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#copiaeincrozza anche dal sito Spinoza

Sul caso #copiaeincrozza mi sono arrivate un sacco di segnalazioni che più o meno dicevano la stessa cosa: “Non era la prima volta che scopiazzava dal web”. Delle tante, ne ho scelta una che toglie ogni dubbio sul fatto che i suoi autori abbiano la poco corretta abitudine di attingere dal web. In questo caso, la battuta incriminata è stata presa dal famoso sito Spinoza, non su Twitter. E Spinoza è un “laboratorio di satira”, dove si studiano e elaborano battute. Molti di coloro che ci scrivono sono professionisti. (ed alcuni hanno lavorato anche con Crozza) Le battute non sono di dominio comune. Poi ovviamente vengono messe a disposizione di tutti sulle pubblicazioni ufficiali di Spinoza e chiunque se le può condividere (possibilmente citando Spinoza o l’autore). Sul forum Spinoza il 12-12-2011 un’autrice posta la seguente battuta sul caso della moneta padana (verificate qui): Io vivo nel covo leghista e posso darvi alcune anticipazioni certe: L’Umberta è l’unità di misura e al cambio vale 5 euro. per fare un’Umberta ci vogliono 10 Trota Un Trota vale 10 Maroni I millesimi di Umberta sono i Borghezi. Ma non se ne trovano più in circolazione da tempo. Augh. Il giorno dopo (guarda caso), sempre nel suo monologo per Ballarò, Crozza fa una battuta molto simile, cambiando qualcosa qua e là. E qui non mi venissero a dire che hanno avuto la stessa idea: (la dice al minuto 7:20)

Il caso #copiaeincrozza

Il mio pezzo sul quotidiano Libero di oggi sul caso #copiaeincrozza: Che ghiaccio e neve siano un argomento scivoloso, se lo ricorderanno non solo gli italiani che in questi giorni si sono ritrovati con un’anca fratturata o la macchina messa di traverso sulla Bologna-Modena, ma soprattutto Gianni Alemanno e Maurizio Crozza. Sconfitti l’uno dal freddo e l’altro da una freddura. Il primo per le ragioni che tutti conosciamo, ovvero per aver sottovalutato il fatto che Roma rischia la paralisi anche se apre un punto Trony con gli iphone al trenta per cento o una turista tedesca si sfila il reggiseno a un semaforo della Cassia, figuriamoci con una copiosa nevicata. Il comico genovese perchè ha pensato bene di saccheggiare twitter per infarcire di battute non proprio originalissime il suo consueto monologo per Ballarò . E siccome sottovalutare il web, di questi tempi, è pericoloso quanto sottovalutare il meteo, il povero Crozza ha pagato l’ingenua imprudenza di passeggiare per twitter senza Moon Boot, portandosi a casa una serie di clamorosi soddisfazioni, e cioè : a) numerosi hashtag a lui dedicati tra cui un memorabile #citalafontecazzo e l’ormai noto e geniale #copiaeincrozza, che è stato il trending topic del giorno battendo anche un avversario di tutto rispetto, ovvero #Milan – Juve b) la promozione, a furor di popolo, a “zimbello del web”, tant’è che amici e familiari di Schettino gli hanno inviato una cassa di Cristal dell’81 in segno di riconoscenza per aver spostato l’attenzione dal capitano. c) un’infinità di discussioni al riguardo sui vari social network in cui l’opinione pubblica è nettamente spaccata in due: innocentisti e colpevolisti. I primi sono convinti che Crozza abbia scopiazzato da twitter, i secondi sono convinti che lo abbiano fatto i suoi autori. Ma questo è il malfidato, mitomane, sospettoso popolo della rete, perchè poi c’è una larga fetta di persone che credono all’assoluta originalità dei testi del comico. Io, per esempio, credo fermamente a Crozza. E pure all’amore tra Briatore e la Gregoraci, ai Ching, alla licantropia, ai poltergeist e al valore estetico del riporto del ministro Moavero Milanesi. Che poi vediamole queste famose battute pronunciate dal comico genovese e identiche ad alcuni tweet : “Altro che Veltroni, una notte bianca del genere è stata indimenticabile!”, “Alemanno ha detto che è un complotto per togliere le olimpiadi a Roma.. e vabbè ti danno quelle invernali!”, “Papa Ratzinger era preoccupato perchè gli avevano detto che a Roma nevica ogni morte di papa”. Onestamente, sono così brutte che io fossi al posto di Crozza mi guarderei bene dall’attribuirmene la paternità e anzi, sosterrei con forza di averle copiate. E invece no, il comico ha tentato una debole difesa inviando una lettera al Corriere.it in cui afferma, testuale “Io twitter non ce l’ho!”. E proprio in questo passaggio c’è la chiave di tutto. Perchè twitter non lo “si ha”. Non è uno smartphone, un coltellino da campeggio, un animale da compagnia, che “ce l’hai”. Non è che te lo metti sulla mensola tra gli incensi di Zara Home e il cigno di cristallo. E quei pochi che ce l’hanno davvero, twitter, poiché hanno la fortuna di essene azionisti, temo non sarebbero credibili nel ruolo di comici di sinistra né di portavoce delle classi proletarie. Su twitter, SI E’, al limite. E dicevo che questa inesattezza è la chiave dello scivolone, perchè oggi, chi attinge dalla rete scopiazzando video, testi e battute con la convinzione di rimanere impunito, vuol dire che non ha capito nulla della rete. Che non ha capito il senso critico, la soglia dell’attenzione, l’ironia caustica e la capacità di giudizio di chi oggi sui social scrive, interagisce, comunica e, ahimè, presidia. Vuol dire che non ha capito che la rete non perdona. Nulla. Né gli accenti sbagliati della Satta, né il tweet classista di Bolle, né la scopiazzatura selvaggia. E soprattutto, oltre a sottovalutare la solidarietà irriverente di chi la rete la popola, dimostra di non aver capito che un comico televisivo, oggi, non può ignorare cosa accade sul web. Perchè c’è una generazione, quella sotto i vent’anni, per cui la tv comincia a sembrare un fossile e Crozza un signore antidiluviano che dice “non ho twitter” e non si accorge che le battute che gli hanno messo in bocca circolano in rete da giorni. ( e qui Fiorello docet) Ci sarebbe poi da aprire una lunga parentesi sui suoi autori. Autori che probabilmente, visto che i testi sono destinati a Ballarò, hanno un concetto proletario della rete: quello che ci finisce è di tutti e neanche la delicatezza di citare la fonte. Che poi diciamocelo, fior di autori strapagati per partorire un monologo a settimana di pochi minuti, così poco ispirati da attingere dai tweet di studenti e impiegati. Fossi Crozza, io anziché costringerli a pensare a nuove battute sull’emergenza neve, i suoi autori li manderei una settimana a spalarla, ‘sta neve. Certo, c’è l’alibi del tramonto di Berlusconi e del tragico impoverimento di repertorio, per i comici di sinistra, ma almeno l’ex premier un merito incontestabile ce l’aveva: prima di raccontare una sua barzelletta cretina, premetteva sempre: “Questa me l’ha raccontata Putin!”. Lui, sul copyright, mai uno scivolone. E col suo tacco sei, tanto di cappello. P.s. Suggerisco la seguente linea di difesa per Crozza. Iniziare, con un certo piglio, il suo prossimo monologo a Ballarò con la seguente frase: “Quando rubi da un autore, è plagio; quando rubi da tanti, è ricerca”. E’ una frase di Wilson Mizner, ma può tranquillamente evitare di citare la fonte. Tanto è morto nel 1933, su twitter non c’è.

I trans e il dramma dell’area c

Il mio pezzo sul quotidiano Libero di oggi: E’ un uomo davvero spietato questo Pisapia. Non solo inaugura questa benedetta area C provocando le ire funeste di residenti, lavoratori, pendolari, automobilisti, classi indigenti, allergici ai mezzi pubblici, interisti, bionde naturali e monaci trappisti, ma non ha neppure la sensibilità di comprendere il dramma umano che, a causa dei suoi scellerati provvedimenti, ha investito l’ennesima categoria di lavoratori seri e instancabili, stanchi di non avere voce in questa città arida e zeppa di divieti penalizzanti. Sto parlando di tutte quelle gentili signorine che svolgono il mestiere più vecchio del mondo dopo quello di Marinella-segretaria-di -Berlusconi e che lo fanno con discrezione e una certa sobrietà, accogliendo la clientela nelle loro case. Case che in molti, troppi, sfortunati casi si trovano all’interno della cerchia dei bastioni. Case sotto le quali un tempo il cliente parcheggiava furtivamente sicuro di non essere notato. Case in cui l’andirivieni sulle scale di uomini con cappelloni da alpino e baffi finti è vertiginosamente crollato dopo il divieto di entrare in centro con la propria autovettura. Se pensate che stia gonfiando la notizia perchè odio gli ecologisti almeno quanto Michel Martone odia il balsamo lisciante, sbagliate di grosso. Per trovare conferma della mia tesi basta infatti andare sul SITO della escort più famosa d’Europa, ovvero il famoso trans Efe Bal già ospite di programmi come “Matrix” e “Chiambretti night” e accanto ad una serie di immagini che non sembrano esattamente l’album di nozze di Mario Monti, troverete la seguente scritta a caratteri cubitali: “Sono a Milano senza entrare in AREA C”. Cliccando sulla scritta si apre poi una finestra con tanto di mappa dettagliata e un rassicurante ed esaustivo messaggio della signorina Efe: “Ciao, mi puoi raggiungere senza entrare in “Area C” parcheggiando l’auto sui Bastioni di Porta Nuova vicino all’ Ospedale Fatebenefratelli in quanto io sono proprio all’inizio di Corso di Porta Nuova angolo con i Bastioni. A dire la verità, un camminata prima e dopo di me ti potrebbe fare solo del bene….credo…”. Morale: la povera Efe ha paura che l’area C scoraggi il cliente e che quello ripieghi su colleghe in zona fiera. E in effetti, la questione è preoccupante. E non solo per le signorine che esercitano, ma soprattutto per i poveri clienti nonché per la stessa città di Milano. Quali saranno gli effetti di questo provvedimento? Lo scenario è apocalittico. Appartamenti improvvisamente sfitti in centro che nessuno vorrà affittare perchè la moquette rossa e gli affreschi pompeiani sono un po’ poco minimal per il milanese medio. Improvviso incremento di uomini che risaliranno in motorino dopo aver ansimato e sudato con conseguenti impennate di broncopolmoniti fulminanti le quali andranno inesorabilmente a pesare sui costi della sanità nella regione Lombardia. Donne che guarderanno con sospetto mariti che insistono per vendere il suv e comprare l’autoelettrica, ma soprattutto, mezzi pubblici che in pausa pranzo diventeranno postriboli malfamati traboccanti di maschi infoiati ansiosi di raggiungere la Efe di turno. Insomma, che Pisapia valutasse con più attenzione le conseguenze drammatiche di quest’area C. E si mettesse una mano sulla coscienza, se non vuole che noi donne ci ritroviamo una mano lì, sul tram.

L’isola dei rifatti

E finì che dopo mesi di gufate a suon di “Povero Savino”, “Savino raccoglie un’eredità pesante” , “Chissà che isola sarà senza la Ventura” e “Sarà dura”– manco Nicola Savino avesse ricevuto l’incarico di ritoccare l’articolo otto – la nuova edizione dell’Isola dei famosi fece un punto in più di share rispetto alla precedente edizione. Certo, il sospetto che molti telespettatori che volevano vedere “Notte al museo” alla stessa ora su Italia uno siano rimasti sintonizzati su Rai due tratti in inganno dal primo piano di quel pezzo di museo di Carmen Russo, è forte, ma non vogliamo togliere meriti al conduttore. Conduttore nella cui forza mediatica la Rai credeva a tal punto da costringerlo al passaggio di testimone con Simona Ventura con tanto di videomessaggio benaugurale, manco fosse il bambino a cui il padre sul letto di morte dice “Prenditi cura di mamma e studia”. Comunque, visto che la prima puntata è più una carrellata sui personaggi che una soap, vado ad analizzare le prime folgoranti impressioni su ogni singolo protagonista, opinioniste e inviato in Honduras Vladimir Luxuria. Nicola Savino. Dopo cinque minuti dall’inizio del programma , è stato chiaro a tutti quale fosse l’eredità che Simona Ventura lasciava al programma: il botox. Questo povero uomo era convinto di avere una gatta da pelare e invece s’è ritrovato sette donne gatto da gestire. Tra Carmen Russo e Nina Moric, sembrava di stare nella colonia felina di Torre argentina piuttosto che negli studi di Via Mecenate. A questo, va aggiunto che è ufficialmente la prima edizione di un programma in cui non c’è una tetta vera, compresa quella dell’inviato, per cui l’arrivo delle concorrenti nell’arcipelago honduregno ha più le sembianze di un disastro ecologico che dello sbarco di naufraghi. Premesso questo, va detto che Nicola Savino ne esce con onore. Diciamo che non ha il carisma della rockstar e in un paio di momenti non s’è capito se le redini del programma le teneva lui o il terzo signore da sinistra seduto in prima fila col gilet verde e un sigaro cubano nel taschino, ma se l’è cavata con un certo decoro. Unico consiglio: sappiamo che ha una dipendenza da twitter pari solo a quella della Panicucci per le ciglia finte, però dovrebbe evitare di leggere i tweet degli spettatori perchè il più interessante era su per giù: “Che bello il pareo di Flavia vento! E’ puro cotone o misto acrilico?”. In molti hanno detto che soffre il confronto con Vladimir Luxuria e bisogna dire che quella specie di cravattino mozzato che aveva al collo era, freudianamente parlando, un clamoroso richiamo alla competizione sotterranea con Luxuria. Vladimir Luxuria. Il fatto che Vladimir sia stata insindacabilmente la primadonna dell’isola, la dice lunga sulla situazione del maschio italico. Certo è che a sentirla urlare “Taglia la corda, sposta il tronco, passa sotto, scava, pancia in su, corri, non inciampare!”, viene da pensare che piuttosto che star lì preferirebbe andare a svuotare i serbatoi della Concordia con la cannuccia del mojto, ma dissimula bene. Ci si chiede solo il perchè si sia vestita da venditore di cocco col pantalone di lino bianco e una specie di mezzo caftano, ma confidiamo nel rinsavimento della stylist. Le tre opinioniste Barriales-Agosti-Moric sono il più grande mistero di questa edizione dell’Isola. Un autentico tripudio di neuroni. Una ola di sinapsi. Un florilegio di eloquenza. Sostanzialmente, in tre non riescono a partorire un pensiero più elaborato del “metterà un po’ di pepe nel programma”. Enzo Paolo Turchi e Carmen Russo. A parte il buon gusto della clip di presentazione su Enzo Paolo in cui si rammenta al telespettatore distratto il suo antico problema di emorroidi, la visione dei due provoca confusione mentale con sporadici episodi di labirintite acuta. Tu li guardi e non sai più chi sia chi. Lei somiglia a lui che somiglia a lei che somiglia a un gatto siamese uscito dallo studio di Roy De Vita. Pare che per riconoscerli, gli autori ricorrano al test della ciambella: chi ci si siede sopra anziché buttarla in acqua, è Enzo Paolo Turchi. Den Harrow. Il dubbio è che qualcuno gli abbia dato il consiglio di ispirarsi al naufrago più famoso della storia dell’Isola, Adriano Pappalardo, e lui si sia presentato conciato come Pappalardo versione sergente Scherone in Classe di Ferro. Io fossi stato un autore, l’avrei invitato a rimanere nel boschetto di Viareggio a giocare a guerra simulata coi pallini di vernice. Cristiano Malgioglio non smentisce la sua vocazione di ruffiano da competizione. Ma non è tanto la t-shirt col faccione della Ventura stampato sopra a lasciare basiti, quanto il fatto che ha infilato due visibilissime spalline sotto la fruit, spalline che nella speciale classifica delle cose utili alla sopravvivenza su un atollo vengono subito dopo i sottobicchieri in madreperla e il sifone da lavello. E sempre a proposito di materiale occultato sotto gli abiti, dedicherei una profonda riflessione a quello che si avvia a diventare il vero personaggio dell’isola: il Mago Otelma. Se quello che si intravede negli slip non è un libro di magia nera in sei volumi, quest’uomo è sempre stato clamorosamente sottovalutato. E dai paramenti smessi dal mago Otelma, passerei ai quattro menti messi su da Flavia vento. L’ex coniglietta di playboy s’è trasformata in un grazioso abbacchio ma non è la forma fisica a preoccupare quanto il fatto che si sia convinta di essere Leopardi in pareo, per cui è probabile che gli altri naufraghi, al sesto componimento poetico declamato all’ombra dei palmizi, la tumulino sotto la sabbia, coperta da un nido di cormorano. Sui restanti concorrenti, c’è poco da dire: Rossano Rubicondi sembra doppiato da Galeazzi e si guadagna due minuti di primo piano mentre si pulisce i denti con l’unghia del mignolo manco avesse appena mangiato una pannocchia al sale, Arianna David si conferma simpatica quanto Claudia Mori col dito nella portiera della macchina, sulla testa di Cecchi Paone, inquadrata da dietro, ci sono meno capelli che su quella di William d’Inghilterra, Guendalina Tavassi è sbarcata sull’isola e dopo cinque minuti c’era già una palma incinta di Remo e infine Aida Yespica. Che sarebbe perfino un personaggio trascurabile, se non fosse che con lei, Savino e Luxuria, sono riusciti a inanellare una boiata dopo l’altra: a parte un gratuito “Aida, la maternità t’ha dato una luce straordinaria!” (sì, certo, quella pulsata per le smagliature), pronunciato da Savino, Valdimir ha poi commentato: “Bella senza trucco e senza inganno!” (certo, come se a lei il silicone sgorgasse naturalmente come l’acqua dalle rocce di montagna) e infine, sempre detto dal conduttore, un clamoroso: “Aida, mamma MA sempre bella!”. Come a dire: sopravvissuta a un’esplosione in un oleificio, ma ancora guardabile.

La deriva pecoreccia di Luciana Littizzetto

Il mio articolo sul quotidiano Libero di oggi: Facciamo un esperimento. Io riporto qui di seguito degli stralci (testuali) di un monologo comico andato in onda domenica sera in un noto programma televisivo, e il lettore deve indovinare chi è l’autore di questo aulico siparietto. “Io non ne posso più di sentir parlare della Concordia… per me le poppe sono le tette e la pompa di sentina mi fa venire in mente brutte immagini.Bossi e Maroni hanno fatto pace, tant’è che Bossi ha sparato un rutto che l’ha spettinato. Nel giramento di palle Monti è un tecnico, gli girano regolari come i cavalli di Lipsia, una parte va su e una va giù, le balle gli vorticano come i pistoni di una Mercedes , vedi solo un leggero increspare del pantalone. E infatti deve fare il pitstop perchè gli partono due balle alla settimana. Victoria Beckham, la moglie del calciatore, quello col pandoro Paluani lì , come rimedio antietà usa la merda di colibrì. Ma perchè non può far bene quella delle vacche, che ne fanno una carrettata, che con una vacca ben ispirata riempi una profumeria? E poi hai voglia a dire ne basta un’unghia, un’unghia di merda di colibrì saranno sedicimila merde di uccello. Demi Moore per ringiovanire si fa mettere le sanguisughe sul viso. Demi Moore, perchè non ti fai mettere un ‘alveare nel culo?”. So che la prima risposta che viene in mente è “Sono chiaramente i passi più toccanti dello scambio epistolare tra Abelardo ad Eloisa”, seguita dal dubbio divorante che si tratti invece del monologo finale di Re Lear. ( e il fatto che Demi Moore sia più o meno contemporanea di Shakspeare avvalora la seconda tesi, in effetti) E invece, caro il mio lettore, mi duole dirlo, ma cotanto magniloquente lirismo è stato profuso nell’arco di dodici minuti di sobria comicità dalla regina della metafora soffusa Luciana Littizzetto nel suo consueto spazio all’interno di “Che tempo che fa”. Per quei pochi che non sapessero in cosa consistono i suoi dodici minuti in quel programma, potrei riassumerli più o meno così: la Littizzetto, chiamata a fare da contraltare al proverbiale buonismo di Fazio, irrompe in studio e si siede accanto al conduttore. Ora, a dire “si siede” sono anche piuttosto generosa, perchè la Littizzetto non si siede. Si sdraia, spalanca le gambe, scalcia con la gonna ad altezza ombelico e fa sforbiciate che manco una ginnasta russa alla semifinale olimpica. E ovviamente, mostra le mutande alla nazione con rara magnanimità. Ovviamente, siccome la mutanda della Littizzetto smuove l’ormone quanto un Borghezio in guepiere Victoria’s secret, nessuno la invita a mettersi un pantalone. Tanto Lucianina, come la chiama il suo finto domatore, è irriverente, mica volgare. E’ un simpatico folletto, una disturbatrice, un saltimbanco, la scheggia impazziata, l’elemento dissacratorio. Mica è una donna. Mica è la sua Jolanda, per utilizzare una terminologia a lei cara, quella di cui ormai conosciamo segreti e anfratti grazie alle sue pose da contorsionista kazaka, noi telespettatori. E ‘ un semplice, anonimo, asessuato strumento a servizio della sua irriverenza. E lo stesso vale per linguaggio e contenuti. Che su per giù sono stati, nell’ultimo anno solare, i seguenti: pustole, preservativi, gli assorbenti con le ali, il codice iban che è più lungo di molti piselli, la rivergination, il cagotto, l’alito pesante, la puzza di piedi, le flatulenze in tutte le possibili varianti, l’asse del water, la coppetta mestruale e la supposta effervescente. Ma tanto Lucianina è irriverente, mica volgare. A lei si perdona tutto. E se provi a dire che se a lei preoccupano le chiacchiere da salotto sulla deriva del Concordia, a te preoccupa di più la deriva pecoreccia dei suoi siparietti, sei tu quello che non capisce il potere dissacrante e catartico della battuta, che non recepisci il valore della risata come slancio vitale, che non sai nulla di paradossi, freddure, doppi sensi e anticlimax. Insomma, per dirla alla Littizzetto, sei tu quello che in fatto di comicità non capisce una beata minchia. E non è volgarità. E’ irriverenza.

Sette primavere

Cosa augurarti, piccolo mio. Intanto che tu possa mantenere questa tua grazia, innata. Una grazia d’animo e di cuore che è cosa rara e ti impedisce anche solo di strappare un giocattolo o di dire certe cose stonate, che solo i bambini, con la loro purezza feroce, sanno dire. Ti auguro, piccolo mio, di mantenere quel piglio sicuro che hai quando chiedi che ti si parli come agli adulti. Ci sono cose che vanno pretese, per risparmiarsi le attese e il livore covato. E se le chiederai con quella faccia e il mento un po’ su da fidanzatino che aspetta il primo bacio, il mondo non saprà dirti di no. Mi piacerebbe che mantenessi quel pudore delicato, con cui chiedi di chiudere la porta o di non raccontare dei tuoi primi amori alle mie amiche. O con cui abbassi lo sguardo se c’è la scosciata di turno in tv. Mi piaci perfino quando tiri fuori l’animo bacchettone e mi dici “mamma copriti”, perchè la volgarità è una bestia orrenda e dovrai difenderti dalle sue zampate. Vorrei Leon, che riuscissi a conservare questa tua attitudine meravigliosa all’ascolto. All’attenzione per gli altri. L’empatia è il regalo più bello che la vita t’abbia fatto. Negli anni, sono cambiate tante maestre ma tutte hanno detto sempre, incredibilmente la stessa cosa. “Suo figlio è un piccolo assistente sociale, sa prendere tutti per il verso giusto”. Mi sono commossa quando la mamma di un bambino problematico mi ha fermata in un corridoio: “Io devo ringraziare suo figlio, perchè Leon ha aiutato mio figlio, lo ha fatto crescere e sentire amato”. E mi commuovo quando dici che quel bambino è cattivo fuori, ma solo per difendersi perchè ha troppi problemi dentro. O che quel bambino picchia ma non fa male a te, fa male a se stesso. O quando mi dici “Ti vedo giù” o “Va tutto bene?” o “Quel vestito è nuovo?” o “Mamma ma quanto scrivi? Non ti stanchi?”. O quando io ti dico “Stasera stai con la babysitter!”, ti lamenti, io rispondo ok, resto a casa e tu allora mi guardi e fai: “No va bene, non ti preoccupare, vai”. E io mi sento bambina di fronte alla tua comprensione adulta e generosa. Ti auguro, Leon, di continuare a ricevere regali e fortune sentendoti amato, non viziato. Non ti ho neppure dovuto educare alla conquista, all’attesa, perchè hai sempre chiesto senza arroganza e conservi lo stupore nel ricevere anche se hai più di quello che sarebbe morale possedere. C’è poi la faccenda della bellezza. Che è una gran fortuna, piccolo mio. Sei bello e dovrai ricordarti sempre che la tua faccia non è un merito, ma un regalo. Non accomodatrici, sulla bellezza, perchè se la si usa come trono è un regalo pieno di insidie. Usala come fosse un cavallo. Cavalcala, leggero e con fierezza, ma rispettala e siile grato, sempre, perchè olierà tanti ingranaggi. Conserva, piccolo mio, il tuo amore per gli slanci. Per le dichiarazioni d’amore improvvise, per gli abbracci, i ti amo, i quanto ti voglio bene, i sei bellissima, i vieni qui da me. Avvolgile, le persone che ami. Non ti risparmiare, mai, che tutto ciò che non si dice, prima o poi, cerca voce. E se non gliela dai al momento giusto, poi avrà quella dei rimorsi, della ruggine, dell’irrisolto. Non c’è scampo. Vivi, Leon. Buttati. Sii vittima di qualche passione e carnefice di qualche conformismo. Cerca di fare il lavoro che ti piace. Non quello che ti farà guadagnare di più, ma quello che non smetterai di fare anche quando starai facendo altro. E non perchè non riuscirai a smettere di lavorare ma perchè sarà la tua passione, e la ritroverai in tutto. Nelle cose, nelle persone,nei luoghi. Studia. E non per collezionare qualche A. Ma per difenderti, per non permettere a nessuno di raggirarti. Perchè è bello, sapere. Fare collegamenti. Avere letture diverse. Sii curioso, leggi, informati, continua a fare domande come le fai oggi, chiediti il perchè di tutto e ricordati che le riposte non si trovano, si cercano. Ti auguro, piccolo mio, di conservare qualcosa dei tuoi eroi preferiti. Di saltellare sui problemi con la buffa leggerezza di Super Mario, di avere l’ironia sgangherata di Jack Sparrow, perchè l’invincibilità non diventi spocchia. Ti servirà anche la scorza di Bowser, in certi giorni, ma non dimenticare di sfoderare il candore di Spongebob, di tanto in tanto. Ah già. Poi c’è questa tua passione per i cattivi. Questa tua teoria che sono più divertenti. Un po’ è vero, ma scoprirai, crescendo, che c’è più coraggio nella scelta di essere persone buone e i tuoi eroi, spero, avranno magari vestiti grigi ma idee cangianti. Coraggiose. Non ti auguro altro, Leon. Ti basterà questo, perchè arrivi anche il resto. E io, da mamma, ti faccio solo una raccomandazione. No, non è la maglia di lana. E’ quella, come dice Eliot, di non misurare la vita con cucchiaini da caffè. E infine, piccolo mio, grazie. Perchè in molti, in questi anni, mi hanno chiesto se è difficile crescere un bambino da sola, ma nessuno ha mai chiesto a te se è difficile crescere con una mamma sola. Una mamma che a volte ti porta al cinema come un fidanzato, ti chiede comprensione come fossi un papà, ti costringe al tour dei negozi come un’amica. Una mamma poco ordinaria e molto fortunata. Perchè quando mi chiedono come ho fatto a farti venir su così, io lo so che ho pochi meriti. Lo so che sei speciale, di tuo. Buon compleanno Leon. E sappi che queste tue sette primavere, sono state le mie sette estati. Mamma.

I vip e twitter. Ridateci gli uffici stampa!

Il mio pezzo di oggi sul quotidiano Libero: Lo confesso. Io gli uffici stampa dei personaggi noti li ho sempre detestati. Ho sempre trovato insopportabili i filtri che imbeccano, suggeriscono, indirizzano, tappano la bocca e decidono le strategie di comunicazione. E ho sempre odiato i comunicati redatti da fidi consiglieri in cui Francesco Totti parla di «acredine con il mister», che tu li leggi e pensi «come no, è farina del suo sacco, peccato che a Totti non uscirebbe il termine acredine neppure sotto l’effetto di un fungo allucinogeno». O quelli che dicono che «Sì, la mia assistita l’intervista la fa ma parla solo dei suoi ultimi impegni lavorativi» e l’ultimo impegno lavorativo dell’assistita è il taglio del nastro al centro commerciale Le due torri a Conegliano Veneto. Che tu pensi: «E mo’ che le chiedo? Se il taglio l’ha effettuato con una forbice o un tagliacarte? A che piano è Accessorize?». Infine, ho sempre trovato particolarmente urticanti i «no comment». Che poi tradotti vogliono dire: «Il mio assistito ha fatto/detto una boiata di tali proporzioni che ora qualsiasi dichiarazione servirebbe solo a peggiorare le cose per cui da questo momento gli sarà impedito di fiatare anche se dovesse informare l’umanità di un imminente impatto dell’asteroide Apophis sul pianeta terra». Oppure, più semplicemente, l’ufficio stampa opta per il «no comment» allo scopo di alimentare il mistero e la curiosità sul personaggio. Perché, si sa, se si centellinano parole e apparizioni, viene l’allure da divo anche a Ricky Memphis. Poi, un bel giorno è arrivato twitter, i vip si sono messi a twittare in massa, i vip sono diventati vit (very important twitter) e il prudente, assennato lavoro dei cari, vecchi uffici stampa di una volta s’è polverizzato in un nanosecondo. Perché i vip, ora, twittano a ruota libera. Sono passati dai «no comment» all’impellente necessità di condividere con tutti qualsiasi cosa, dai problemi di nefrite del gatto a quelli degli ascolti in prima serata. E ve lo dico subito. Dopo due settimane di attento studio del fenomeno mi è tornata una struggente nostalgia del vip che se la tirava. Di cui si sapeva poco. Rivoglio il mistero. E soprattutto, rivoglio il cerbero con le tre teste di Lucherini ad arginare esternazioni e risparmiare figure meschine. Desidero, soprattutto, che qualche ufficio stampa ragionevole suoni il citofono a casa Facchinetti, attraversi il salotto con una calma serafica, afferri il suo computer e lo infili nel Pastamatic acceso sulla funzione Turbo pulse. Ma andiamo per ordine perché visto che twittare vuol dire cinguettare, mi sono permessa di facilitare al lettore la comprensione dell’argomento, andando a classificare con perizia da fine ornitologo, le varie specie di vit: 1) I litigiosi. Fiorello contro la Guzzanti, Baldini che se la prende con Giletti perché gli ha dato della «spalla» e la Guzzanti che accusa Concita De Gregorio di non dare le notizie e Facchinetti che attacca Morgan. E tu sei noioso. Rosicona. Brutto. Cattiva. Specchio riflesso. Non m’hai fatto niente faccia di serpente. Insomma, un asilo nido. Che tu pensi: ma questi non ce l’hanno un’ici, un anticipo iva, un problema con Equitalia a cui pensare nella vita? 2) I bipolari. Quelli che scrivono dieci tweet dal taglio completamente diverso nell’arco di dieci minuti destabilizzando i lettori. Salvo Sottile è il sommo rappresentante della categoria. In sette ore è capace di scherzare con Rudy Zerbi, di fare riflessioni amare su Marchionne, di dire che minaccia pioggia, di postare una foto del laghetto di Milano 2 avvolto in una fitta nebbia e di chiedere consigli sui delitti di “Quarto grado” (che tra l’altro a uno viene da suggerirgli di dragare il lago di Milano 2 perchè ha l’aria di nascondere almeno sei cadaveri sul fondo). 3) I mitomani. Qui non c’è gara. Vince Francesco Facchinetti su tutta la linea. La deriva virtual-narcisistica di quest’uomo è preoccupante. A parte il tenore dei suoi tweet (ve ne segnalo uno a caso, tanto per rendere l’idea dello spessore: «Ma ci sono uomini che sporcano ancora le mutande?»), Facchinetti è seriamente convinto di essere il leader di una comunità virtuale destinata a spostare l’asse della politica mondiale a suon di «Forza ciurma!», «Vai con la #giornataincazzata!» o «Pizza Catarì!». Inoltre, e questo è il fatto più inquietante, è sempre lì che si conta i followers manco stesse raccogliendo volontari per andare a costruire pozzi in Sudan e ci aggiorna costantemente sull’argomento pubblicando statistiche appassionanti: 667 retweets in una settimana, pensate! Il sospetto è che se questo non rinsavisce, tra un po’, al bellodipadella, la Marcuzzi la padella gliela dà in testa. 4) Le sgrammaticate. Qui tocca dire che l’eterna rivalità tra le ex di Bobo Vieri Melissa Satta e Elisabetta Canalis, scende in campo anche su twitter. È davvero una sfida appassionante all’ultimo apostrofo. La Canalis che anziché scrivere still (ancora) scrive steel (acciaio), tanto che poi uno si chiede: ma con Clooney come comunicava? Con lo Scarabeo? Poi parla della campagna sociale di cui è testimonial e scrive di animali «SQUOIATI VIVI» e ti domandi se sia la stessa fine che ha fatto la sua maestra in prima elementare (poi ha corretto repentinamente, va detto). Su Melissa Satta applico la sospensione di giudizio e mi limito a trascrivere, testuali, tre suoi tweet: «Condolianze !», «Mi hanno AFFIBIATO un fidanzato… ma nn hanno ancora capito che E un mio carissimo amico…» e «Ho scritto delle riflessioni sul sito… Mi piacerebbe che le leggiate!». Voglio dire, del resto s’è iscritta con lo user sattamelissa, della serie manco il nome e poi il cognome. 5) I “non è mai troppo tardi”. Per esempio Gerry Scotti (che ormai, dicono, ha una tale dipendenza da twitter che durante le pause di “Io canto” anziché farsi incipriare il naso, va a twittare). Ma soprattutto Salman Rushdie. Che a 64 anni suonati s’è messo a flirtare con una ventenne su twitter e dopo aver negato goffamente, s’è ritrovato i tweet compromettenti pubblicati da Page Six. Insomma, è scampato agli Iman islamici ma non ai tweet satanici. 6) I ruffiani. A parte che ormai Fiorello su Twitter, ha più devoti che vanno a rendergli grazia della Madonna dei pescatori a Ustica, non posso non segnalarvi la più grande stalker che Twitter abbia mai partorito: la ex pasionaria di Alitalia Daniela Martani. La stessa che ieri ha bloccato Silvio Berlusconi mentre usciva dal Tempio di Adriano per chiedergli se si ricordava di lei. Ebbene, i sintomi erano tutti su twitter: la Martani trascorre le sue giornate a inviare tweet a chiunque, Marco Liorni, Ligabue, Alvin, Nicola Savino, Claudio Cecchetto, Cesare Cremonini per poi arrivare all’immancabile Fiorello al quale scrive un esilarante: «Ciao Fiorello sono un’artista incompresa. Chissà se mi puoi comprendere tu!», implorandoli di ascoltare il suo singolo. Insomma, se è vero che twitter vuol dire cinguettare, a leggere i tweet dei divi nostrani, più che in un’allegra voliera sembra di essere ne “Gli uccelli” di Hitchcock. Ridateci gli uffici stampa!

Stateci voi a casa

Il mio pezzo di ieri sul quotidiano Libero in risposta ad un articolo di Camillo Langone: Camillo Langone è un uomo preoccupato. Gli italiani non hanno più voglia di fare figli, il nostro paese si spopola e a ripopolarlo ci stanno pensando gli stranieri. E allora Langone, che per sua ammissione vive come un incubo la visione di orde di extracomunitari in piazza o sui treni regionali, è alla disperata ricerca di una soluzione. Culle vuote e barconi pieni. Ludoteche deserte e kebab affollati. Gardaland asfaltata e moschee che vengono su come lenticchie nell’ovatta. Muciaccia che non insegna più a fare aerei con la plastilina ma involtini primavera con la salsa di soia. Uno scenario apocalittico. Ed è così che lo scrittore, che è uomo di destra con un approccio empirico alle cose delle vita, individua la soluzione in un brillante studio della Harvard Kennedy School of Government, secondo il quale più le donne sono istruite e meno si riproducono. Secondo il quale, insomma, le donne con la schiena curva sui libri difficilmente passeranno alla pancia curva sotto l’abito premaman. Secondo il quale oggi, per dirla alla Longone, il vero fattore fertilizzante non è la religione, non è l’ideologia e non è neppure l’ultima campagna pubblicitaria con Megan Fox , ma molto più semplicemente la bassa scolarizzazione femminile. Che empiricamente parlando, è un invito neppure troppo soffuso rivolto a noi donne, a starcene in casa. Ad essere un po’ più pupe e un po’ meno secchione. A mollare gli scaffali delle biblioteche universitarie per trafficare tra gli scaffali dell’Esselunga. A tornare, sostanzialmente, a fare il mestiere più antico del mondo. Che è un po’ meno divertente del primo che vi viene in mente, ma ben più datato: quello della casalinga. La tesi, va detto, è affascinante: le donne chiamate alle armi per salvare il paese dall’invasione dello straniero, come gli americani nella seconda guerra mondiale. Che messa così, suona come uno sprone patriottico a infilarci pattine e parannanza per immolarci alla una nobile causa. Poi, riacquistata lucidità, vien voglia di andare a cercare il caro Langone e in perfetto stile casalinga, spellarlo vivo come un peperone rosso. Tanto per cominciare il sillogismo le secchione non fanno figli- non le facciamo studiare- le donne faranno figli, è piuttosto debole. Fosse così, oggi Flavia Vento a 34 anni suonati avrebbe sfornato più eredi di un coniglio nano. Ma vorrei portare la discussione su un livello più alto, e in questo senso desidererei tranquillizzare l’amico Langone: riesco a azzeccare qualche congiuntivo perchè sì, appartengo a quella frangia sovversiva di donne che hanno aperto qualche libro, ma mi sono anche riprodotta, dunque il mio contributo al bene della nazione l’ho dato. L’idea che dal baratro di un paese che invecchia ci si salvi suggerendo alle donne di riempire le culle e svuotare il cervello, è comoda e piuttosto rozza. Certo che l’emancipazione femminile ha degli effetti dirompenti sulla società. Certo che la donna che studia non ha nessuna intenzione di prendere un master in medicina per trascorrere l’esistenza ricamando bavaglini, ma la soluzione non può essere privarla di quella libertà. Perchè se decidiamo che questa è la soluzione al problema della scarsa natalità, si innesca un simpatico meccanismo per cui, amico Langone, allora valgono anche le seguenti tesi altamente empiriche: se la donna smette di lavorare risolviamo il problema dell’impennata dei divorzi perchè non avrà i soldi per mantenersi da sola, se la donna smette di votare risolviamo il problema della fila alle urne e lo spoglio delle schede finisce prima così mandiamo Vespa a letto presto, se la donna se ne sta a casa a impastare il pane si alleggerisce il traffico e così via. Purtroppo, temo che non sia questa la strada. Il signor Langone avrà letto senz’altro l’ultimo romanzo di Franzen, “Libertà“. E’ un libro che parla appunto, di libertà; quella individuale, e il prezzo che paghiamo per conservare questo diritto, e quella comune. (che per il protagonista, pensi un po’, passa proprio attraverso la scelta di sensibilizzare la gente a fare meno figli per non sovrappopolare il pianeta, ma questa è un’altra storia). Noi donne facciamo meno figli per preservare quell’irrinunciabile diritto alla libertà (di studiare, di lavorare, di essere individui) che con fatica ci siamo conquistate. E questo è il prezzo, altissimo, che paghiamo, perchè nessuno, né l’uomo, né il paese in cui viviamo, ci ha ancora consentito di essere individui e madri allo stesso tempo, senza essere costrette a scegliere. Spesso con dolore. La cultura non è un contraccettivo, Langone. Sì, i libri di Eco accanto ad Hatù Settebello sul banco della farmacia sono un’idea suggestiva ma fuorviante. I veri contraccettivi sono la mancanza di sussidi economici, di asili nido, di incentivi per le famiglie, l’assenza di una politica del welfare seria e il senso di abbandono che assale le donne dopo la nascita di un figlio, la sensazione di essere in balia di leggi confuse e agevolazioni fantasma. E poi c’è altro. Se lei mi parla di numeri, Langone, i numeri li scomodo anche io. In Italia c’è 1 figlio virgola 32 per donna? Bene. Se è per questo, per donna, c’è anche lo 0, 32 di mariti che aiutano in casa. E lo 0,12 che si occupa dei figli quanto se ne occupano le donne. Contribuissero anche gli uomini, rendendoci la vita più semplice, alla prolificazione del paese. E infine, se proprio gliela devo dire tutta, Langone, a me l’idea di un paese sovraffollato di gravide incolte e di maschi al cento per cento italiani, sì, ma il cui unico modello femminile di riferimento è la donna che cambia pannolini, non convince un granchè. I bambini di oggi, magari non crescono con letti a castello e tribù di fratelli, ma hanno la grande opportunità di avere madri realizzate, stimolanti, intraprendenti, appagate e perchè no, esauste ma perfino felici. E ora scusate, ma devo chiudere il discorso perchè ho una torta in forno. Contento, Langone?

Oggi a Glossip

Oggi a Glossip (alle 14, 30 in diretta sul canale 143 di sky o in streaming su www.la3tv.it) parleremo del presunto fidanzato di Tiziano Ferro, con il regista Luca Lucini e Nicola Lampugnani di tbwa di una loro idea creativa per la giornata mondiale contro l’aids (capito Mirco Pagano?) e delle rivelazioni di Rosalinda Celentano sulla sua storia con Monica Bellucci. Un bel mix di alto e basso, come sempre. 🙂