auguro, ma sono altrettanto certo che non ci sarà più nessun tipo di collaborazione con lei.Buona musica a tutti…k… Pensiero personale. Kekko dei Modà ha fatto veramente una figura meschina. Ok, ti dispiace che lei, Emma, non ti abbia fatto una chiamata la sera della vittoria per dirti grazie, visto che sei uno degli autori del brano, ma solo la mattina dopo, e ci sta anche. (anche se io uno che mi scrive una ciofeca di canzone così lo querelerei, altro che grazie) E allora che fai? Pensi bene di pubblicare su fb la tua lamentela da frignone sfigato perchè “Emma è tanto cattiva-non mi ha ringraziato-mia ha anche tolto il ciuccio”, con tanto di giurin giurello “io con lei non collaborerò mai più”? Così, tanto per spostare un po’ l’occhio di bue su di te e rovinarle la festa? Io ai guastafeste tatuerei una farfalla sull’inguine con la fiamma ossidrica, giuro. Detto questo qualche piccola considerazione spiccia qua e là, sor Kekko: a) se riesci a scrivere ” …ho ricevuto ringraziamenti da tutti tranne dalla persona che ha cantanto il pezzo e al quale ovviamente non credo risponderò più al telefono” e a firmare pure delle canzoni come autore, sii grato al Creato. Più che alla Siae dovresti essere iscritto al Cepu. b) fammi capire. Tu sei stato fino alle 9,15 del mattino seduto sul divano ad aspettare un sms? Senza manco andare in bagno? Ma che t’è preso, un blocco cervicale come a Ivana nostra? Oh, ma manco la Canalis quando l’ha lasciata Clooney è rimasta dodici ore mummificata sul sofà ad aspettare un sms. Fatti una vita, dammi retta. c) “Si è degnata di chiamarmi solo alle…12,35!”. Intanto Kekko, quei puntini di sospensione davanti all’orario in cui t’avrebbe chiamato Emma cosa significano? Credi d’aver creato pathos? Credi fossimo tutti lì a darci di gomito dicendo “Sentiamo un po’ a che ora l’ha chiamato che non c’ho dormito stanotte!”? d) manco “alle dodici e trenta”, no no, specifichi “e trentacinque”. Hai chiamato a Greenwich per accertarti che non fossero magari “e trentasei”? Miiiii che stracciamaroni. e) ma poi perchè Kekko con tre kappa? Sei un Pokemon?

Sanremo 2012: chiamate Padre Amorth!

Il mio pezzo sul quotidiano Libero di oggi: Intanto partiamo col dire una cosa. Io anziché 350 mila euro a Celentano darei un’incensiera in oro zecchino a Padre Amorth e lo inviterei a fare un esorcismo nel teatro Ariston perchè su questo Festival si sono abbattute tante di quelle sfighe che manco su sette generazioni dei Kennedy. A partire dall’assenza, al debutto, della valletta Ivana a causa di quella che il bollettino medico ha definito “cervicalgia acuta con blocco vertebrale”. Cioè, su un palco in cui l’età media è quella delle querce secolari del parco di Yellowstone, l’unica ad incriccarsi come una pensionata in balera al settimo ballo di gruppo, è stata una che ha vent’anni appena compiuti. Che poi io dico, Pistorius fa i 400 metri con gli arti in fibra di carbonio, e non c’è stato un Toradol, un Voltaren, un Oki in bustina, un cazziatone di Mazza che abbia rimesso in piedi ‘sta tizia. Poi c’è stato il disguido delle votazioni. E qui devo dire che le cose avevano preso una piega sinistra fin dall’inizio. Intanto Morandi che presenta i giurati definendoli “abituali ascoltatori di musica”, che suona un po’ come “abituali consumatori di hashish”, manco fosse gente con la malsana abitudine di rollarsi una canna col biglietto dell’ultimo concerto di Povia. Poi la scelta del numero dei giurati, Trecento, che fa tanto Termopili e esercito che stramazza al suolo non sotto le lance dei persiani ma al primo acuto di Gigi D’Alessio. Infine, una strana esaltazione da parte di questi giurati che fin dal primo momento sono un tripudio di urletti, applausi e gridolini che uno si chiede se quest’anno nell’aria, a Sanremo, anziché il polline delle peonie, non voli qualche altra sostanza. Infine, nel Sanremo in clima di governo tecnico, con Rocco Papaleo che si definisce un co-conduttore tecnico, di tecnico non ha funzionato praticamente nulla. Non è ben chiaro come e perchè ma i telecomandi che dovevano servire ai Trecento per votare, non hanno funzionato, ma vista la cura generale nell’organizzazione dell’evento, è probabile che a causa di qualche disguido i giurati abbiano ricevuto una partita di telecomandi destinati ai ventilatori a pale del casinò di Sanremo. Detto questo, a un certo punto ho temuto che Morandi proponesse di votare ad alzata di mano o che mettessero una paletta in mano a Ivan Zazzaroni, ma è finita che nella serata di debutto, non s’è proprio votato con tanto di vivaci e fragorose proteste da parte dei Trecento dopati. Particolarmente impavida, in mezzo alla pioggia di fischi, la reazione di Morandi Cuor di leone. Il quale ha attribuito dapprima la responsabilità della decisione alla Rai, poi al direttore artistico Gianmarco Mazza, poi a Rocco Papaleo, poi a Schettino e infine a Gianni Alemanno, allo spread e al debito pubblico greco. Sul monologo di Celentano inutile aggiungere ulteriori considerazioni. Mi limiterò a dire che mi è parso piuttosto lacunoso. Celentano infatti, in poco più di un’ora, si è limitato a parlare di preti, aldilà, teologia cristiana e evangelica, crisi economica, malati terminali, consulta, Famiglia Cristiana, Aldo Grasso, Lorenza Lei, Angela Merkel, Sarkozy, armi, Grecia e Don Gallo, non spendendo neppure mezza parola sul tramonto della giacca strutturata, sull’eliminazione di Antonella da Amici e sul problema del punteruolo rosso. Tra l’altro, la metà degli italiani, dal suo comprensibilissimo monologo, ha dedotto che la Merkel gioca ai cavalli, Pupo è armato fino ai denti e Sarkozy sarà il prossimo direttore di Famiglia Cristiana, ma sono particolari. Che poi il criterio col quale Celentano abbia scelto proprio Pupo nel ruolo del chierico del nuovo millennio, del dotto, del detentore del sapere, è ancora un mistero. Cioè, uno che fino a ieri cantava Gelato al cioccolato dovrebbe essere il nuovo Ayatollah? E soprattutto, come potrà mai essere la parola di Celentano il Verbo, se lui i verbi non li sa manco coniugare? Piccola parentesi sulla famiglia Celentano. Tra lui, il cerbero Claudia Mori, le figlie e Alessandra Celentano viene da chiedersi : ma in dna del la famiglia Celentano l’ha studiato qualcuno? Perchè lì il gene della simpatia è dominante come quello dell’occhio azzurro in Svezia, eh. Chiuderei col dire all’Adriano nazionale che quando suggerisce a Montezemolo di fare un treno lento per poter ammirare le bellezze dell’Italia, forse dovrebbe provare a salire su un regionale Bari-Foggia sotto Pasqua. Oltre alle bellezze italiche, in quelle piacevoli 78 ore di viaggio, potrebbe assistere anche ai cambi di stagione, dal finestrino del treno. Sui cantanti, siamo onesti, c’è poco da dire, anche perchè le canzoni non le ha ascoltate praticamente nessuno. Comunque il fatto preoccupante, è che da Emma alla Civiello, le donne con tacco 12, sul palco ondeggiano con l’anca sbilenca e le gambe lievemente divaricate manco fossero reduci da una maratona di sesso con Rocco Siffredi. Da sottolineare il clamoroso infighimento di Francesco Renga: la canzone è quella che è e avesse chiesto ad Ambra la cortesia di farlo concorrere con “T’appartengo” sarebbe stato meglio, ma con barba e capello corto ha causato smottamenti ormonali e più di uno svenimento. Il parrucchino di Lucio Dalla, tanto per dirne una, è ancora in sala di rianimazione nell’ospedale di Imperia e stenta a riconoscere perfino Lucio Dalla. Dolcenera ha una bella canzone ma outfit piuttosto discutibili. In particolare, Dolcenera: sei alta 1,60 scarso e metti il tronchetto. Brava. Per la finale i pinocchietti, mi raccomando. Sull’accoppiata Bertè/Gigi D’Alessio va sottolineato il fatto che sono assortiti e credibili quanto la coppia Hug Hefner e la moglie coniglietta. Marlene Kuntz, che cantano una gran bella canzone, hanno solo un problema: tutto il testo parla di felicità e loro sul palco sono più tristi del fado portoghese il due di novembre. Irene Fornaciari partecipa con una canzone dal titolo quanto mai appropriato: Grande mistero. E qui i misteri sono due: cosa fa Irene Fornaciari il resto dell’anno? Perchè a parte quei cinque giorni a Sanremo nessuno l’ha mai vista altrove, che so, a bere un caffè al bar, lavare la macchina all’autolavaggio, nulla. Ma soprattutto: dove prende i vestiti finto hippy? Sul banco al mercato con i cd degli Intillimani e i ponchi del Machu Pictu? Infine: visto che Lucio Dalla, sul palco col giovane Pierdavide Carone, si limita ad agitare le braccia manco stesse nella palude e un alligatore gli avesse addentato un polpaccio, in che senso “lo ha accompagnato a Sanremo”? Ha guidato fino al casello Sanremo nord? E per chiudere la perla di Belen Rodriguez, che ha presentato Arisa con il gioioso annuncio: ” ‘Ecco a voi A RISSA!”, seminando il panico, perchè tutti hanno subito pensato che Corona si stesse scazzottando dietro le quinte con Beppe Vessicchio. Morale: un Sanremo davvero tecnico. Sì, tecnicamente, un’autentica ciofeca.

Precisazione su Sanremo

Mi dicono che ieri sera Rai e sala stampa fosse incazzata con me perchè a pochi minuti dal verdetto ho anticipato i nomi degli esclusi. Allora: 1) Ho ricevuto delle mail con le soffiate. Sono a casa, non a Sanremo. Casa mia non è Cuba e non c’è alcun alcun embargo (anzi, i giovani cubani sono ben accetti). 2) Le fughe di notizie dalla sala stampa ci sono, probabilmente, perchè sono accreditati 25…0 giornalisti. Se lì entra pure Tele Bim Bum Bam e Radio Ungheria (non scherzo) poi non si stupissero se qualcuno se la canta. 3) L’ho scritto 10 minuti prima del verdetto, non mi pare roba per cui debba venir giù il governo. Tanto più che di solito i giornali annunciano direttamente il vincitore una settimana prima 4) I tromboni della sala stampa che ieri sera lanciavano strali, si rendessero conto che siamo nel 2012. Pretendere che twitter o il web in generale stiano a braccia conserte aspettando che tv e cartaceo li sorpassino sulla corsia di destra con l’Ape Piaggio, è un tantino anacronistico. Voglio dire, succede. Succederà. E sarà sempre peggio. 5) Da stasera mi faccio anche i fatti miei, ma chiudo con una parola: LEGGEREZZA. Signori miei, stiamo parlando di Sanremo, ripeto, di SANREMO, non delle primarie. E’ uscita una soffiata sull’esclusione di Dalla e tanto lo sappiamo pure che stasera se non rientrerà lui ripescheranno almeno il suo parrucchino. Suvvia. Non è Wikileaks. Fatevi uno spaghetto alle vongole sul mare, date una sbirciata al culo di Ivana e fatevela passà.

La crisi economica e quella di youporn

Il mio articolo per il quotidiano Libero di oggi: Fu così che la crisi economica colpì anche il maschio italiano. E mentre sono tutti presi a discettare con preoccupazione di debito pubblico, titoli e obbligazioni, c’è uno spread di cui si parla poco ma che versa in una situazione a dir poco allarmante: lo spread del sesso, con annessi problemi di rendimento e interessi. Già. Perchè col maschio italico afflitto da incognite lavorative e problemi economici, rendimento tra le lenzuola e tasso di interesse nei confronti del mondo femminile stanno subendo un duro contraccolpo. Da donna io vi avverto: il rischio concreto è che le italiane se ne vadano a cercare maschi senza problemi di insolvenza nell’Eurozona. E le mie conclusioni allarmistiche non partono affatto da fantasie o esperienze personali, ma da una serie di dati a dir poco inquietanti che avvalorano la tesi dell’inconfutabile connessione tra crisi economica e calo della libido. Per esempio, quello che ci ha fornito in questi giorni Alexa, un’azienda americana che si occupa di analizzare il traffico internet e divulgare statistiche. Ebbene, sbirciando tra le abitudini degli internauti italiani, quelli di Alexa hanno scoperto che nel 2011, il famoso Youporn, è crollato al trentottesimo posto nella classifica dei siti più cliccati, superato di ben tre posizioni dal meno noto sito Jobrapido. Che al di là delle apparenze, non è un sito dedicato a chi soffre del delicato problema di eiaculazione precoce, ma una sorta di gigantesca bacheca virtuale con offerte di lavoro da tutto il mondo. Insomma, gli italiani, in tempo di crisi, sono decisamente più interessati alla propria posizione lavorativa che alle posizioni del kamasutra. E a questo punto, per noi povere donne, si prospettano scenari decisamente inediti: intanto cominceremo a svegliarci nel cuore della notte accorgendoci che nostro marito non è a letto ma davanti al computer con gli occhi cerchiati e l’aria infoiata perchè sta chattando col direttore personale della Folletto srl che gli propone un posto di rappresentante nell’area del Lodigiano. Poi, per fare in modo di risultare minimamente desiderabili, dovremo abbandonare pizzi e guepiere, chiuderci in una capsula abbronzante, indossare un tailleur, cotonarci un po’ la cofana e somigliare almeno vagamente ad Emma Marcegaglia. Qualora il travestimento non sortisse l’effetto desiderato, non ci rimarrebbe che ricorrere al deprecabile ma necessario turismo sessuale. Inutile dire che se la crisi ha ammosciato il maschio italiano, vanno evitate come la peste allegre scampagnate in Spagna e Grecia. Se tanto mi dà tanto, in Spagna di minimamente testosteronico saranno rimasti solo i tori da corrida e in Grecia, suppongo che il maschio locale in questo momento pensi al sesso quanto Borghezio alla carenza degli ospedali in Sudan. E non stento a credere alle voci secondo le quali ad Atene pare che attualmente, l’unico accoppiamento ancora praticato sia quello feta/moussaka e che a Salonicco, Youporn sia stato superato anche da www.abititalari.com e lecoppoledilucasardella.it. Insomma, per trovare un maschio rampante e appagato, un maschio il cui desiderio sessuale sia amplificato da successi lavorativi e un’economia galoppante, non ci resta che migrare in Cina o in India. Se è vero che libido e economia felice vanno a braccetto, lì il maschio medio dovrebbe attaccare al muro anche Lucia Annunziata in divisa da vigile del fuoco, per cui l’Oriente, amiche mie, è la nostra via di salvezza. E non ci resta che sperare che i cinesi, famosi per riuscire a clonare qualsiasi cosa, riescano a riprodurre perfettamente le performance di Rocco Siffredi in alcune delle sue pellicole più indimenticabili. I maschi sono avvisati: se nei prossimi mesi la zona Paolo Sarpi a Milano e tutti i quartieri cinesi d’Italia saranno improvvisamente popolati da orde di casalinghe e femmine italiane di ogni età, non è perchè andremo a fare scorta di calzini a due euro. Ci pensasse, l’uomo italiano, prima che la situazione degeneri. Perchè se non se n’è ancora accorto, le agenzie di rating lo hanno già declassato dalla tripla A dei bei tempi in cui il playboy nostrano era il massimo dell’affidabilità sul mercato del maschio mondiale, alla doppia B del maschio odierno. Stanco, pigro, demotivato, precario anche nel desiderio e ormai irrimediabilmente abitudinario e privo di fantasia. Ricominciate a stupirci, mie cari maschi italiani. Non solo il sabato sera, non solo se il lavoro va bene, non solo se lo spread s’abbassa. O almeno, non solo nel solito letto matrimoniale. L’ha detto pure Monti: il posto fisso è una noia.